Hostiles – Recensione (di Marco Alocci)

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6.5

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Ultimi anni dell’Ottocento. Negli Stati Uniti infuria lo scontro fra i nativi, ormai confinati nelle riserve, e l’esercito americano. Le rappresaglie sono continue e a fare le spese del sanguinoso conflitto è Rosalie Quaid (Rosamund Pike), che in un assalto di un gruppo di indiani Comanche perde il marito e i tre figli. Sola e completamente distrutta dal dolore, viene ritrovata dal sergente Joseph J. Blocker (Christian Bale), incaricato contro la sua volontà di scortare un capo Cheyenne e la sua famiglia nelle loro terre native oltre il Montana.

La storia degli Stati Uniti è un’innato racconto di violenza. Fin dalla loro fondazione gli USA hanno cercato come motivo esistenziale e legittimante un nemico su cui riversare una politica di ostilità e di conflitto. Dai nativi ai neri, per arrivare fino all’Iraq e alla Corea del Nord passando per la guerra civile, non si può non evidenziare un filo conduttore che lega tutti questi corsi e ricorsi storici. Hostiles, diretto da Scott Cooper (Black Mass), riprende proprio questo concetto e lo analizza all’interno di un film itinerante dai toni profondi e riflessivi.

Forte di un Christian Bale adatto ad ogni tipo di situazione e completamente a suo agio nel ruolo del burbero sergente Blocker, Cooper racconta la sua storia di una violenza universale e attuale attraverso un medium narrativo contestualizzato a più di un secolo di distanza dai nostri giorni. Le storie di Joseph e Rosalie, nonché dei nativi americani coinvolti non sembrano mai distanti, né tantomeno sembrano appartenere a realtà lontane. Il film di apertura della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma fa del dolore uno dei suoi principi fondanti, così profondamente radicato nell’umanità e così incredibilmente immutabile.

Hostiles non abbandona lo stile che caratterizza le direzione di Scott Cooper: ritmo lento e ragionato, atmosfera grave e pesante così come in Black Mass, precedente lavoro del regista statunitense. Il film non ne beneficia in fluidità, ma l’incedere particolare può essere considerato come una vera e propria peculiarità e scelta stilistica. Tale ritmo è poi rinforzato da un’ottima regia e da una fotografia molto interessante: le scene crepuscolari ricordano un Sicario in salsa western (e un paragone con una fotografia di Deakins non può che essere un grande complimento).

Manca forse un po’ di mordente narrativo, minato soprattutto dall’inserimento di storie collaterali non veramente approfondite dalla pellicola ma lasciate morire nel giro di qualche scena. A scene forti, incisive, indelebili si affiancano segmenti ben più dimenticabili o quantomeno evitabili nell’economia del racconto. Hostiles è un viaggio simultaneamente duro e magnifico corredato da un messaggio contro il razzismo di rara potenza, capace di trascendere le vicende stesse. Di fronte ad un’impalpabile (talvolta fastidiosa) prova recitativa della Pike si conferma la leadership attoriale di Christian Bale, monumentale sullo schermo e capace di catalizzare le vicende e l’attenzione dello stesso spettatore attraverso un personaggio deciso ma non per questo privo di un percorso evolutivo lungo le due ore abbondanti di film.

Commento finale

Le vicende di Hostiles diventano irrilevanti. Nell'opera di Cooper si è più interessati a cosa ci sia dietro il film piuttosto che a ciò che viene raccontato. Ne giova il messaggio di cui esso si fa portatore, mentre ne fa le spese il cinema in senso stretto, proponendoci un prodotto valido ma di sicuro non privo di imperfezioni e di difetti che emergono lungo l'arco della visione.
6.5

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Critico cinematografico, giurista e speaker. Classe '94, nato insieme a Dookie, Forrest Gump, Pulp Fiction e Le Ali della Libertà, ma con il cuore a Juno.

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