Smetto quando voglio – Intervista a Paolo Calabresi

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Dal 6 febbraio è nelle sale cinematografiche la commedia “Smetto quando voglio” del regista Sidney Sibilia , prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci e dalla Ascent Film di Matteo Rovere con Rai Cinema. Scritto da Valerio Attanasio, Andrea Garello e Sydney Sibilia, con un cast d’eccezione,  Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti e Neri Marcorè. Abbiamo avuto l’occasione di intervistare uno dei protagonisti, Paolo Calabresi.

Biografia

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Classe ’64 e “romano de Roma”, Paolo è noto per il ruolo di Biascica nella celebre serie TV tutta italiana Boris e dal 2008 per essere inviato de Le Iene, celebre per i suoi “trasformismi” e travestimenti. Oltre a The Italian Job, suo programma condotto nel 2008 su LA7sono molti i ruoli sul piccolo schermo tra cui i più recenti Il Restauratore Gli anni spezzati – Il commissario, ma ha anche preso parte a fiction televisive come Nati ieri, R.I.S. – Delitti imperfetti, Distretto di Polizia, La squadra e ai film tv Don Bosco, Padre Pio e Maigret. E’ tutt’ora al cinema, oltre che con Smetto quando voglio, con Tutta colpa di Freud, film diretto da Paolo Genovese con Marco Giallini, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Laura Adriani. Non vanno dimenticati precedenti impegni cinematografici di rilievo come I Vicerè, Boris – Il Film e DIAZ. E’ anche impegnato nel teatro in numerose produzioni, dal classico al moderno /contemporaneo. NUDA proprietà, è infatti il suo ultimo spettacolo insieme a Lella Costa, tratto dal romanzo Piangi pure di Lidia Ravera.

 

Intervista

Da una settimana  in sala e subito un successo di critica e pubblico, qual è la “formula” vincente di “Smetto quando voglio”?

Piace perché è liberatorio. Si riesce a ridere di una cosa pesantissima. E’ un ritorno alla vera commedia all’italiana sulla falsa riga di Monicelli, Sordi, Totò e Fabrizi in cui il tema principale erano le nostre miserie e le grandi risate che riuscivamo a farci sopra.

Quanto ha influito invece il filone della commedia americana?

La commedia americana è verità, è credibile nelle sue situazioni. Allo stesso modo Smetto quando voglio è un film credibile nella sua assurdità, al limite dell’irrealtà ma perfettamente credibile. Il fatto di essere verosimile è sicuramente il suo punto di forza.

Proprio riguardo alle miserie e i nostri problemi, centrale è il tema della disoccupazione giovanile post laurea nel nostro Paese. Quali sono i suoi auspici e le sue considerazioni a riguardo?

Una caratteristica dei personaggi del film è che sono profondamente innamorati del loro lavoro, il che è allo stesso tempo la caratteristica più terribile ma più bella. C’è da auspicarsi che chi fa il proprio lavoro con questa grande passione non perda l’amore per il lavoro che svolge, ma la minaccia che ciò accada è forte. E’ assurdo che spesso ci siano persone che per 10 o più anni si dedicano allo studio di una materia per poi non avere un proprio ritorno sia dal punto di vista economico che professionale. Chi potrebbe avere in mano le possibilità di cambiare questa situazione non è interessata a ciò, le priorità sono altre e quello che ho notato è che questa classe non politica bensì dirigente punta solo ed esclusivamente alla perpetuazione di se stessa, dopo aver mischiato i propri credi politici in un unico calderone.

Lei interpreta Arturo, un archeologo confinato però nel piccolo mondo dell’università. Com’è stato prepararsi alla parte e costruirla sotto il profilo psicologico?

