Una Doppia Verità – Recensione

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Quando mentire è un chiaro segno di onestà.

“Dica la verità nient’altro che la verità, dica lo giuro,” intima il cancelliere e il testimone alla sbarra risponde “Lo giuro.” Così inizia l’interrogatorio in aula durante un processo in qualsiasi tribunale americano. Poi l’accusa e la difesa dell’imputato prendono la parola ed interrogano uno alla volta il testimone a favore o contro il loro assistito. Si presume, anzi si crede, che questi dica “la verità, nient’altro che la verità”, dal momento che ha giurato sulla Bibbia. Ebbene, non è sempre così. Specialmente in Una Doppia Verità (Courtney Hunt, 2017).

una doppia veritàL’avvocato Richard Ramsey (Keanu Reeves) è chiamato a difendere il giovane Mike Lassiter (Gabriel Basso) dall’accusa di omicidio premeditato. Il giovane sembra essere colpevole dell’assassinio del padre Boone (James Belushi). La difesa dell’atto criminoso è interamente concertata attorno alla figura violenta dell’uomo che durante tutta la loro convivenza ha sottoposto la moglie Loretta (Reneé Zellweger) a continue ed indifendibili violenze fisiche e psicologiche. 

Il mistero del film ruota attorno alla performance di ogni singolo attore. Gabriel Basso, chiuso nell’ostinato mutismo del suo personaggio, con la sua mimica facciale tradisce la sua colpevolezza. Il goffo tentativo di auto-accusa è plateale e lo spettatore non rimane sorpreso quando viene assolto in quanto vittima di un padre, che lo stupra di continuo.

Reneé Zellwegger è irriconoscibile. Non si scompone davanti a nulla. Impersona una moglie fragile, ma allo stesso tempo calcolatrice. Assume i panni di una donna ricca che usa l’amante per disfarsi del marito. L’espressione del suo volto è tragicamente plastica. Lontano è il ricordo dell’espressività di Ruby Thewes in Ritorno a Cold Mountain (Anthony Minghella, 2003), ruolo che le valse l’Oscar come Miglior Coprotagonista al fianco di Nicole Kidman e Jude Law.

Scialbo anche Keanu Reeves che finge in modo pessimo di essere integerrimo professionista all’oscuro della verità sul caso. Come la Zellweger, l’espressione di Reeves non cambia mai. È l’avvocato ingessato che non teme di fare un passo falso ed essere incastrato come il vero assassino. È gelido, calcolatore come la sua amante. È il tipico personaggio detentore del senso più profondo della legge e della morale che finisce per essere aspettatamene il colpevole.

Infine, c’è lui Boone, l’avvocato morto che rivive nel film tramite una serie infinita di flashback in cui interagisce con moglie e figlio. John Belushi è il vero mattatore nella pellicola. È il cattivo che ritorna per turbare l’animo di chi l’ha fatta franca. La sua stazza si scontra con la magrezza della moglie. La sua irriverenza cozza con l’apparente equilibrio di Ramsey. Belushi interpreta magistralmente un personaggio che è tutto il contrario di tutto.

 

Commento finale

Se la recitazione lascia a desiderare, la trama non è scontata, anche perché al centro di essa non troneggia solo un cast di attori. Il trono appartiene, soprattutto, non ad una ma a due verità sullo stesso crimine, fatto impossibile considerando la formula che introduce ogni testimonianza in tribunale. "Dica la verità nient'altro che la verità." Si desume, quindi, che una doppia verità non sia altro che sinonimo di una assoluta falsità, la vera protagonista, quella che è stata capace di ingannare ogni singolo spettatore in sala e a far apprezzare il film per il suo twist finale.
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Simonetta Menossi
Studiosa di cinema

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