Il Codice del Babbuino – Recensione

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6.5

Sufficiente

Dal meraviglioso catalogo di Distribuzione Indipendente, “Il Codice del Babbuino” di Davide Alfonsi e Denis Malagnino è una storia di rabbia e vendetta. Il film è stato realizzato in collaborazione con il collettivo Amanda Flor, nato nel 2004 da un giovane gruppo di autori di Guidonia Montecelio, attivo in svariati settori multimediali. La società affronta, attraverso le sue produzioni cinematografiche, tematiche attuali e sociali.

Denis, uomo di sani principi e padre di famiglia, si trova di fronte al corpo di una sconosciuta, abbandonato di fianco a un campo rom. La donna, vittima di violenze e stupro, altro non è che Patrizia, la fidanzata del suo amico Tiberio. Scosso da questa agghiacciante scoperta, Denis chiama il ragazzo. Furioso e assetato di vendetta, Tiberio si mette da subito alla ricerca del responsabile di quel gesto infame. Accompagnato dal suo fedele amico – che gli fa quasi da coscienza, o da “grillo parlante” – il ragazzo trascorre l’intera notte nella sua forsennata indagine.
Una volta constatata l’impossibilità di far abbandonare al ragazzo i suoi piani vendicativi, Denis decide di assecondare l’impulsività di Tiberio. La situazione si complica ulteriormente quando entra in scena il Tibetano, scapestrato e beffardo boss di quartiere, che aiuta i due amici a mettersi sulle tracce del criminale.

“Il codice del babbuino” si snoda come fosse un moderno western. I campi rom e la corruzione della Capitale prendono il posto di accampamenti indiani, sale slot e ambienti loschi quello dei saloon. E, proprio come nei western, non si attende l’intervento dello sceriffo; questo, troppo distratto o disinteressato, rimane estraneo dai fatti. Tiberio, da subito, decide di non poter fare affidamento su questo tipo di aiuto. Stabilisce immediatamente di volersi fare giustizia da solo. La vendetta, però, quasi mai è la scelta più saggia, e il film ci tiene a rimarcare questo concetto. La crudezza dei dialoghi e delle dinamiche de “Il codice del babbuino” tendono a rimandare un’immagine fedele – seppur violenta – di questo principio deleterio.

La genesi del film è da attribuire a un fatto di cronaca nera, accaduto a Guidonia nei primi anni del 2000. Lunga e sofferta è stata la gestazione della sceneggiatura, riadattata continuamente in base al misero budget disponibile. Nonostante queste difficoltà, che in alcuni punti della pellicola inevitabilmente emergono, il messaggio ultimo è reso in modo perfettamente chiaro.

6.5

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