Per noi è stato piacevole e divertente preparare il tutto, non abbiamo dovuto fare più di cosa si fa di  solito. Ho cercato di dare credibilità al personaggio senza pensare mai che fosse un personaggio comico. Da questo punto di vista è facile rifarsi a Boris, dove i personaggi sono divertenti e fanno ridere pur non avendone la reale consapevolezza. Le figure del film sono drammatiche, lo stesso Arturo viene sempre considerato come l’ultima ruota del carro trovandosi in una situazione che vive in modo drammatico. Nel complesso tutti i personaggi sono seri nel loro ruolo e forse questa può essere considerata come una differenza sostanziale rispetto alle commedie a cui ci hanno abituato negli ultimi anni. In qualche modo l’attore “ammicca”, e soltanto essendo credibile può essere funzionale all’intera commedia se esiste, come in questo caso, una sceneggiatura valida che lo supporta.

Tanti meriti anche per un emergente Sydney Sibilia che stupisce tutti con un esordio folgorante. Com’è stato lavorare sotto la sua regia?

Già prima di iniziare a lavorare abbiamo parlato a lungo con Sydney. Ci siamo concentrati soprattutto sull’inquadrare un personaggio come Arturo che aveva molto di “non scritto” e che quindi andava caratterizzato in modo adeguato. Il rischio del film era quello di creare 7 personaggi che non avessero fra di loro una grossa particolarità o un carattere designato. Con il mio personaggio abbiamo deciso ad esempio di andare  in sottrazione impostandolo in maniera totalmente opposta agli altri: tutti provano a farsi spazio all’interno della banda, mentre lui è remissivo e non ci prova neanche. Sydney ha dimostrato anche sotto questo punto di vista di avere una maturità ed una preparazione impressionanti nella visione ampia delle scene e del film stesso. Essendo la sua “opera prima” poteva essere rischiosa, poiché spesso il regista per fare la “voce grossa” tende ad esagerare per rimanere impresso nello spettatore. Sydney non ha questo difetto e ciò ha fatto sicuramente la differenza.

E’ al cinema anche con Tutta colpa di Freud, mentre sul piccolo schermo è stato recentemente impegnato con la fiction RAI Gli anni spezzati – Il commissario. Come si sente in un periodo che la vede protagonista su più fronti e con un ottimo successo sia di pubblico che di critica?

Io sono contento perché è come se per tanti anni avessi coltivato i miei orticelli e un po’ dappertutto adesso stiano nascendo le piante. Tra teatro, televisione e cinema sto avendo tante soddisfazioni e non vorrei appunto lasciar stare o trascurare queste “piante”, ma poterle coltivare tutte insieme. E’ ovvio che arriverà un momento in cui bisognerà fare delle scelte, ma a me piace variare e fare cose diverse. Anche se si ha successo con un personaggio che funziona, spesso è bene variare. Molte volte mi è stato chiesto di interpretare il tipico “coatto romano” dopo il successo del personaggio di Biascica in Boris. Si tende a puntare su qualcosa di collaudato, ma saper cambiare è a mio avviso è il senso del nostro lavoro.

Dal 2008 continua con successo l’esperienza con Le Iene. Perchè il ruolo del trasformista, ma soprattutto com’è vivere una realtà televisiva che si occupa sia di divertire che di sensibilizzare su scandali e truffe di vario genere?

Io sono arrivato nelle Iene per fare il trasformista, soprattutto dopo il successo di un mio precedente programma, The Italian Job, in cui facevo solo quello. Solo in seguito per me le Iene sono diventate altro. Trovo le Iene un programma molto onesto, che a 360 gradi fa tutto, dalle cose più “caciarone” a quelle più serie e si può permettere di farlo perché è un programma al cui interno vi è una grande onestà intellettuale. La forza del programma è che fa tesoro di questa onestà per raccontare e portare allo spettatore la verità. ed è questa forza che permette, da 16 anni a questa parte, di continuare sempre con lo stesso successo e con gli stessi altissimi ascolti.

Ringraziando Paolo Calabresi per la disponibilità.

Critico cinematografico, giurista e speaker. Classe '94, nato insieme a Dookie, Forrest Gump, Pulp Fiction e Le Ali della Libertà, ma con il cuore a Juno.

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