The Inpatient – Recensione

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5.5

Mediocre

Supermassive Games ha portato sui nostri schermi nel 2015 quel piccolo gioiello denominato Until Dawn e adesso prova a farci letteralmente immergere nel prequel della storia, attraverso The Inpatient su PSVR.
Sessant’anni prima dei fatti narrati in Until Dawn ci troviamo legati ad una sedia nel Blackwood Sanatorium e chi ha giocato ad Until Dawn sa benissimo che questa situazione non promette bene. Un emulo di Freud ci pone delle strane domande, cercando di riportare a galla i nostri ricordi, persi nelle nebbie di una strana amnesia.

Tre passi…nella noia

Non è che sia un inizio originale, ma almeno serve a creare un’aurea di mistero intorno al nostro personaggio. Una volta liberati dalla sedia inizia il gioco. Farei meglio a dire che inizia la nostra passeggiata in The Inpatient. Infatti tutto quello che dovremo fare è camminare tra le stanze e i corridoi del sanatorio, parlare (anche se vogliamo attraverso il microfono dell’headset) e interagire con gli oggetti, per scoprire chi siamo e cosa stiamo facendo in quel sinistro luogo.
Ho già detto in passato che sicuramente la realtà virtuale è un elemento aggiuntivo quando si parla di ricreare l’orrore, ma non basta essere immersi in un mondo simulato per esserne realmente catturati. La pecca più grossa di The Inpatient è proprio il costrutto debole che cerca di tenere insieme una gioco che in tre/quattro ore può essere completato. Si naviga nella noia, a parte alcuni momenti “paurosi”, non ci sono stimoli a rigiocarlo una volta completato, se non per scoprire i finali alternativi. Tanto il sistema “butterfly effect” era stato il cardine di Until Dawn, qua la stessa metodologia risulta completamente insufficiente.
Per quanto possano essere compiute scelte diverse che portano a conseguenze diverse nel gioco, la linearità, la sensazione di essere sempre comunque su di un binario, non regala nessuno stimolo forte come quello che si aveva giocando ad Until Dawn. Complice di questa mancanza di stimoli è anche l’assenza di personalità dei personaggi che incontriamo.
Manca azione, manca grinta, manca una reale empatia con il nostro smemorato alter-ego. Non mancano certo i momenti che ci faranno saltare di paura dalla sedia, ma manca quella vena di disagio che si prova a giocare normalmente con i giochi horror. E questa è una mancanza gravissima, che non è contemperata nemmeno dall’esperienza in realtà visrtuale.

Perdere il controllo

A peggiorare la situazione è il sistema di controllo. Si può scegliere di utilizzare il Dualshock o in alternativa i sensori Move. Nel primo cosa avremo un ottimo controllo dei movimenti, ma una scarsa interattività con gli oggetti. Di converso, utilizzando i Move, si possono maneggiare benissimo gli oggetti, ma il movimento risulta spastico e  impacciato. Il solo s postarsi indietro o di lato con i Move è un’esperienza frustrante.
Cosa si salva in The Inpatient? Solo la componente grafica, che eccelle in quanto all’utilizzo di textures, illuminazione e fluidità.  Anche l’audio fa la sua degna parte nell’infondere terrore in noi poveri giocatori, creando atmosfere cupe e ansiogene. Peccato che tutto questo non basti a far raggiungere a The Inpatient la sufficienza complessiva, proprio perchè manca quel “quid” che sia in grado di catturarci realmente all’interno di una avventura horror.

Pro

  • Grafica ed audio di ottimo livello...

Contro

  • ... ma per fare un vero horror non bastano.
  • Controlli inadeguati
  • Il coinvolgimento viene pesantemente castrato dalla noia.

Commento finale

The Inpatient non arriva a creare quell'atmosfera horror che si prefigge. Nonostante una grafica di ottima fattura, un audio di buon livello, perde colpi sia nella costruzione della trama che nell'implementazione dei controlli. Devo dire che ciò mi ha fatto molto dispiacere, perché da Supermassive Games, reduce dall'ottimo Until Dawn, mi aspettavo qualcosa di più, qualcosa che avrebbe espanso l'esperienza del gioco del 2015 con l'utilizzo della realtà virtuale. Invece mi son trovato tra le mani un prodotto monco, privato di quell'anima che gli avrebbe permesso di entrare di diritto nell'olimpo dei giochi horror
5.5

Mediocre

Digital dreamer, videogames addicted, wannabe Jedi. An old player that is still capable of wonder.

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