Rockstar Games è uno studio che non avrebbe bisogno di presentazioni. Creatori della fortunatissima saga di Grand Theft Auto, Rockstar ha costruito la sua fortuna non solo sulle controversie legate ai suoi titoli (che da sempre fanno discutere per via dei loro contenuti politicamente scorretti) ma anche grazie alla straordinaria competenza tecnica che ha permesso allo studio di diventare uno dei punti di riferimento nell’industria quando si parla di titoli open world. Era quindi scontato che l’annuncio di un seguito all’acclamatissimo Red Dead Redemption, straordinaria epopea western della scorsa generazione, fosse accolto con grande entusiasmo e generando grandissime aspettative. Dopo una lunga attesa il titolo è finalmente giunto nei negozi, ed a seguito di due intense settimane di gioco siamo finalmente pronti a dare il nostro parere su quella che probabilmente è una delle uscite più significative dell’anno e di questa generazione di console.

Red Dead Redemption 2 è un prequel del primo capitolo, e ci vedrà vestire i panni di Arthur Morgan, inedito membro della famigerata banda di Dutch Van der Linde e braccio destro di quest’ultimo. Dopo una sfortunata rapina nella città di Blackwater, la banda è costretta alla fuga tra le gelide montagne del nord dove una tempesta impietosa li obbliga a trovare rifugio in un piccolo villaggio minerario abbandonato. La fortuna di Dutch sembra essersi esaurita, e l’immediata sopravvivenza della banda diventa l’obbiettivo primario di Arthur che si vedrà costretto a cacciare per sfamarne i membri ed a cercare i vari dispersi. Questa lunga sequenza introduttiva, oltre che fungere da prima parte di un tutorial veramente mastodontico ma necessario vista la grandezza del titolo, stabilisce immediatamente e con efficacia il tono del titolo. Il mondo che i protagonisti conoscevano sta giungendo inesorabilmente al termine, non concedendo più spazio allo stile di vita da fuorilegge e trasformando quelli che un tempo erano cacciatori in prede di una società non più disposta a tollerarne l’esistenza. Abbandonato il gelido nord, la banda si stabilirà quindi nelle più verdi colline delle Heartlands, dove stabilirà il primo di una serie di accampamenti. Così come la banda rappresenta il centro del mondo di Arthur, allo stesso modo l’accampamento ricopre un ruolo chiave nel gameplay con le sue numerose attività correlate. Dovremo provvedere ai bisogni essenziali dei numerosi componenti della banda, non solo andando a caccia o a pesca per procurare cibo, ma anche gestendone le precarie finanze e valutando in quali migliorie investire. Ogni upgrade del campo andrà a migliorare la qualità della vita dei vari membri e ci fornirà più risorse per la nostra avventura, ma allo stesso tempo andrà ad aumentare il costo dei rifornimenti, in un equilibrio che non ci farà mai stare con le mani in mano. E considerata la mole di attività presenti nel gioco sarà veramente difficile non avere costantemente qualcosa da fare. 

A cominciare dalla trama principale, che si dipana in numerose missioni e racconta in modo efficace l’inesorabile caduta della banda. La natura di prequel del titolo traccia un percorso inesorabile e quasi prevedibile, ma non per questo meno affascinante ed intenso. L’inevitabilità del destino porta con sé una catarsi difficilmente raggiungibile altrimenti, e la solidità della scrittura conferisce credibilità ai personaggi. Non posso negare che inizialmente nutrivo qualche dubbio su Arthur, che dopo un personaggio come John rischiava di essere poco interessante, ma superate le prime ore di gioco si iniziano ad intravedere le sfaccettature e le contraddizioni che lo caratterizzano magistralmente. Diviso tra la fedeltà assoluta alla banda ed una morale decisamente inaspettata, il nostro protagonista è tragicamente consapevole della sua reale natura e di come oramai il mondo che lui conosceva stia giungendo al termine. I numerosi appunti presenti nel suo diario delineano un personaggio fortemente conflittuale, che fa quello che deve per la sua sopravvivenza ma che al tempo stesso mette in discussione le sue scelte. Sebbene in un primo momento il titolo appare quasi contraddirsi permettendoci di giocare in modo “onesto” nelle attività secondarie e poi mostrandoci un Arthur più spietato nelle missioni principali, questo finisce con l’accentuare la dicotomia insita nel personaggio. Arthur è consapevole di non essere una brava persona, di essere un criminale, ma una parte di lui è perennemente alla ricerca di una libertà che purtroppo non potrà mai avere. Questa profondità non si limita ad Arthur, ma si estende ad ogni personaggio della banda ed in particolar modo alla centrale e carismatica figura di Dutch, che funge da collante per l’eterogeneo gruppo. La cura nella costruzione dei personaggi permette al giocatore di affezionarsi o di disprezzare i vari personaggi creando un efficace parallelo dei rapporti che vediamo tra i membri. Analizzare ogni personaggio della banda di Van der Linde richiederebbe una trattazione ben più ampia di questa ma vi posso assicurare che il team è riuscito a creare dei personaggi veramente memorabili, nel bene e nel male.

