La forma dell’acqua – The Shape of Water – Recensione (di Giulia Ercolani)

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The Shape of Water (La forma dell’acqua) è uno dei film più chiacchierati del momento.

Vincitore di un Leone d’oro alla scorsa mostra del Cinema di Venezia, due Golden Globe (Miglior regista e Miglior colonna sonora originale) e ben 4 premi Oscar su 13 Nomination (Miglior film, Miglior regia, Miglior scenografia e Miglior colonna sonora), da tempo divide il pubblico tra chi lo ha amato alla follia come simbolo della passione cinefila e chi invece è rimasto deluso dalle alte aspettative createsi fin da quando è stato rilasciato il primo trailer.

In una Baltimora del 1962, in piena Guerra Fredda, le due grandi potenze americana e russa si combattono silenziosamente con nuove tecnologie e scoperte scientifiche in una corsa alla prima conquista spaziale. Mentre i russi mandano in orbita una cagnolina gli americani cercano un modo per poterci inviare un umano.

In questo contesto, in cui solo la minaccia nucleare evitava lo scoppio di una vera e propria guerra, Elisa (Sally Hawkins) è una semplice e gentile ragazza muta immersa in una routine quotidiana senza pretese o grandi ambizioni che insieme all’esuberante amica e collega Zelda (Octavia Spencer) lavora al centro di ricerca aerospaziale come addetta alle pulizie.

Un giorno vengono incaricate di pulire un laboratorio segreto e notano un esperimento governativo che coinvolge una creatura anfibia con sembianze umane chiusa in un vasca d’acqua.

Elisa sente subito una complicità con la creatura che come lei non parla, e si esprimono quindi con il più potente linguaggio non verbale. Quotidianamente gli fa visita, gli porta da mangiare, insieme ascoltano musica e iniziano a comunicare con il linguaggio dei segni. Scopre così una passione per questo elegante essere, e improvvisamente il suo Mondo cambia. Fuoriesce dalla sua monotona routine e sperimenta nuove emozioni, finalmente anche lei si sente amata ed apprezzata, non più emarginata da una società piena di pregiudizi.

Tra loro nasce un profondo amore che presto dovrà confrontarsi con la dura insensibilità delle forze governative racchiuse nella figura del dispotico Strickland (Michael Shannon) che, non appena nota questo sensibile lato umano nella creatura, comincia a torturarlo dimostrando di essere il vero villain del film.

A questo punto, con l’aiuto di Zelda e del grande amico e vicino di casa Giles (Richard Jenkins) organizzano la messa in salvo della creatura che viene portata a casa di Elisa e da qui viene mostrato il crescente vero amore tra due fino al prevedibile epilogo preannunciato dalla stessa locandina del film.

The shape of water è costruito sulle basi della classica fiaba romantica in cui la bella si innamora della bestia. Tanti sono i riferimenti che si notano nel film, ma la trasposizione realistica della storia è alquanto asettica.

In questa pellicola Del Toro rivendica la forza dell’amore e il superamento dell’odio, del razzismo e dei pregiudizi attraverso quattro personaggi così diversi tra loro (una creatura non umana, una ragazza muta, una ragazza di colore e un uomo omosessuale) legati dalla ricerca spasmodica dell’accettazione e integrazione nella società.

Questa fiaba in chiave moderna è carica di passione cinefila attraverso cui viene lanciato un messaggio di tolleranza e amore, un tema estremamente attuale in un periodo in cui la società, dopo tutte le lotte combattute per ottenere uguaglianza e parità, sta regredendo al punto in cui il razzismo e i pregiudizi comandavano la quotidianità. Il vero mostro da temere infatti è il carnefice Strickland che tortura con un teaser il Dio dell’acqua senza pietà e senza scrupoli.

Se il cast sembra così adatto alla storia raccontata è perché Del Toro ha scritto la sceneggiatura avendo già in mente gli attori che avrebbero dato vita ai suoi personaggi. Non sono stati fatti provini, ad esempio la protagonista Sally Hawkins l’ha approcciata alla cena del Golden Globe 2014, da subito ha voluto lei e si è rivelata perfetta per la parte. È la rappresentazione della donna comune e semplice, e nessuno meglio di lei poteva interpretare il personaggio di Elisa.

Qualcosa che nell’insieme non va però c’è, perché uscendo dalla sala si rimane con una sorta di mancanza che si fa fatica ad interpretare. Probabilmente la monotonia cromatica incide molto. La pellicola è strutturata su ogni sfumatura di verde possibile e dopo i primi venti minuti inizia a disturbare la percezione dell’intera storia. Il sole non sorge quasi mai, in ogni sequenza regna una particolare oscurità che rispecchia il dolore dei personaggi per la loro emarginazione.

Una trama dunque semplice e in alcuni casi banale costruita però con maestria e passione che non mostra eroi ma solo comuni mortali che affrontano le difficoltà della vita giorno per giorno, il cui destino è sconvolto non dal classico principe ma da un mostro che racchiude tutta la magia di Del Toro, grazie a cui il film si è portato a casa 13 nomination agli Oscar.

Questa pellicola mette insieme romanticismo e thriller, macabro e commedia mantenendo però un basso profilo, il contenuto non riesce a far esplodere quell’emozione travolgente che invece ci si aspetta dal modo in cui ci è stato anticipatamente presentato e non risulta quindi completamente all’altezza delle aspettative.

Nel complesso è una fiaba ben raccontata, con tematiche importati e che grazie agli straordinari interpreti rimane una storia in grado di far battere il cuore allo spettatore.

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Giulia Ercolani
"Mi guadagno da vivere sognando" [Steven Spielberg]

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