Detroit – Recensione

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8

Ottimo

L’intolleranza nei confronti dei neri ha raggiunto, nella Detroit del 1967, livelli insostenibili. Confinati in squallidi e sovraffollati ghetti, subiscono quotidianamente i soprusi delle autorità locali, costantemente alla ricerca di pretesti per sfogare il proprio odio razziale nei loro confronti. Durante la celebre rivolta di 12th Street, si consuma presso l’Algiers Motel una delle azioni di polizia più efferate di sempre nei confronti della popolazione nera. In una Detroit dilaniata da questo conflitto continua però a vivere la speranza di alcuni giovani cantanti soul alla ricerca del successo: The Dramatics.

Dopo l’ingiustificato flop al botteghino statunitense, Detroit di Kathryn Bigelow (The Hurt Locker, Zero Dark Thirty) approda alla Festa del Cinema di Roma. La regista statunitense decide infatti di dedicarsi alla regia di un film solo apparentemente semplice: sebbene il tema della discriminazione razziale nei confronti degli afroamericani possa sembrare abusato o, quantomeno, “ampiamente” trattato, Detroit è ben differente dai canoni. Improntato su un dualismo narrativo, fonde storie collettive ed individuali, raccontando vicende che, per la loro rilevanza storica, catturano l’interesse dello spettatore.

La capacità di Detroit di coinvolgere è eccezionale. Superata infatti una parte iniziale più didascalica e dai ritmi compassati, il film corre a briglie sciolte verso il suo cuore. La sequenza dell’Algiers Motel incident è l’anima della pellicola, il fulcro specifico di un evento generale. I protagonisti, benché coinvolti a vario titolo nei fatti del 1967, convergono su quell’episodio ed è proprio quell’episodio a riassumere l’essenza di Detroit. Violenza, crudeltà e razzismo sono solo alcuni degli aspetti che emergono: dai fatti dell’Algiers Motel emergono le più spaventose bassezze umane, la cattiveria e l’odio che possono spingere l’uomo a compiere ciò che di più turpe si possa immaginare.

Il film è sapientemente costruito dal collaudato duo Bigelow-Boal (regia-sceneggiatura) e ben interpretato da un cast di assoluto rispetto in cui emergono attori del calibro di John Boyega (già visto in Star Wars VII), Anthony Mackie e Will Poulter. Detroit colpisce perché sa come farlo, mischiando le sue due anime e accompagnandole con il soul, la voce di un popolo ferito, il grido di dolore di un’America schiacciata dai propri “concittadini”. Il film restituisce tutto ciò e lo fa con un connubio di stili e generi che è difficile non apprezzare.

Quasi tutto calza alla perfezione, da una colonna sonora calda e avvolgente ad una sceneggiatura coinvolgente. Pecca talvolta la regia, rea di essere troppo “ballerina” in alcune situazioni in cui il “movimentato” della macchina da presa ha un effetto più deleterio che stilistico. Interessanti invece le scelte di montaggio, spesso e volentieri originali e adatte alle situazioni del film.

Commento finale

Detroit, nelle sue peculiarità, accarezza il mondo della musica e della Motown per farlo collidere con la tremenda realtà di una città scossa dall’odio razziale e dall’insofferenza delle minoranze di fronte a ciò. Il risultato è un’opera soul, un film storico in cui la musica è strumento di salvezza e di speranza.
8

Ottimo

Critico cinematografico, giurista e speaker.
Classe ’94, nato insieme a Dookie, Forrest Gump, Pulp Fiction e Le Ali della Libertà, ma con il cuore a Juno.

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