Resident Evil VII: biohazard - Recensione

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8.8

Ottimo

La serie Resident Evil ha vissuto in un impasse di confusione fuori dal comune. Passare dall’essere tra le serie più incredibili e apprezzate del panorama videoludico, fino a svoltare il genere per “esigenze di mercato” con gli ultimi capitoli. Il quarto capitolo è considerato da molti un capolavoro (e come dargli torto?) ma è probabilmente l’unico titolo della trilogia più action della serie. Resident Evil ha sempre evidenziato una prevalenza per il genere survival, mettendo il giocatore in una situazione ansiogena a causa di salvataggi ridotti, inventario limitato e nemici che riuscivano a prendere di sorpresa e in modo decisamente cattivo il giocatore. Dal quarto capitolo si è passati a sperimentare il genere action, secondo Capcom “per esigenze di mercato” come di cui sopra. Resident Evil 4 aveva dalla sua le migliori componenti survival associate ad un buonissimo sistema action: il tutto era un mix perfetto di fruibilità e novità degne del nome. Il quinto capitolo tentava di ripercorrere la stessa strada, portando qualche novità non proprio apprezzata e una storia nemmeno paragonabile a quella del capitolo precedente. La caduta della serie, però, è avvenuta principalmente con il sesto capitolo, dove la svolta action è passata in primo piano, mettendo alle spalle quanto di meglio si era fatto in passato. I voti parlavano di un buon titolo, ma la realtà dei fatti è che Resident Evil 6 era la mediocrità fatta a gioco, la decadenza di una serie stellare e amata come la proprietà intellettuale di Capcom. Le promesse erano sempre le solite “torneremo alle origini”, visto le giuste critiche per una svolta poco appropriata alla serie, ma Capcom è inciampata nella confusione più totale, perdendo le redini dall’uscita di Mikami e soprattutto la struttura “reale” di quello che in realtà Resident Evil è sempre stato: un survival game. Questa lunga introduzione è servita per presentare la svolta, il ritorno alle origini tanto promesso: Resident Evil VII è un grandissimo gioco e ora ve ne parlo nel dettaglio.

Dulvey, località fittizia della Louisiana. Mia è scomparsa da tre anni e Ethan ha ormai perso le speranze. Un giorno Mia manda una mail a suo marito dicendogli di raggiungerla in Louisiana, nella casa della famiglia Baker. Preso dalla speranza di ritrovare sua moglie, Ethan parte e si dirige in quel luogo, dove a dargli il benvenuto è una casa in rovina, lugubre e decisamente inquietante. C’è qualcosa che non va nella casa e la paura di essere “colpiti” improvvisamente è perenne. Non vado oltre per non dare nessuno spoiler alla sottile trama che segue il gioco. A differenza degli altri capitoli, si nota come la sceneggiatura sia di grande impatto e anche molto matura. La penna di Richard Pearsey, conosciuto per F.E.A.R e soprattutto quel capolavoro narrativo di Spec Ops: The Line, si sente tutta: i dialoghi sono decisamente superiori e il modo di raccontare la trama è un passo avanti rispetto alla goliardica versione degli ultimi capitoli usciti. Il fatto che Capcom abbia tentato la via della prima persona è stata incredibile: quello che si ha di fronte è infatti un titolo pienamente ripreso dalle origini della serie, ma da un punto di vista diverso.

Ed è proprio qui che la scelta della prima persona ha dato nuova linfa vitale, ma soprattutto senza essere una scopiazzatura da altri titoli conosciuti. Dal suo annuncio ad oggi, Resident Evil VII è stato spesso accostato al buon P.T di Konami (poi cancellato) e soprattutto ad Outlast, titolo indie che ha riscosso un incredibile ed onesto successo. Effettivamente le somiglianze c’erano tutte: entrambi i titoli portano una visuale in prima persona, quindi vedere Resident Evil VII appropriarsene in un secondo momento può sembrare una scelta disperata. Nulla di vero, fortunatamente, perché nonostante il cambio di visuale, Resident Evil VII muove davvero i passi cercando di proporre una versione odierna del primo capolavoro uscito della serie. Usare certe meccaniche da PS1 non avrebbe di certo giovato in questa generazione, infatti la scelta della prima persona è sicuramente quella più valida, ma per quanto concerne il resto, il gioco ritorna alle origini nel migliore dei modi. Enigmi da risolvere, chiavi da recuperare e segreti da scoprire. Però, esattamente a questo punto, si notano le differenze dai titoli sopraccitati: Resident Evil VII non si configura come un titolo stealth come Outlast, ma bensì più incentrato sulla sopravvivenza pura e diretta, combattendo con il male e affrontarlo in maniera sempre diversificata. Non mancano infatti i boss, i nemici divisi per categoria e genere, ma anche armi da trovare per riuscire ad avere la meglio più facilmente sul nemico. Anche il backtracking è presente e mai in maniera fastidiosa: il gioco sfrutta delle aree grandi da esplorare che sono parte dell’intera tenuta Baker. Insomma, Resident Evil VII è esattamente tornato alle origini della serie, offrendo un buonissimo gameplay modernizzato per stare al passo coi tempi.

