Civiltà Perduta – Recensione

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7.5

Buono

Alla ricerca di un sogno nel cuore dell'Amazzonia

A una storia vera, tratta dal best seller “Z la città perduta” (The Lost City of Z), di David Grann, è ispirato  l’ultimo film di James Gray, il regista statunitense che già ci aveva colpito al cuore con il suo “Little Odessa”, Leone d’Argento per la miglior regia nel 1994.

Qui Gray, cresciuto con la realizzazione di altre crime story, cambia genere ancora una volta e propone un film d’avventura, nella miglior tradizione di “Lawrence d’Arabia”. Certo il regista non ha la grandeur di David Lean, né il suo attore protagonista Charlie Hunnam il carisma di Peter O’ Toole, ma Civiltà perduta è un film onesto e avvincente, e la sua non è solo la storia della scoperta di una terra sconosciuta e dell’incontro con gli indigeni del Sud America, ma anche un intenso sguardo ai valori e alle dinamiche familiari.

civiltà perduta

Nel 1909 il maggiore Percy Fawcett, tormentato dal desiderio di ridare lustro alla sua famiglia decaduta, accetta la proposta della corona britannica di compiere un’esplorazione per la Royal Geographical Society e di recarsi in Amazzonia, ai confini tra Brasile e Bolivia, per mappare un territorio ancora sconosciuto e conteso tra i due Paesi per via della preziosa coltivazione di alberi della gomma.

La spedizione si rivela piena di pericoli, e porta Fawcett e il suo gruppo all’incontro ravvicinato con gli indios e con la loro cultura. Il militare Intuisce l’esistenza di una civiltà antica e probabilmente di una città che chiama “Z”, nascosta nel deserto verde della giungla, e una volta riuscito a tornare in patria condividerà la sua visione con gli altri membri della Royal Geographical Society. Ammettere l’esistenza di una civiltà anteriore al suo mondo, tuttavia, lascia disgustata la bigotta platea di blasonati britannici. L’ impresa di Fawcett lo renderà famoso e gli porterà nuove onorificenze, ma non sufficienti per placare la sua ambizione, o l’inquietudine del suo sogno. Combatterà sul fronte francese durante la prima guerra mondiale, continuamente diviso tra i suoi doveri di marito e di padre e la voce interiore che lo chiama irresistibilmente verso l’ignoto (memorabili le sequenze dedicate alla carneficina causata dal conflitto mondiale). Partirà ancora due volte per Amazzonia, l’ultima accompagnato dal figlio Jack, ma da questa non torneranno più né padre né figlio. La loro scomparsa rimarrà per il mondo un mistero insoluto.

Citando Herzog e Joffé

Impossibile, durante la visione del film, non ricordare capolavori come “Fitzcarraldo” di Werner Herzog o “Mission” di Roland Joffé, specie quando ci si imbatte in un’opera house nel bel mezzo della giungla, o semplicemente viene raccontata con occhio critico la condizione di assoggettamento in cui sono tenuti gli indios. Probabilmente, tuttavia, il vero nucleo del film è la condizione femminile. L’ormai colonnello Fawcett si batte contro l’arretratezza dei contemporanei che trovano inammissibile che dei “selvaggi” abbiano potuto dare vita a una civiltà antecedente quella europea (e inglese in particolare). Eppure egli stesso non riesce ad accettare l’idea di una parità tra i sessi, e  relegherà sempre l’avventurosa e intelligente moglie Nina (Sienna Miller) nel ruolo di madre e angelo del focolare. Eppure è proprio Nina la vera detentrice del sogno e dell’intera visione, e riuscirà a scoprire un documento del Settecento che convalida la teoria del marito. Ma con lui, come avrebbe voluto, non partirà mai.

Commento finale

Un film avventuroso e coinvolgente, forse un po' troppo prolisso verso la fine, che si avvale dell'interpretazione di Sienna Miller e Robert Pattinson. Certamente sarebbe risultato più convincente se nel ruolo poi assegnato a Charlie Hunnam fosse rimasto Brad Pitt, come sembrava all'inizio. Pitt si riserva invece il ruolo di produttore con la sua Plan B Entertainment . Partecipazione cameo di Franco Nero.  
7.5

Buono

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