Recensione Shadow – L’ombra

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L’orrore torna ad essere italiano

Il cinema horror italiano da molto tempo non mostra più i denti: i tempi d’oro di Dario Argento sono passati, e pochi registi sanno proporre qualcosa degno di nota. Federico Zampaglione, insieme a Massimo Ferrero, cerca di cambiare questa situazione con “Shadow – L’ombra”, un film dall’atmosfera catacombale, cupo e malato.

Al centro delle vicende vi è un ex soldato, David,  un reduce della guerra in Iraq che cerca di dimenticare gli orrori del conflitto; amante della escursioni in mountain bike decide di raggiungere alcune montagne europee. Qui incontra la bella Angeline, che lo accompagna nel suo viaggio. In seguito ad un “piccolo” diverbio con dei cacciatori, si avventureranno in un fitto e nebbioso bosco, dove ad attenderli vi è un essere colmo di rabbia e malvagità…

Con questo incipit prende vita un film che sa mantenere alta la tensione del telespettatore, grazie anche ad una colonna sonora azzeccata, che fa da sfondo a scenari malati come non se ne vedevano da tempo nel cinema del Belpaese, con tributi anche a titoli del calibro di “Non Aprite Quella Porta”.

Rifacendosi alla tradizione dei registi anni ’80, Zampaglione gira un horror che assomiglia più ad un thriller, ma che non risparmia qualche scena più terrificante.
Le immagini del film non restano impresse tanto per la violenza delle stesse, anzi, di sangue in “Shadow” non ce n’è molto, anche nelle scene di tortura; piuttosto è il senso opprimente dell’impotenza dei personaggi a risaltare.

Il finale riesce poi a sconvolgere il tutto, e nonostante si rifaccia ad un cliché  non sempre apprezzato, funziona e anche bene.

E l’horror made in Italy ripartirà da qui?

“Shadow” vanta certamente un soggetto interessante, una trama che si fa seguire molto piacevolmente, ambientazioni cupe e una regia davvero buona.

Ma non si può dire che sia il film dell’anno.

Già la sceneggiatura non è particolarmente convincente nei primi 20 minuti: David che bacia Angeline dopo che i due si conoscono da poco più di qualche ora; i cacciatori che decidono di inseguire i due sparandogli (!) solo perché quei poveretti hanno fatto deliberatamente fuggire dei cervi; David che dopo essersi storto la caviglia cerca comunque di riprendere la propria bici e impreca nel momento in cui vede che la catena è rotta… ma nelle sue condizioni non avrebbe comunque potuto usarla.

Piccolezze che gli esigenti dovranno digerire a fatica, ma su cui si può passare oltre, in vista delle scene successive.

Non raggiunge vette altissime “Shadow”, ma resta un prodotto ben confezionato, che riesce peraltro a proporre una riflessione sulla guerra, elemento ricorrente, anche mediante la figura del sadico torturatore, un uomo che si differenzia dal classico psicopatico senza senso, possedendo piuttosto connotati di maggior carattere.

In definitiva, il film è consigliato? Certamente sì, nonostante qualche imprecisione nella sceneggiatura, la regia è più che soddisfacente e la tensione si mantiene alta per tutta la durata del film.

 

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