La longevità è nella media, offrendo un buon numero di ore per l’intensità della trama. Il gioco si può completare tranquillamente in circa sette ore, però sempre a discapito del giocatore. A rendere la longevità del gioco più bassa è la difficoltà non troppo elevata: i continui checkpoint e situazioni favorevoli rendono il gioco comunque abbastanza semplice da affrontare, ma probabilmente l’idea di Capcom era quella di far credere al giocatore che sia così. Finito il gioco a difficoltà Normale, dopo esserselo goduto in ogni suo angolo, si sblocca la difficoltà Manicomio. Qui le cose si fanno davvero interessanti, proponendo una difficoltà incredibilmente più complicata, salvataggi limitati, checkpoint rari e molte meno munizioni disponibili. A seguire ci sarà un inventario maggiormente ridotto, la salute più bassa e, la cosa più bella di tutte, la casualità di spawn degli oggetti: se nella prima run a Normale avete trovato le chiavi in un posto, a Manicomio queste saranno nascoste in un’altra zona o più di una, quindi aiuta a rendere meno ripetitivo il gioco e offrendo al giocatore la vera esperienza Resident Evil.

Tecnicamente il lavoro svolto dagli sviluppatori è encomiabile: il RE Engine è di ottima fattura, leggero e fruibile, offrendo i 60fps senza nessun tipo di calo, anche nelle fasi più caotiche. Buoni i modelli dei personaggi e soprattutto l’illuminazione degli ambienti, infatti spesso e volentieri sentirete davvero di essere oppressi e braccati improvvisamente da uno dei membri della famiglia Baker. Artisticamente, poi, siamo ad un livello superiore rispetto agli ultimi capitoli usciti, con ambientazioni cupe e misteriose, rivoltanti ed esagerate al punto giusto: smembramenti, sangue e altre parti dell’organismo sono perenni per tutta l’avventura, mettendo a dura prova anche lo stomaco in certi frangenti. I personaggi funzionano egregiamente, davvero ben scritti e funzionali, con la curiosità di scoprire di più sul loro background. L’unico principale problema sul versante tecnico sono le texture, in alcuni casi davvero in bassa risoluzione e che stonano non poco con il resto. Probabilmente si tratta di un compromesso per rendere il tutto molto fluido e funzionale, infatti l’impatto generale è di ottima fattura, ma nel dettaglio si possono scoprire le pecche che hanno resto tale tutto il resto.

Grazie alla copia PS4 da me posseduta, ho avuto modo di provare il titolo anche nella sua variante VR. Principalmente si notano i tantissimi compromessi grafici rispetto alla versione base, ma c’è da dire che l’immedesimazione ne giova tantissimo. Vivere direttamente il gioco “direttamente” è tutt’altra cosa e se mentre nella mia postazione classica sono saltato un paio di volte e ho avuto l’ansia in certe sequenze, in VR anche il semplice muoversi per la casa è inquietante, avendo la possibilità anche di avvicinarsi con gli occhi per notare meglio alcuni dettagli, come la marca degli stivali. Con titoli di questo calibro, il PlayStation VR ha senso di esistere e potrebbe tranquillamente valere tutti i soldi di listino, ma è anche vero che al momento Resident Evil VII è l’unico titolo “completo” e realmente valido che sfrutta tale tecnologia.

Pro

  • Ritorno alle origini
  • Atmosfera incredibilmente valida
  • La difficoltà Manicomio è una splendida esperienza

Contro

  • Motion sickness con il VR
  • Compromessi grafici sia per la realtà virtuale che non

Commento finale

Resident Evil VII è un titolo validissimo, un apprezzato ritorno di una delle saghe di maggior successo. Capcom ha vinto la scommessa, zittendo tutti coloro che credevano nell’ennesimo titolo senz’anima e soprattutto, senza quella verve di cui la serie aveva bisogno. Il gioco riprende fedelmente le origini, ma fa anche di più: le rende moderne e funzionali con le tecnologie che ora si possono sfruttare. Ottimo anche il comparto tecnico, grafico e artistico, oltre che quello sonoro. Giocare il titolo con le cuffie è di per sé la miglior esperienza che si può trarre dal gioco, ritrovandosi in situazioni davvero inquietanti e capaci di smuovere il controllo anche dei meno paurosi. L’esperienza con il VR è incredibile, anche se al netto di qualche problema legato al motion sickness e soprattutto alla fedeltà grafica del gioco: sono compromessi che dimostrano come la realtà virtuale è ancora in fase embrionale ma piena di potenziale. Resident Evil VII è un titolo incredibile e, soprattutto per gli appassionati dei primi capitoli, risulta essere un must have.
8.8

Ottimo

Personaggio particolare, simpatico e con la curiosità di un gatto. Cresciuto a pane e videogiochi, che ha scoperto nei primi anni di età, si è poi appassionato alla scrittura, alla filosofia e al cinema. Fedele al movimento multipiattaforma, che prima o poi metterà la parola fine alla console war.

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