 

Questa cura traspare anche nella gigantesca quantità di attività e missioni secondarie presenti nel gioco, che vanno ad ampliare la già considerevole mole del primo capitolo. Ogni sistema è stato riveduto, corretto ed espanso, offrendo un’esperienza di gioco che fonde armoniosamente così tanti elementi da trascendere la definizione di un genere preciso. La gestione del personaggio, con statistiche che migliorano naturalmente con le nostre azioni, strizza l’occhio al mondo dei giochi di ruolo senza però soffocare il giocatore con valori e calcoli. Cavalcare sempre lo stesso cavallo migliorerà il nostro rapporto con l’animale, permettendoci di sfruttarne al meglio le capacità ed impararne i limiti nelle situazioni di pericolo; mettere alla prova le nostre capacità di pistoleri aumenterà la nostra riserve di Dead Eye, una sorta di bullet time che ci permetterà di dare vita a sparatorie semplicemente spettacolari; andare a caccia ci permetterà non solo di sfamare Arthur (operazione fondamentale per mantenere salute e resistenza ottimali), ma anche di usare le pelli come fonti di guadagno o per creare abiti necessari a proteggerci dal freddo. Questi elementi così vicini al genere survival, non sono mai intrusivi nell’esperienza di gioco, ma trovano armoniosamente il loro posto all’interno del gameplay creato dal team. Il mondo di gioco, enorme e straordinariamente vario, è ricco di segreti e missioni secondarie da scoprire, al punto che usare qualunque forma di viaggio di rapido diventa quasi un peccato perché potrebbe pregiudicarci una nuova scoperta. Dietro ogni crinale potrebbe nascondersi una donzella in difficoltà, ogni piccolo accampamento potrebbe ospitare un gruppo di banditi o di cacciatori di taglie, ogni bosco la zona di caccia di un predatore leggendario ed ogni piccola cittadina potrebbe nascondere storie inattese. Questa ricchezza (sebbene possa talvolta soverchiare il giocatore con la semplice mole dei contenuti) crea un’esperienza di gioco che si dimostra unica per ogni giocatore, dando vita a situazioni imprevedibili e che diventano argomento di condivisione con chiunque possieda il titolo. 

Tecnicamente ci troviamo davanti ad uno dei titoli più impressionanti di questa generazione, sotto quasi ogni aspetto. L’impatto visivo, fin dai primissimi momenti di gioco, fa trasparire un livello di cura nei dettagli che si riscontra in pochissime produzioni.  Ogni angolo del vastissimo mondo di gioco è magnificamente caratterizzato e ricco d’atmosfera, sia che si tratti delle gelate distese del nord dove ogni creatura lascia una traccia visibile nella neve e le tormente azzerano la nostra visuale, sia che si tratti delle paludi del sud dove l’aria carica di umidità che filtra la poca luce solare che riesce a farsi strada attraverso la fitta vegetazione. Una palette cromatica molto più varia ed accesa rispetto al suo predecessore, che prediligeva i toni più desertici, dona vita al mondo di gioco ed ai suoi abitanti. I modelli dei personaggi sono ben realizzati e convincenti, con una modellazione dei volti che in alcuni casi sfiora il fotorealismo. Cicatrici, barba irregolare ed imperfezioni estetiche, impreziosiscono i visi segnati dalla vita all’aria aperta dei protagonisti, così come i loro vestiti rispecchiano efficacemente il loro stile di vita. Il lato audio del titolo è particolarmente convincente, grazie ad un comparto di effetti sonori ricchissimo e che dà vita ad una natura selvaggio e realistica. L’accompagnamento musicale sempre azzeccato e mai intrusivo, sottolinea i momenti fondamentali della trama con maestria, ed un doppiaggio di altissimo livello chiude il cerchio di un comparto audio di assoluto valore. Sul fronte dei controlli il gioco mostra qualche piccola incertezza, uno dei pochissimi nei della produzione. Arthur non si dimostra sempre abbastanza reattivo ai nostri input a causa della distribuzione uniforme delle animazioni nei vari frame, una scelta che crea animazioni decisamente convincenti ma che danno l’impressione di una certa lentezza durante la loro fase iniziale. Anche l’interfaccia di gioco, per quanto efficace e mai intrusiva, non riesce a dimostrarsi abbastanza intuitiva sul lato dei menù di gioco.