Z come Zombie

Presa a prestito dal folklore e dall’esoterismo haitiano, la figura dello Zombie (intesa non come schiavo privo di volontà, bensì come inarrestabile macchina cannibale spogliata di qualsiasi umanità) è forse quella che si presta in maniera più efficace a veicolare l’allegoria sociale; ripulito, infatti, da ogni metafora romantica e da qualsiasi simbologia gotica, il morto vivente sbatte in faccia allo spettatore una versione disumanizzata di sé stesso che, pur permettendo una sorta di visione distaccata, in cui nessuno degli spettatori sentirà il bisogno di empatizzare con l’orda di morti viventi, sfrutta l’idea della “Grande Livella” e del collasso dell’ordine sociale per trascinare spettatore e protagonisti sullo stesso piano del mostro. Non a caso, le grandi opere cinematografiche o letterarie che hanno per protagonisti i famelici morti viventi nascondono sempre tutto un sotto testo di analogie nei confronti della situazione sociale del periodo storico cui appartengono. Non stupisce, dunque, che nel Romeriano La Notte dei Morti Viventi (1968) è possibile rilevare una feroce critica da parte del buon George nei confronti della società americana degli anni ’60, arrivando a colpire trasversalmente argomenti come il razzismo e la guerra fredda; come dubito che stupisca la successiva, e quasi profetica, ambientazione del seguito del 1978: Zombi in cui Romero stesso vede bene di inscrivere buona parte della pellicola all’interno di un centro commerciale, dando così alla specie del non morto un habitat naturale. Poi sono arrivati il PG13 e Lindelof che hanno incasinato tutto, ma siamo qui per parlare di games e non di cinema.

Il medium del videogioco ha riscoperto la figura del morto vivente, organizzato in orde, solo in tempi relativamente recenti. Se è vero che raramente gli Zombie nei videogames riescono a sollevarsi dallo status di avversario generico anche in quei titoli in cui l’evento dell’infezione la fa da padrone è altrettanto vero che un certo livello di libertà creativa da parte degli sviluppatori ha permesso una sorta di deriva dal genere nelle direzioni più disparate dal citazionismo della serie Dead Rising di Capcom al survivalismo più spietato di DayZ, senza dimenticarsi del sotto genere parodistico di cui Plants Vs Zombies di PopCap rappresenta forse l’apice. Zombeer, sviluppato dai ragazzi di PadaOne Games e prodotto da Moonbite cerca disperatamente di rientrare in quest’ultima categoria.

Ci riesce?

Risposta breve: No.

Risposta lunga: SIGLA!

Titolo: Zombeer
Sviluppatore: PadaOne Games
Publisher: Moonbite Games
Genere: FPS
Piattaforma: PlayStation 3
Localizzazione: Inglese

L’Errore, il LOL e gli Zombie

“K”, giovane studente di college (probabilmente fuori corso) si risveglia all’interno di un bar a tema messicano, preda di un tremendo doposbronza e col vistoso segno di un morso sul braccio sinsitro; come se non bastasse nella segreteria del suo cellulare sono rimasti un paio di messaggi infuocati della sua fidanzata che ha ben deciso di lasciarlo alle cure della sgualdrinella di turno per raggiungere un’altra festa presso il college. Siamo ad Halloween e siamo nel bel mezzo di un’epidemia di Zombie, ancora peggio il nostro beniamino è stato morso ed è quindi prossimo alla trasformazione in non-morto. Fortunatamente, l’unica sostanza in grado di tenere in scacco l’azione del virus è la birra Zombeer. Armato di vibratore (l’arma iniziale del gioco) e di una fidata scorta di birre, il nostro “K” si getta nel cuore dell’apocalisse Zombie per salvare la sua fidanzatina. Con questa premessa, che lo ammetto è riuscita a conquistarmi prima di subito, inizia l’ultima fatica dei ragazzi PadaOne Games che tentano il salto verso gli spietati mondi del PC e Console Gaming, proponendo una sorta di FPS che si rifà per temi e stili a tutta quella cinematografia anni ’80 che, da Motel Hell fino a The Toxic Avenger part III, sono riusciti ad incorporare una fortissima componente Comedy all’interno dell’ambientazione Horror.

Purtroppo però, la sola premessa del titolo PadaOne non riesce mai a rimuovere la pesante sensazione, che invade la mente del giocatore non appena si imbocca l’uscita del bar messicano; quella cioè di avere per le mani un giochino generico, blando e poco elaborato. Sensazione questa, che rimane costante in barba alla mastodontica quantità di riferimenti e trivia che strizzano l’occhio ad altri titoli appartenenti ad altri generi ed altre generazioni, e getta una luce sinistra sulla vera natura si Zombeer in qualità di Errore Videoludico. Nel caso specifico di Zombeer, l’Errore nasce dalla volontà degli sviluppatori di premere l’acceleratore sull’intera componente da Frat-Comedy del titolo, rendendolo di fatto un gioco fatto per il LOL e talmente tanto intriso di LOL che tutto fa tranne che ridere. Intendiamoci: personalmente apprezzo moltissimo la presenza di dialoghi ironici, così come apprezzo il senso di comicità che può derivare dalla necessità di impugnare un vibratore come arma per il combattimento ravvicinato; quello che al contrario non riesco proprio a farmi piacere è la reiterazione della stessa serie di commenti e di battute che a lungo andare diventano solo una sequela di insulse volgarità. La cosa che, infine, proprio mi manda il pad di traverso è che il Tentative LOL di Zombeer occupa il 99.99% dell’intera esperienza di gioco e questo è male, molto male.

