Blade Runner 2049 – Recensione (di Marco Alocci)

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7

Buono

2049. Il miliardario Niander Wallace ha sconfitto la crisi mondiale degli ecosistemi grazie alle sue tecnologie sulle colture sintetiche, sostituendosi all’industria Tyrell, ormai in rovina, e progettando degli androidi obbedienti e innocui. Alcuni vecchi modelli, i Nexus 8s, sono però sopravvissuti al “ritiro” e al Blackout del 2022. Gli agenti che li cacciano per terminarne l’esistenza sono ancora noti come Blade Runner.

Difficile, quasi impossibile trovare parole migliori di quelle dell’incipit di Blade Runner 2049. Le brevi ed incisive “sentenze” che aprono il film diretto da Denis Villeneuve immergono immediatamente lo spettatore nel mondo immaginato e creato da Philip K. Dick nel 1968 con Il cacciatore di androidi. A 35 anni di distanza dall’adattamento cinematografico di Ridley Scott, capace di rivoluzionare (e forse addirittura di “creare”) la fantascienza moderna, si percepisce l’enorme peso che grava sulle spalle di una produzione con l’arduo compito di non deludere più di una generazione di appassionati.

Blade Runner deve parte delle sue fortune alla meravigliosa ambientazione. Scott immaginò già nel 1982 un futuro cupo e opprimente, una Los Angeles intrisa di una perenne pioggia e invasa da un marketing aggressivo, anticipando la forte influenza che i nipponici avrebbero cominciato ad avere sulla società occidentale di lì a poco. Il futuro di Blade Runner spiazzò completamente lo spettatore: quello del 2019 era un mondo a dir poco affascinante. Che l’impatto di Blade Runner 2049 non possa essere lo stesso è inevitabile, riproponendo sostanzialmente, benché con un salto temporale di 30 anni, un panorama molto simile. La cura di Villeneuve (e di Roger Deakins alla fotografia) è sconcertante: Los Angeles 2049 emana sensazioni molto forti e restituisce quella gravosa atmosfera di un futuro arido e sterile. Si rasenta la perfezione visiva, con la proposizione di alcune scene in cui la sincronia fra regia e fotografia è assoluta. Non serve essere degli esperti per accorgersi che cinematograficamente parlando c’è solo un aggettivo per descrivere Blade Runner 2049: impeccabile.

Pecche si riscontrano invece quando a passare sotto la lente di ingrandimento sono le vicende che animano il sequel di Villeneuve. Mettendo al centro del progetto il silente carisma dell’Agente K (Ryan Gosling), il regista canadese manifesta l’intenzione di voler lasciar parlare più il film stesso dei suoi protagonisti. Le strade narrative che esso percorre sono particolari e toccano argomenti che il primo capitolo aveva appena accennato o su cui aveva volontariamente glissato. Dall’amore alla speranza, Blade Runner 2049 si fa portatore di messaggi del tutto estranei alla retorica del suo predecessore ed in generale avulsi alla filosofia della vera e propria disperazione che apriva e chiudeva Blade Runner. Il 2049 segna la nascita della speranza, del “miracolo” frutto dell’amore e qualcosa di “più umano dell’umano”. I toni cambiano: sotto una cupola di dolore si nasconde, effettivamente, qualcosa di positivo.

L’influenza della modernità su Blade Runner risiede dunque, oltre che nella rinnovata veste visiva, in una visione filosofica che abbandona il male assoluto del primo capitolo per trasformarlo in una manichea contrapposizione con il bene. Qui Villeneuve richiama quella che già in Blade Runner era l’espressione di un’ “umanità latente”, riprendendo dunque un tema filosofico-esistenziale essenziale. Più che il tema in sè, assolutamente legittimo, è criticabile il suo sviluppo, ridotto ad un accadimento narrativo piuttosto banale (per la portata del tema che vorrebbe sostenere): tale banalità culmina in un finale inadeguato, spiazzante per la sua incapacità di essere il finale che ci si aspetterebbe non tanto a livello contenutistico, quanto per l’impatto sullo spettatore stesso. Blade Runner 2049 si conclude svogliatamente, scialbo quasi quanto l’operazione-nostalgia messa in atto con l’inserimento di un Harrison Ford meramente simbolico (ma mal sfruttato per l’obiettivo stesso che dovrebbe giustificare la sua presenza nel film).

Commento finale

Oltre l’estasi visiva, Villeneuve dimostra la personalità di voler proporre un sequel all’altezza di aspettative comunque impareggiabili. Personalità che invece, nel momento vitale, manca proprio a questo sequel. Lì dove lo si aspetta più impazientemente, manca di quel salto di qualità tematico che possa davvero consacrare un seguito all’altezza del suo predecessore. E’ nelle quasi tre ore di durata a ritmi più o meno sostenuti che si perde, nei meandri di una superficialità narrativa, l’intuizione vincente. Come lacrime nella pioggia.
7

Buono

Critico cinematografico, giurista e speaker. Classe '94, nato insieme a Dookie, Forrest Gump, Pulp Fiction e Le Ali della Libertà, ma con il cuore a Juno.

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