In Salary Man Escape VR, che non è altro che  un puzzle game, dobbiamo aiutare un uomo senza volto e senza nome a sfuggire alla monotona e opprimente routine aziendale.
Il nostro compito è quello di scappare da manager invisibili e amministratori delegati cercando di completare una serie di enigmi basati sulla fisica.

Ogni livello è composto da una serie di blocchi bianchi e grigi di dimensioni diverse, molti dei quali sono contrassegnati da una parola (de)motivazionale. Il supporto di alcuni questi blocchi è costituito da mattoncini rossi co i quali possiamo interagire o con controller DualShock o con il PlayStation Move. Si possono spostare questi blocchi creando nuove piattaforme, passaggi e percorsi  che il Salary Man può attraversare in sicurezza. 

Nel gioco non controlliamo direttamente il nostro alter ego, quindi la sfida del gioco consiste nel manipolare i diversi blocchi  per creare un percorso libero da insidie, fino all’uscita del livello identificata come una semplice porta di legno bianca .
L’uso della fisica, la gravità simulata e la quantità di moto hanno un impatto significativo sul modo nel quale si interagisce con un determinato blocco o gruppo di essi, per cui la rimozione di blocchi rossi può modificare la struttura di un livello. 

Quello che ho notato spostando i  blocchi è che il motore fisico crea una sorta di effetto a catena con quelli vicini, dando l’impressione che tutto sia in un equilibrio estremamente precario. Come si commette il minimo errore di calibrazione, come ad esempio togliere  il blocco sbagliato al momento giusto bisogna obbligatoriamente ricominciare tutto il livello o ripartire dal checkpoint, rappresentato da una gigante tazza di caffè.
Non ci sono pulsanti che permettano di annullare un’azione, per cui alla fine il successo in Salary Man Escape VR è il sottoprodotto di estenuanti “trial&error”. Non essendoci alcun sistema di  suggerimento in molti livelli ho avuto la sensazione di essere completamente intrappolato non trovando la giusta combinazione di eventi da concatenare per raggiungere l’uscita. La porta di uscita è stranamente fragile e si disintegra se viene colpita, cosa che forza obbligatoriamente il riavvio del livello. 

I puzzle passano dall’essere o troppo semplici o troppo complicati e quando dopo “n” tentativi si capisce cosa fare, ci si accorge di aver passato anche 20 minuti a scervellarsi si un singolo livello.
Salary Man Escape VR ha una rappresentazione grafica intrigante. Il mondo di gioco è realizzato interamente nei toni del grigio, del bianco e del nero, che restituisce l’idea della monotonia della vita aziendale, fatta di orari e compiti sempre uguali a se stessi. A creare un apprezzabile contrasto con l’estetica ci pensa la colonna sonora, un mix di musica pop giapponese con un ritmo  fantastico.  Lo rappresentazione di ogni livello assomiglia a una città vivace piena di grattacieli che si stagliano nel cielo. I quadri sembrano ologrammi fluttuanti sopra una grande scrivania completa di computer desktop e tastiera e tutti gli strumenti di un impiegato modello. 

Il fatto che il gioco sia in realtà virtuale mi ha un po’ stupito in quanto la sensazione di immersività è comunque minima e si potrebbe giocare tranquillamente ai puzzle di Salary Man Escape in modalità tradizionale, poiché il PSVR non aggiunge niente alla visione di ogni quadro. Non si può infatti esplorare i livelli spostandoci verso di essi, cosa che sarebbe stata molto apprezzabile