The Evil Within – Recensione

Da quando Capcom ha deciso di trasformare Resident Evil in un insulto al buon gusto, tanti sono i fan e i videogiocatori in generale rimasti orfani di un punto di riferimento sì tanto importante della storia videoludica. E non da meno si sarà sentito il padre del survival horror moderno: Shinji Mikami, il genio giapponese che dopo aver abbandonato la casa di Osaka ha girato in lungo e in largo per poi ritrovarsi sotto l’ala protettrice di Bethesda Softworks, laddove ha fondato uno studio tutto suo chiamato Tango Gameworks.
Sono ormai passati 2 anni da quando annunciò Project Zwei (solo di recente divenuto The Evil Within), quello che nei suoi propositi sarebbe dovuto essere il survival horror definitivo, oltre che un ritorno in grande stile di un genere che nella settima generazione è parso quasi defunto se fatta eccezione dei due Silent Hill e di Siren: Blood Curse. Un po’ poco in così tanti anni, no?
L’occasione era ghiottissima anche per dare un deciso schiaffo morale alla grande C, e dimostrare che in tanti hanno ancora voglia di spaventarsi e vivere le atmosfere da incubo cui erano abituati a Raccoon City e dintorni. Ma sarà riuscito nell’intento? Scopriamolo assieme.

Titolo: The Evil Within
Sviluppatore: Tango Gameworks
Publisher: Bethesda Softworks
Genere: Survival Horror (?)
Piattaforme: PlayStation 3 – PlayStation 4 – Xbox 360 – Xbox One – PC
Giocatori offline/online: solo single player
Localizzazione: Doppiaggio italiano
Distribuzione: retail – digital delivery
Prezzo: € 69,99

Resident Evil 3.5?

A quanti potrà sembrare alieno il nome del paragrafo, rimando ad alcuni video facilmente trovabili in rete che mostrano quello che era il prototipo intermedio di Resident Evil 4, un gioco che storicamente ha avuto uno sviluppo molto travagliato: perché intermedio? Perché, come ormai è comunemente risaputo, il progetto iniziale di Resident Evil 4 fu affidato da Capcom a Kamiya, e vi lascio immaginare quello che ne stava uscendo, tanto che Mikami fece forti pressioni sulla casa di Osaka affinchè fosse trasformato in una IP tutta nuova. Da lì nacque Devil May Cry. Da allora Mikami fu demandato a dirigere lo sviluppo della quarta iterazione della celebre saga, la quale inizialmente doveva essere ancora un survival horror, con tanto di elementi soprannaturali alla Silent Hill. Ma lo sviluppo fu bruscamente interrotto a causa dei flop commerciali di Resident Evil Rebirth e Zero su GameCube, tanto che il gioco fu drasticamente cambiato per incontrare un pubblico più ampio, fino a divenire quello che oggi è conosciuto come Resident Evil 4: un action horror che, pur tradendo le radici della serie, ebbe un successo di critica e pubblico senza paragoni.

Non temete, non mi dilungherò oltre nel dispensare queste pillole di storia videoludica perché è ora di chiarire i motivi di tale premessa ai fini della recensione di The Evil Within: come prima accennato, infatti, guardando i video di quello che è passato alla storia come Resident Evil 3.5 e giocando a The Evil Within si noteranno non poche somiglianze. Nel bene e nel male.

The Evil Within 1

Maledette bande nere!

La prima cosa che salta all’occhio nell’approcciarsi al titolo di Tango Gameworks sono proprio quelle bande nere che tante polemiche hanno suscitato nei giorni appena precedenti ed appena successivi all’uscita del gioco nei negozi: “per renderlo più cinematografico” dicevano, e pur fingendo di accettare l’assurda logica per cui un presunto survival horror dovrebbe essere “cinematografico”, non possiamo transigere sul fastidio enorme che queste causano al giocatore, al quale limitano palesemente la vista sulle lunghe distanze e, non di rado, potrebbero essere anche causa di frustranti morti non dipendenti dal raziocinio di chi impugna il pad ma dall’impossibilità di notare nemici in lontananza. Una scelta che va condannata su tutta la linea, quindi, e difficile persino da commentare per quanto inspiegabile sia.

The Evil Within 2

L’inizio di un nuovo incubo… ma stavolta l’Umbrella non c’entra!

