Spider-Man: Homecoming – Recensione (di Marco Alocci)

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7

Buono

La Guerra di New York si è conclusa da mesi e, dopo l’incontro ravvicinato con le due fazioni degli Avengers, Peter Parker (Tom Holland) vive la sua doppia vita alternando le vesti di studente poco rispettato a quelle di Spider-Man. Malgrado le rassicurazioni di Tony Stark, suo mentore, l’operato dell’Uomo Ragno si limita a piccoli crimini di quartiere, in attesa di una “grande occasione” che sembra non arrivare mai. L’Avvoltoio (Michael Keaton) sta però lucrando sui residuati bellici della guerra, mettendo insieme un arsenale che potrebbe far paura persino ai più forti tra i Vendicatori.

Spider-Man, saga dall’esistenza e dagli sviluppi travagliati, trova nuova linfa dopo un primo reboot andato piuttosto male. Dopo il flop di The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro Sony e Marvel hanno fatto tabula rasa del progetto, cancellando un eventuale terzo capitolo, e concentrandosi sull’includere le vicende dell’Uomo Ragno nel macrouniverso narrativo della casa di Burbank. Tom Holland, classe 1996, indossa l’ambito costume appartenuto a Tobey McGuire e Andrew Garfield, mentre, ironia della sorte, dopo le vicende di Birdman sarà Michael Keaton a solcare i cieli di New York nei panni del villain.

Una struttura, la suddetta, che identifica chiaramente il cambio di rotta al timone. Spider-Man: Homecoming è, fin dalle sue prime battute, un film giovane indirizzato al bacino Marvel. Holland, nel suo Peter Parker, incarna tutte le caratteristiche del teen hero, in un film che ha in determinati passaggi molto del filone young adult moderno. Ciò non significa che l’opera di Jon Watts non possa piacere anche ai più “maturi”, visto e considerato come Homecoming sappia sapientemente trovare una posizione di equilibrio fra la trilogia di Raimi e la doppietta di Webb. Il film è infatti indubbiamente costruito per divertire, perdendo un po’ i toni cupi del primo Uomo Ragno, ma sa rendersi allo stesso tempo credibile, distaccandosi dai tanti errori dello Spider-Man “webbiano”, reo di essere, oltre che incosistente, terribilmente scollato nel rapporto azione-storia d’amore.

Spider-Man Homecoming compensa tutto ciò, annullando (o quasi) ogni tentativo romantico (se non una “cotta” collaterale maldestramente portata avanti da Peter Parker stesso) e concentrandosi sulle vicende, necessarie in un capitolo primo per far carburare un motore narrativo già avviato con Captain America: Civil War. Watts ci offre una parabola ascendente del “Bimbo-Ragno”, cogliendolo nei suoi primi passi e seguendolo nella sua progressiva presa di consapevolezza (e perché no, presa di sregolatezza) relativa ai suoi poteri. Viaggiando su ritmi sostenuti, Spider-Man Homecoming regge bene in tutte le sue fasi grazie al giusto connubio fra azione frenetica e ironia dissacrante. Un eccezionale plot twist, decisamente ben costruito, dà nuova verve per l’atto terzo della pellicola, offrendo un nuovo stimolo alla visione che evita cali d’attenzione nella fase propedeutica all’epilogo.

Commento finale

Che tipo di Spider-Man è quello di Watts e Holland? Sicuramente qualcosa di nuovo per quanto riguarda le vicende dell’Uomo Ragno, sfiancate dalla ridondanza narrativa dei due predecessori. Con un villain più che valido e con delle idee finalmente diverse, Marvel ci dà un assaggio concreto di come con Peter Parker e la sua versione supereroistica si possa davvero fare ancora qualcosa di buono. Homecoming, nella sua freschezza, è un buon inizio. Più che un ritorno a casa, sembra un vero e proprio trasloco verso territori ancora inesplorati.
7

Buono

Critico cinematografico, giurista e speaker.
Classe ’94, nato insieme a Dookie, Forrest Gump, Pulp Fiction e Le Ali della Libertà, ma con il cuore a Juno.

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