John May è un uomo semplice, riservato e vive quotidianamente una routine che lo gratifica. E’ il funzionario di una sezione del comune che si occupa di trovare il parente più prossimo di coloro che sono deceduti in solitudine. Ma la crisi economica impone il ridimensionamento dei reparti e John è costretto a lasciare il posto di lavoro, ma la sua dedizione lo porterà ad occuparsi completamente al suo ultimo caso che lo indirizzerà su di un cammino totalmente al di fuori della sua esistenza sedentaria.

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Uberto Pasolini concentra la sua opera sulla descrizione emotiva del concetto universale di solitudine mostrando con accurata eleganza e fine intelligenza la vita di un uomo al di fuori dal contesto sociale in cerca dei sui simili ai quali fa dono del suo profondo senso di rispetto.

Lo fa regalando funerali dignitosi e omaggiando con parole di cordoglio persone che nel momento della dipartita non avevano più nessuno accanto che si ricordasse di loro.

John cerca i piccoli ritagli di vita di quelle persone, dalle foto ai 45 giri, dai diari ai post-it sul frigorifero, è il suo lavoro, creare con quello che trova una bozza di vita per cercare il parente più prossimo alla persona scomparsa, ma spesso sembra essere solo lui l’ultimo a dare l’addio finale al compianto.

Il film cerca di sondare la solitudine dell’uomo moderno, isolato spesso in se stesso, altre volte non per propria volontà, ma di quella di una società che esclude chi non partecipa alle regole di un gioco fatto di vincitori, in cui chi si sente estraneo viene considerato un semplice alienato e messo in regime di confino dagli altri. Una realtà in cui spesso capita di non conoscere neanche i propri vicini di casa.

Questo sarà il tourning point della narrazione, l’ultimo caso di John, la morte di una persona che viveva ad un passo dal suo domicilio e che lui non sapeva minimamente chi fosse.

Una ricerca che lo porterà a viaggiare in lungo ed in largo per il paese, ricalcando il viaggio interiore verso se stessi alla riscoperta del proprio io fuori dalla catena di cui ci si sente spesso prigionieri nella routine quotidiana. Un percorso alternativo che porterà il protagonista a porsi delle domande su se stesso e su quanto sia possibile con incredibile semplicità stabilire un contatto di autentica umanità con il prossimo e dare speranza alla propria coscienza.

Tecnicamente perfetto nella sua semplicità di messa in quadro. Una scelta ponderata quella di dare una certa staticità alla macchina da presa per raccontare una storia ordinaria che non si perde nella caoticità di un mondo saturo di input superficiali, ma si fa spazio nella vita di un singolo individuo mostrando con grazia e rispetto il suo evolversi.

Un film che riesce a mettere in discussione lo spettatore, portandolo alla consapevolezza che l’”essere soli” è forse più uno status mentale a cui abbiamo deciso di sottostare senza porci troppe domande, ma che in fondo basterebbe semplicemente vedere al di là del nostro muro invisibile e scoprire una distesa infinita di vite pronte a connettersi realmente.

Un film commovente ed unico, che riesce con la sua originalità a dare grandi spunti di riflessione.

Scheda film

Titolo: Still Life
Regia: Uberto Pasolini
Cast: Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Neil D’Souza, David Shaw Parker, Michael Elkin, Ciaran McIntyre, Tim Potter, Paul Anderson
Genere: commedia, drammatico
Durata: 87’
Produzione: Redwave Films, Embargo Films, Rai Cinema, Cinecittá Studios
Distribuzione: Bim Film
Nazione: Regno Unito, Italia
Uscita: 12/12/2013.

Ex studente presso il cfc nazionale di cinema. Vincitore di alcuni video contest, sceneggiatore, regista e insegnante di regia cinematografica. In buona sostanza un'amante della narrazione cinematografica a 360 gradi.

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