Liberamente ispirato al romanzo Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck, Anita B. di Roberto Faenza racconta la storia di una sedicenne sopravvissuta ad Auschwitz. Anita per l’appunto, rimasta orfana e ospitata dalla zia in una cittadina al confine tra Praga e Cecoslovacchia. Luogo di (ri)partenza per la protagonista dopo il massacro tedesco e séguito di Prendimi l’anima per il regista: <<Convinto che Sabina Spielrein (la compagna di Gustav Jung nel film del 2004) avrebbe potuto amarlo>>.

AnitaB

Anita B. arriva nelle sale con la stessa sensazione di “censura” che racconta. Se a Eline Powell, la protagonista, viene infatti perentoriamente vietato di parlare dell’Olocausto (<<Tieni fuori Auschwitz da questa casa>>), al film si limitano le proiezioni perché potrebbe trattare di Nazismo (<<Gli esercenti si spaventano e fanno un torto al pubblico se sono così restrittivi>> – afferma Faenza). Un caso, reso ancora più assurdo per il fatto che l’obiettivo del regista non è parlare di Auschwitz (e anche se fosse..), piuttosto raccontare la rinascita del dopoguerra: ciò che prosegue o che si lascia, che fa di noi quello che siamo e saremo.
Un “esercizio di memoria” dunque, con il quale Faenza schiaffeggia (delicatamente) la cultura dei tabù addentrandosi nei silenzi psicologici di cui è fatta la rimozione. Il non sapere, il non vedere, il vizio di chi infossa la testa mentre tutto prosegue senza che davvero accada. Una difesa come un oblio che Anita vorrebbe condividere per andare avanti e che invece diventa ulteriore sofferenza. Il muro di persone che la circonda è infatti granito di astio e di indifferenza: determinato a dimenticare e a cancellare il dolore più velocemente possibile, quasi fosse una colpa da estinguere, una vergogna da soffocare.

Quella di Faenza è una sfida cinematografica che dialoga col passato e col presente per affacciarsi su una sottintesa situazione sociale. Parole chiave come “dimentica”, “vai avanti”, sono l’espressione di dinieghi profondi e collettivi. Quelli di una memoria a breve termine che evitando di confrontarsi col reale stato delle cose si nutre di palliativi, di negazioni ed estinzioni, abbandonando parti di sé. Anita trova conforto tra le pagine del diario, nei dialoghi unidirezionali col figlioletto della zia e nella particolare amicizia con David, eppure, la gioia sincera, la vita autentica, le vedrà soltanto quando affronterà il bivio più difficile e sceglierà da che parte andare.

Paure e valori in un gentile racconto che non entra mai nella drammaticità più severa o esplicita, ritagliando solo in alcune scene brevi scosse emotive, sempre dosate con la delicata interpretazione di Eline Powell. Più manifesta è invece la rabbia con cui sapientemente il regista racconta un prolungamento di quella prigionia di cui per alcuni è impossibile parlare. La sua pacatezza tuttavia diventa al contempo pro e contro per il film, alleggerito di tragicità, ma appesantito da alcune sequenze che al contrario la enfatizzano e la dilatano all’interno di un poco piacevole impatto televisivo (vedesi l’ultima scena nella quale non si capisce perché l’amica di Anita non riveli subito le sue intenzioni).

Un film che appare principio di riflessione sociale e cinematografica, con cui Roberto Faenza racconta ricordi e letteratura: quella “B.” del titolo, dichiarato omaggio alla Bruck.

<<Senza memoria noi non siamo nulla>>.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=gMnpq3wkLjY]

Scheda film

Titolo: Anita B.
Regia: Roberto Faenza
Sceneggiatura: Edith Bruck, Roberto Faenza, Nelo Risi in collaborazione con Iole Masucci
Cast: Eline Powell, Robert Sheehan, Andrea Osvart, Antonio Cupo, Nico Mirallegro, Clive Riche, Guenda Goria, Con Moni Ovadia, Jane Alexander
Genere: drammatico
Durata: 88’
Produzione: Jean Vigo – Cinema Undici con Rai Cinema
Distribuzione: Good Film
Nazione: Italia
Uscita: 16/01/2014.

Anna “MissKdiCinema” Scali
"Quando sei in dubbio, Meriadoc, segui sempre il tuo naso"

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