Oldboy – Recensione

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Negli ultimi anni abbiamo assistito, da parte di Hollywood, a un numero sempre crescente di remake, da intendersi più che come copie dei film originali come una rivisitazione della trama scelta in situazioni e contesti tipicamente americani, spesso snaturando quindi le ambientazioni e l’originale spirito che possedeva la pellicola da cui il remake parte.

Oldboy va dunque ad inserirsi in un meccanismo perfettamente collaudato e molto redditizio che ha inglobato, senza esclusione di generi, film estremamente diversi fra loro con risultati però spesso abbastanza deludenti.

Spike Lee, regista di grande esperienza con alle spalle numerosi film di grande successo che spesso hanno raccontato storie di emarginazione, razzismo e violenza (Malcolm X, La 25esima ora, Jungle Fever), si cimenta quindi per la prima volta in un remake che pur avendo (come è normale che sia) moltissimi punti in contatto, effettivamente presenta notevoli differenze stilistiche, ma anche a livello di sceneggiatura, con il suo celeberrimo predecessore koreano.

Ambientato a Boston, Oldboy narra le vicende di Joe Doucett, pubblicitario in declino e padre assente, che inspiegabilmente viene rapito e tenuto prigioniero per 20 anni, salvo poi essere liberato. Joe inizierà dunque la ricerca del suo aguzzino, in un percorso fatto di dolore e rimorsi che lo porteranno ad un incredibile ed inaspettata scoperta.

Giudicare Oldboy senza essere condizionati dall’originale di Park Chan-Wook è pressoché impossibile trattandosi di un remake, ma bisogna ammettere che il lavoro dello sceneggiatore Mark Protosevich è stato un importante e coraggioso tentativo di rielaborare una storia dalle tematiche e dalla struttura tipicamente orientali (ricordiamo che è tratto da un manga) traslandole in un ambiente e cultura radicalmente opposte come può essere quella di Boston.

Da questo punto di vista dunque le difficoltà e le debolezze dell’Oldboy americano risiedono a monte, nella pretesa di adattare, costringere a forza, quasi come fosse un vestito troppo stretto, una storia il cui cuore pulsante ha la brutale raffinatezza e delicatezza tipiche dell’estremo oriente, lontano anni luce dagli eccessi e dalla megalomania americana.

Nel film del 2003 si respirava rabbia e angoscia in ogni scena, si era partecipi del profondo dolore dei vari personaggi, analizzati in maniera intensa e drammatica, non come questa pellicola, dove a tratti si sfiora il grottesco, con protagonisti che spesso agiscono in maniera affrettata, forzata.

Lo stesso Spike Lee aveva garantito che non sarebbe stato un remake pedissequo, e infatti il nuovo Oldboy oltre ad una scarsa intensità emotiva patisce la mancanza di un altro elemento imprescindibile: il gore e la violenza.

La cinematografia orientale, o forse sarebbe più corretto dire l’intera cultura orientale, ha fatto della violenza e del sangue un elemento estremamente importante riferendolo spesso a contesti e situazioni diversissime tra loro, da cruda rappresentazione della malvagità umana ad atto purificatorio e catartico, da estremo divertissement buffonesco a gesto emblematico di onore e coraggio.

Nell’originale Oldboy il sangue, la violenza, inizialmente sono una valvola di sfogo per il protagonista, diventato quasi pazzo dal “pernottamento” prolungato e forzato, poi però diventano il simbolo di una tragica presa di coscienza delle proprie azioni ribaltando di fatto l’iniziale cieca e insaziabile sete di vendetta in disperato e inconsolabile dolore.

L’Oldboy made in USA, è invece un film pulito, asettico, disinfettato con un perfezionismo estetico che fa gioire solo gli occhi, ma che lascia tremendamente indifferenti la mente e il cuore di chi guarda.

Scheda film

Titolo: Oldboy
Regia: Spike Lee
Cast: Josh Brolin, Samuel L. Jackson, Elisabeth Olsen, Sharlto Copley, Michael Imperioli, Grey Damon, Rami Malek, Lance Reddick, James Ransone
Genere: drammatico
Durata: 104’
Produzione: 40 Acres & A Mule Filmworks, Good Universe, Vertigo Entertainment
Distribuzione: Universal Pictures Italia
Nazione: USA
Uscita: 05/12/2013.

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