‘This must be the place’ di Paolo Sorrentino (2011)

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This must be the place (tributo alla canzone dei Talking Heads) è un film diretto dal regista Paolo Sorrentino, già famoso in Italia per ‘Il divo’, con l’aiuto di un’esperienza riconosciuta a livello internazionale: l’attore Sean Penn, nel ruolo del protagonista.
Non è la prima volta che assistiamo a collaborazioni del genere, ne è famoso esempio quello di Gabriele Muccino e Will Smith che hanno dato vita ad apprezzabili lungometraggi: ‘La ricerca della felicità’ (2006) e ‘Sette anime’ (2008).
L’approccio al quotidiano vivere, la verve dei personaggi, i luoghi e il tempo, con Sorrentino cambiano nettamente di prospettiva rispetto ai due lavori sopracitati.

Il film ci parla (attraverso un’ottima scenografia e fotografia) della lenta vita di una vecchia rock star, annoiata e depressa, che vive come una caricatura di se stesso insieme alla moglie, ad una ragazzina cui è scappato il fratello di casa e la disperazione di sua madre.

Il protagonista, Cheyenne, è ricalcato esteticamente sulla figura di Robert Smith, leader della band inglese The Cure, e mantiene il modus vivendi di un’era della musica ormai appassita, con un dolore nel cuore per due giovani fan che persero la vita, seguendo un modello di vita idealizzato
nei testi della rock star. In questo flemmatico divenire, la svolta di Cheyenne sta nel percorso che intraprende per andare a trovare il padre malato che non vede da trent’anni, nella scoperta di un passato nascosto: l’internamento nel campo di Auschwitz e la ricerca disperata di un criminale nazista che suo padre odiava più di tutti.

Il viaggio è il nucleo in cui il film gioca tutte le sue migliori carte: la creazione di spazi e ambienti che lasciano ampia libertà al surreale, dialoghi e incontri tra personaggi momentanei che ritraggono aspetti della società odierna, lo scambio continuo tra attesa e fuga non dichiarato, la cognizione di un passato che vive come un’ombra e al quale bisogna trovare un rimedio efficace, ovvero una soluzione universale in grado di pareggiare le offese. In che modo?
Una voce, durante questo viaggio, scandisce spesso alcuni momenti di silenzio contribuendo ad uno sconforto quasi generazionale, in cui lo spettatore si perde nel tentativo di afferrare la storia. L’artificio cinematografico è però dosato, inserito precisamente nella disposizione degli eventi e non si fatica ad attribuire i discorsi da ‘narratore esterno’, alla figura del nazista, quale obbiettivo finale del viaggio. Il nodo critico di questo affioramento del personaggio risiede nella sua interpretazione:
impunità del male o visione d’insieme?

La voce dice: << A tutti senza alcuna distinzione è stata rubata la spensieratezza..anche noi dall’altra parte del filo spinato, guardavamo la neve. L’odore e la puzza della casa, le nuvole nere, l’ebrezza del tuono molto vicino, il rifugio del bambino: l’angolo vicino alla finestra, la coperta durante la febbre, la noia felice e brividi di beatitudine. C’è stata in due parole l’intimità mentale, il campo decreta la perdita dell’intimità mentale stabilendo così una nuova morte “che respira” >>.

Queste sono le parole del criminale nazista, il quale nei confronti del padre di Cheyenne si era macchiato di una piccola cosa in confronto agli orrori dei campi di concentramento, un’umiliazione. Nei suoi ricordi vi è una grande intuizione ontologica, la cogliamo difatti in un frammento: “A tutti, senza nessuna distinzione è stata rubata la spensieratezza”. Non si tratta di una giustificazione del male equivalente ad una giustificazione della vendetta, la genialità di Sorrentino contempla qui la visione d’insieme, la durezza della storia in una concisa precarietà esistenziale.

Purtroppo il finale non canalizza questo aspetto fondamentale e dà luogo ad una scena agghiacciante: l’ormai vecchio nazista, cieco e abbandonato (poiché sconta in solitudine il suo passato), viene spogliato e fatto camminare nudo sulla neve.

A seguito di questa vendetta, Cheyenne, in maniera subdola cambia, si toglie la maschera (cerone, parruccone, pantaloni e scarpe di pelle) e diventa una persona normale.
This must be the place’ è l’ennesimo viaggio on the road, la volontà di cambiare, l’inquietudine di misurarsi col proprio passato, il tentativo di liberarsi dai paradossi d’avere tutto e non essere felici, una ricerca che passa attraverso alcuni silenzi insondabili, ma con un finale inaccettabile specchio di un talento quello di Sorrentino, ancora acerbo, e del commovente sguardo di un evergreen come Sean Penn.

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