A Way Out – Recensione

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Esattamente come Brothers: A tale of two sons, anche il nuovo “A Way Out” propone uno scheletro ludico basato sulla cooperazione; se il primo titolo diretto da Josef Fares proponeva tuttavia un singolare gameplay basato sull’utilizzo di due personaggi differenti affidandone i movimenti all’inclinazione dei due differenti stick analogici del joypad (e quindi ad un solo giocatore), il nuovo prodotto firmato da Electronic Arts è decisamente figlio delle mode e dei tempi che corrono.

Studiato specificamente per essere giocato solamente in multiplayer – anche con un amico provvisto di sola demo gratuita, o direttamente in locale – A way Out racconta la storia di due prigionieri impegnati dapprima in un’evasione spettacolare e rocambolesca e in un secondo momento decisi a portare a compimento una vendetta che ha radici nel passato dei due uomini. Basta qualche minuto per intuire che la pretesa della produzione in questione è quella di inscenare un vero e proprio film d’azione, pur non vantando il budget di videogiochi firmato da David Cage o il “know how” tecnico di Naughty Dog e soci. Gli sforzi a livello registico sono indubbiamente apprezzabili e danno vita ad una messinscena tutto sommato curata – ma infestata da slow motion stucchevoli e soluzioni visive spesso fine a se stesse –, ma A Way Out finisce fin troppo spesso per anteporre il suo desiderio di essere fruito come vero e proprio surrogato di un prodotto cinematografico al suo essere, tecnicamente, un prodotto di mero intrattenimento videoludico.

Pro

  • Esteticamente piacevole, soprattutto a livello scenografico.
  • Regia digitale molto dinamica e ben realizzata (anche se un po’ stucchevole).

Contro

  • Storia e dialoghi da dimenticare.
  • L’atto finale sfocia nel nonsense più completo pur di tentare di emozionare in qualche modo.
  • A malapena interattivo.
  • Le scelte dei “bivi” non modificano in alcun modo la storia.

Commento finale

C’è davvero poco di sperimentale in “A Way Out”, nonostante il progetto sia stato presentato come una sorta di videogioco co-op di nuova generazione. I giocatori non hanno un ruolo fondamentale all’interno della traballante e telefonatissima narrazione e per tutta la sua durata si è chiamati a svolgere azioni meccaniche nel modo più semplicistico possibile, beandosi di qualche rallenty qui e di qualche citazione cinematografica là. Non è del tutto evitabile, ma sicuramente il prodotto EA rimane difficilmente apprezzabile da parte di chiunque sia in possesso anche di una seppur mediocre formazione cinematografica.
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C'è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d'epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.

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