Le premesse narrative di The Evil Within vedono il detective Sebastian Castellanos inviato ad indagare un misterioso omicidio di massa avvenuto all’ospedale locale: un’inizio non dei più originali di certo. Una volta sul posto, il nostro protagonista si renderà presto conto che un male ben peggiore si annida nei meandri di quell’ospedale, un male che ben presto metterà a ferro e fuoco l’intera città, sterminando i colleghi intervenuti con lui e lasciandolo solo in un mondo angosciante, contorto, popolato da creature abominevoli molto simili ai ganados di Resident Evil 4.
Una trama che non parte nel migliore dei modi, e che ci metterà molto ad ingranare per bene, ma che risulta comunque tutto sommato godibile nelle circa 15 ore che impiegherete per portare a termine The Evil Within, soprattutto grazie ad un’atmosfera cupa e opprimente, che aiuterà non poco nell’immedesimazione.
Ma perchè è solo “godibile”? Perché, purtroppo, il motivo principale per cui la storia di Sebastian Castellanos è tale e tradisce le attese derivanti dalla presenza di Mikami è proprio la mano di quest’ultimo. In The Evil Within non sapremo mai quando finiscono le citazioni ed iniziano i plagi veri e propri, l’avventura principale è costellata da una mole di clichè e citazioni senza fine, a partire dalla celeberrima sequenza del primo zombie di Resident Evil, per arrivare al tizio con la motosega e i nemici simil ganados presi pari pari da Resident Evil 4, passando per i mondi distorti alla Silent Hill ed un gameplay che mescola il prima citato RE 4 e The Last of Us (ma di questo parlerò nel paragrafo successivo). Gli altri clichè, o le altre “citazioni” lascio che siate voi a scoprirle.
Ovviamente non è detto che un gioco debba per forza presentare elementi d’innovazione, o rivoluzionare un genere, per ricevere ottime valutazioni: tuttavia The Evil Within è condito da tanti spunti presi da altri titoli, ma che non sono amalgamati al meglio e, perciò, lo relegano nella fascia di quei titoli partiti con aspettative altissime e poi divenuti semplicemente dei buoni giochi.
Parlando dei personaggi, invece, viene da dire che Sebastian Castellanos non verrà probabilmente ricordato negli anni come Chris Redfield o Leon Kennedy, ma è comunque una figura intrigante, così come i pochi altri esseri umani con cui avremo a che fare nel corso della Campagna principale, tutti circondati da quell’alone di mistero che in un titolo del genere non guasta di certo e che spingerà ad andare avanti per scoprire le ragioni dietro la presenza di bricioli di umanità in mezzo all’incubo che sta vivendo il nostro detective.

The Evil Within 3

Il gameplay, croce e delizia di Mikami

Il gameplay, come prima accennato, è tutto fuorchè originale e, a dirla tutta, scopiazza di qua e di là e risulta essere uno dei punti più critici del gioco: da un sistema di mira alla Resident Evil 4, con un protagonista macchinoso, ad un sistema di crafting preso da The Last of Us con tanto di albero delle abilità e la possibilità di migliorare il nostro personaggio, che un po’ ricorda anche l’ultimo Dead Space. Ma il grave problema di The Evil Within non è tanto la moltitudine di titoli da cui Mikami ha attinto a piene mani senza curarsi molto di mascherare la cosa, quanto più che stiamo parlando di una serie di elementi che nulla hanno a che fare con quello che sarebbe dovuto essere il gioco. Perché in un survival horror dovrebbe essere possibile potenziare il personaggio? Perché un survival horror dovrebbe essere diviso in capitoli (eh già!)? Perché nonostante l’evoluzione del mondo videoludico e l’utilizzo di un motore come l’ID Tech 5, Mikami ha scelto di rendere volutamente legnoso il sistema di mira? Che forse non si sia reso conto che sono passati quasi 10 anni da Resident Evil 4 ed ormai quel gioco non è più innovativo come lo fu all’epoca? Tutta una serie di domande cui non avremo mai risposta, ma che la dicono lunga su alcune gravi deficienze in termini di gameplay e su quanto sia stata falsa e campata in aria la campagna di marketing del gioco. Parliamoci chiaro infatti: The Evil Within  non è affatto un survival horror, ma un più comune action horror come possono esserlo i vari Dead Space.
Analizzandolo da questo punto di vista, di sicuro il giudizio è meno severo nei confronti della prima opera di Tango Gameworks:  un gioco che alterna capitoli in cui avremo a disposizione poche risorse e dovremo eludere i nemici, ad altre in cui saremo di fronte ad un TPS duro e puro. Il sistema di combattimento, come accennato, è molto simile al quarto Resident Evil per quanto concerne il sistema di mira, mentre il corpo a corpo e l’utilizzo di armi bianche saranno praticamente inutili e fini a se stessi, votati soltanto a liberarsi dalla morsa dei nemici nel breve termine.
Ma non illudetevi che atterrando questi ultimi ve ne liberiate, poiché se non darete fuoco ai loro corpi questi si rialzeranno e torneranno più forti di prima. Ovviamente, dato che le risorse saranno spesso scarse, sarà sempre conveniente ponderare bene queste scelte valutando se questi nemici sono in posti in cui potreste ritornare o meno.
Muoversi con circospezione è anche molto utile per evitare di cascare nelle numerose trappole presenti nelle ambientazioni, che se notate in anticipo possono perfino essere utilizzate a proprio vantaggio nei confronti delle creature che popolano il mondo di gioco, magari sfruttando le numerose bottiglie che troverete in giro per i capitoli per attirarli, oppure sporgendovi ed aspettando che questi si fiondino contro di voi. Ma non prendetela troppo alla leggera, perché il rumore causato dall’attivazione di una di queste trappole potrebbe anche attirare altri mostri nei dintorni e far rivoltare la situazione contro di voi.

