A casa tutti bene – Recensione

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Figli, nipoti, cugini, parenti acquisiti, una ex moglie, tutti chiamati dalla coppia capostipite a festeggiare le proprie nozze d’oro su un’isola.

Alla fine della festa, un mare in burrasca li costringerà a rimanere sull’isola per l’impossibilità di imbarcarsi e raggiungere le rispettive città e le proprie vite abituali.

Costretti a prolungare un tempo di tre giorni, che doveva essere ridotto ad uno soltanto, si troveranno, quindi, a condividere uno spazio, nel quale emergeranno i conflitti di fasce sociali diverse, sofferenze finanziarie, inquietudini esistenziali e innamoramenti inaspettati. La condizione di convivenza forzata riaccende e fa esplodere tensioni sopite o anestetizzate dal tempo, lasciando affiorare irrequietezze, infelicità, frustrazioni, tradimenti e gelosie con cui tutti, tranne i bambini, due giovani adolescenti e un malato di Alzheimer spettatori di quanto accade, saranno costretti a misurarsi senza possibilità di fuga.

A Casa tutti bene è il nuovo film di Gabriele Muccino che, a distanza di 12 anni, lascia Los Angeles per tornare in Italia. I personaggi del film corale, sono gli stessi a cui ci ha abituato nelle sue opere precedenti: insicuri, irrisolti, disperatamente alla ricerca della felicità. Ognuno di essi per sopravvivere alla propria angoscia, ritaglia nella propria mente un giardino segreto nel quale modellare la realtà che vive, filtrandola per poterla accettare: la moglie tradita mente a se stessa sui tradimenti del marito, camuffando gli incontri con l’amante con dei viaggi di lavoro; Il cugino travolto dai debiti, improvvisa canzonette al pianoforte o racconta barzellette per creare quella falsa complicità in una famiglia dalla quale si sente in realtà escluso; il fratello scrittore si coinvolge in una storia di sesso con la cugina per dar vita a quei 20 minuti (titolo di un suo libro), nei quali ognuno, all’inizio di una storia, in quel piccolo ritaglio di tempo, intreccia la propria vita a quella di un altro, illudendosi di potersi rimettere in gioco, travisando però una poesia di Hikmet (Il più bello dei mari).

Gli adulti di Muccino, adoperano modalità inappropriate all’età anagrafica che posseggono, in contrapposizione ai due adolescenti, misurati e cauti nella ricerca dei propri desideri. Gli uomini e le donne hanno aspettative inevitabilmente deluse, poiché non pronti ad affrontare l’autocoscienza dei propri limiti e delle proprie fragilità e attraverso l’espediente del camuffare e del dimenticare, quindi, credono di poter incontrare la propria felicità.

Soltanto lo zio, colpito da Alzheimer, poiché immune alle aspettative, che la malattia cancella insieme ai propri ricordi, è paradossalmente libero attraverso “il dimenticare”.

Immagini tecnicamente di rilievo e stilisticamente fluide, contraddistinte da una recitazione di qualità, conducono lo spettatore in qualcosa, purtroppo, di già visto e inevitabilmente non risolto, come in una frase di risposta convenzionale “A casa tutti bene”, che risponde ma non coinvolge.

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