Tipo così.

Liberi dalle pastoie pseudo-nonsense della comicità latitante di Zombeer, ci si ritrova davanti agli occhi un titolo che non brilla per la presenza di particolari meccaniche di gioco, ma che comunque cerca di introdurre qualche piccola novità. Prima e sola è la barra alcolometrica che, in basso al centro sullo schermo, fornisce il punto sullo stato di ubriachezza di “K” e del tempo rimasto prima che questi si trasformi definitivamente in Zombie. Di base, l’indicatore posto sulla barra tenderà a spostarsi costantemente verso sinistra, ma consumando una bottiglia di Zombeer tornerà verso destra, ritardando ancora il processo di zombificazione. Ne consegue che, se il giocatore procederà nella sua avventura senza consumare alcuna birra, il povero “K” si ritroverà ad unirsi all’orda di Zombie che imperversano in città; contrariamente, se l’indicatore dovesse raggiungere l’estremità a destra della barra, “K” morirà per avvelenamento da alcohol. Il lato interessante dell’implementazione della barra alcolometrica risiede però nell’unica meccanica di gameplay degna di nota dell’intero titolo PadaOne. Al di là della morte per avvelenamento da alcohol o, viceversa, derivata dal processo di zombificazione, la barra alcolometrica nasconde la possibilità di sfruttare i momenti appena precedenti alla mutazione per giocare di stealth a danno dei non morti, che non riusciranno a distinguere “K” dal resto dell’orda. Pur ridotti, i tempi  di questa fase, daranno al giocatore la possibilità di imprimere una certa dose di strategia all’avanzamento della missione, che ricade nella shooting gallery non appena ci si ritrova a dover consumare un’altra bottiglia di birra.

La shooting gallery, per contro, rappresenta tutto il resto del gameplay di Zombeer. Pur trattandosi di un FPS, però, il titolo PadaOne manca di tutte quelle caratteristiche basilari che permettono di definire un FPS come tale. Le armi, tutte caratterizzate da una certa componente umoristica che diventa random a causa della sovraesposizione di Tentative LOL, sono quasi tutte prive di qualsiasi effetto di feedback, sia esso il semplice rinculo o l’ancor più semplice effetto sul bersaglio colpito, che si esibirà in animazioni differenti dal semplice carica e colpisci solo una volta abbattuto. Di fatto il giocatore si ritroverà a consumare l’intera riserva di proiettili sparando all’impazzata per poi tornare al fido vibratore per finire gli Zombie ancora in piedi. Questi, dal canto loro, si limiteranno a caricare costantemente “K” rendendo ogni scontro tutt’altro che impegnativo ma al contempo tedioso (come ci siano riusciti non chiedetemelo ma è così). La presenza dei Super Zombie, infine, non aggiunge praticamente nulla oltre al fatto che per sbarazzarsene il giocatore sarà costretto a ripulire le arene dagli sgherri più deboli per poi concentrarsi sull’avversario più potente. A questo va ad aggiungersi la totale assenza di un qualsiasi tipo di intelligenza da parte degli avversari che non solo continueranno a caricare il giocatore, ma smetteranno di vederlo non appena questi porterà “K” in posizione di poco rialzata rispetto al livello dell’arena (alla faccia della quasi unica cosa buona introdotta dalla barra alcolometrica).

Dicesi vibratore e non dildo perché vibra.

In conclusione, Zombeer non riesce. Nonostante il design delle Zombignotte, totalmente in linea con il Tentative LOL dell’intero titolo, ed il buon cuore di qualche anima pia che è riuscita ad inserire qui e lì qualche buon effetto luminoso e particellare, il comparto tecnico del titolo PadaOne non riesce mai ad elevarsi al di sopra della media. Media che si abbassa quando si incappa in effetti sonori fuori sync, piuttosto che nel florilegio di lag che si protraggono per troppo tempo a ridosso dei caricamenti tra un’area di gioco e l’altra. La totale mancanza di intelligenza da parte dei nemici, e l’assenza di un qualsiasi tipo di feedback da parte di qualunque arma a disposizione del giocatore, rendono inoltre l’azione di gioco caotica e fuori da ogni controllo, risultando di conseguenza l’esperienza tutt’altro che immersiva. A peggiorare il tutto c’è un level design lineare, ma che tuttavia riesce ad essere confusionario al punto che gran parte delle scorte di birra a disposizione del giocatore andranno a consumarsi da fermi quando si cercherà di fare il punto della situazione, per capire come muoversi per raggiungere la destinazione successiva. Infine, la mole, mastodontica, di riferimenti ad altri celeberrimi titoli a partire da Super Mario Bros. fino a Minecraft; e la presenza di oggetti bonus collezionabili (che comunque sono tutti lì, lungo il percorso principale della shooting gallery) poco o niente possono contro la massiva preponderanza dell’Errore Videoludico che caratterizza tutte le cinque ore della longevità complessiva del titolo PadaOne.

Nicola
Nato quando ancora andavano di moda i pantaloni a zampa di elefante, venne introdotto, a soli cinque anni, al mondo dei videogiochi dal padre, fiero possessore in un Mattel Intellivision (esatto la console con le scocche di legno). Tornato dal suo esilio temporaneo in Canada, continua a litigare con i commessi dei negozi di elettronica a causa della sua spasmodica ricerca del gioco di nicchia definitivo: quello che conoscerà ed apprezzerà solamente lui.

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