The Evil Within 4

Come si potrebbe evincere leggendo le righe precedenti, il gioco è decisamente più difficile ed impegnativo della media, ed in questo senso il minimo errore potrebbe costarvi caro vista l’aggressività dei nemici e la voluta scarsa incisività del corpo a corpo. Tuttavia, se da un lato viene da pensare che sia anche piacevole avere a che fare ogni tanto con un titolo che porti a spremere le meningi, è anche vero che la sua difficoltà non è bilanciata molto bene, sostanziandosi spesso in un frustrante trial & error dovuto a dei checkpoint non semplicemente lontani (non sarebbe un problema se fossero soltanto distanti fra loro), ma posizionati male. Davvero male. Tanto che più di una volta ho dovuto ripetere una serie di noiose operazioni di crafting prima di ritrovarmi contro il boss che non riuscivo ad eliminare.

Parlando infine del sistema di potenziamento del personaggio, questo può avvenire soltanto utilizzando uno speciale gel verde che si trova esplorando i livelli, e ci si può potenziare soltanto negli stessi punti che ho citato sopra in cui si può anche salvare. Ovviamente questi potenziamenti spaziano dall’aumento dell’energia massima al miglioramento delle proprie armi, aumentandone i danni e la possibilità di colpi critici. Nulla su cui ci sia bisogno di aggiungere molto in realtà, ma in questo caso possiamo parlare di una feature ben implementata, anche se a nostro parere inidonea ad un gioco che si spaccia per survival horror, come già accennato sopra.

The Evil Within 5

Tecnicamente parlando

Dal punto di vista prettamente tecnico il gioco non ha mai brillato nelle sue apparizioni antecedenti all’uscita, mostrando anche alcune lacune che, purtroppo, hanno trovato conferma anche nella versione finale. Oltre alle succitate e fastidiosissime bande nere, infatti, le texture e le animazioni del protagonista e degli altri personaggi sono poco definite, per certi versi ricordano quell’effetto “plasticoso” dei titoli che utilizzano l’Unreal Engine, e non da meno sono le ambientazioni.  Nulla di eccessivamente grave, ma di certo ci si sarebbe potuto aspettare molto di più da un motore potente come l’ID Tech 5. A compensare parzialmente queste mancanza viene l’atmosfera cupa e piena di splatter, che porta l’attenzione del giocatore su altri elementi di sicuro meglio riusciti. Il frame rate invece è abbastanza stabile, e non ho notato cali vistosi nemmeno nei frangenti in cui i nemici su schermo erano numerosi, e buono è anche tutto l’impianto di illuminazioni, seppur con qualche sbavatura di tanto in tanto.

In ultimo merita un plauso il sonoro, sia quello ambientale che la soundtrack, entrambi realizzati ottimamente ed uno dei punti forti del titolo. Il rumore dei passi, i versi dei nemici, lo stridere delle porte: tutto in The Evil Within contribuisce a farci sentire parte di un incubo, con delle musiche sempre atte a rimarcare i momenti di tensione e di difficoltà, a farci sentire costantemente in pericolo. E non potremmo chiedere di meglio in un gioco del genere.

The Evil Within 6

Conclusione

Esprimere un giudizio complessivo su The Evil Within tenendo conto di tutti i fattori che lo possono influenzare non è cosa facile: il prodotto di Bethesda Softworks è, infatti, un gioco dalle molteplici sfaccettature, che riesce a mostrare gravi lacune ed altrettanto importanti pregi allo stesso tempo. Un gioco che pecca totalmente di originalità, che amalgama più o meno bene elementi tipici di altri titoli, ma che non è da considerarsi come un completo fallimento. Pur deludendo le aspettative della vigilia è comunque un titolo valido, che andrebbe provato, magari con un netto taglio di prezzo rispetto a quello di lancio.
La perfetta chiosa per questa recensione non può che essere una domanda rivolta alla mente dietro questo mix eterogeneo di sensazioni: Mikami, ma cosa mi combini?


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