Outlast – Recensione

Titolo: Outlast

Sviluppatore: Red Barrells
Publisher: Red Barrells
Numero giocatori offline/online: 1/no online
Piattaforme: PC
Localizzazione: Testi in italiano, voci inglesi

Gita in montagna?

Chiunque sia minimamente informato sull’evoluzione dell’horror al cinema avrà certamente idea di cosa sia un mocumentary: trattasi di pellicole registrate in prima persona attraverso una videocamera o apparecchio simile così da far sembrare il tutto come un reperto video amatoriale. I titoli si sprecano, a partire dal capostipite del genere, The Blair Witch Project.

Mescolate questa base al gameplay di Amnesia: The Dark Descent e otterrete Outlast, primo titolo sviluppato dai Red Barrells, team che vede impegnati ex dipendenti Ubisoft e non che si sono già occupati di titoli come Splinter Cell e Prince of Persia.

Outlast ci porta immediatamente nel luogo che popolerà i vostri prossimi incubi: il Mount Massive Asylum, un manicomio recentemente riaperto dalla Murkoff Corporation. Una missiva anonima inviata al giornalista che farà da protagonista alle vicende ci porterà ad esplorare questa enorme casa degli orrori, dove qualcosa di orribile ha deformato e ucciso pazienti e guardie.

Bloccati all’interno della struttura, non ci resterà che cercare di trovare una via di fuga, man mano che la verità dietro all’orrore del manicomio si rivelerà  ai nostri occhi.

Si tratta certamente di un incipit che, pur essendo affascinante, si rifà ai cliché classici del genere sia per quanto concerne il setting che per i temi affrontati: possessione, culti satanici, complotti e così via. Ma si sa, un horror può prendere avvio da una trama completamente nuova, oppure può appoggiarsi ad un canovaccio, reinventandolo e sviluppandone le caratteristiche principali.

Outlast appartiene a questa seconda categoria e ve lo diciamo: lo fa maledettamente bene.

Ama le pile, e le pile ameranno te

Il riferimento ad Amnesia è stato quantomeno doveroso, visto che il gameplay di Outlast prende ispirazione a piene mani dal lavoro dei Frictional Games: allo stesso modo infatti non avremo armi e di fronte ai nemici potremo solo fuggire, viceversa la morte sopraggiungerà con brutale velocità.

Unico strumento in nostro aiuto sarà la videocamera che ci servirà in primis per vedere al buio con la visione notturna, regalando effetti assolutamente inquietanti: zoomare in mezzo al buio dei corridoi per trovarvi il luccichio degli occhi di un nemico pronto a farci a fettine è una sensazione davvero spiacevole, specie quando le batterie del nostro apparecchio si stanno scaricando.
Sì perché non potrete fare affidamento costante sulla visione notturna, visto che scaricherà in fretta la videocamera. Unico modo per ricaricarla sarà trovare pile stilo nascoste nella mappa di gioco (non chiedetevi perché delle pile stilo siano compatibili con una pila al litio), costringendoci quindi ad usarle saggiamente.

Secondariamente, la videocamera sarà l’unico mezzo con cui documentare gli orrori del manicomio, e da questo punto di vista il protagonista si troverà con abbastanza materiale da scriverci un libro: squartamenti, interiora disperse ovunque, pazienti disperati ed un enorme bestione desideroso di strapparci la testa saranno solo alcune delle cose che dovremo affrontare in quello che si può descrivere come un vero viaggio all’inferno. Un inferno labirintico e privo di vie di fuga.
Nonostante la struttura di gioco sia infatti lineare, il buio e la mancanza di pile ci renderà complessa l’esplorazione dell’edificio, col rischio di perdersi nei meandri dei corridoi, magari trovandosi faccia a faccia con qualche brutto ceffo.

A questo punto potremo solo fuggire, e qui Outlast mostra  qualche feature interessante: potremo scavalcare piccoli ostacoli, chiudere e barricare porte, voltarci durante la fuga per controllare il nostro inseguitore, ma soprattutto nasconderci. Armadietti e letti diventeranno i nostri migliori amici durante il viaggio, ma non ci renderanno certo invulnerabili. I nemici allertati potrebbero comunque trovarci e lanciarci fuori dal nostro nascondiglio, con buona pace delle coronarie del giocatore, ormai fin troppo provate.

Coloro che invece sentissero forte la vocazione dell’investigatore anche nel mezzo di questo incubo, potranno dedicarsi all’esplorazione di ogni stanza, cercando documenti top-secret in grado di rivelare cosa è davvero successo nel manicomio.

Il suono della paura

Non crediate che Outlast sia un horror di classe B: la climax, i macabri eventi e il costante terrore di essere assaliti tengono l’ansia a livelli altissimi.

Trovare due uomini nudi dietro alle sbarre che discutono pacatamente su come uccidervi e come dividersi i vostri organi sarà il minimo a cui assisterete nel corso delle 5 ore di gioco che vi separeranno dai titoli di coda. Una durata comunque accettabile di fronte ad un prezzo budget così basso.

Il terrore costante che si prova giocando al titolo Red Barrells viene sottolineato anche dal protagonista, che, diciamocelo, non è un cuor di leone: rantoli soffocati e sospiri strozzati faranno da accompagnamento principale alla sua avventura, e non di rado i nostri sussulti saranno sincronizzati ai suoi, qualora dovessimo vedere dalla distanza l’arrivo di un nemico, salvo poi magari girarci e vedere che un suo compagno ci sta per afferrare dalle spalle.

Allo stesso modo anche la colonna sonora fa un lavoro egregio, ora con tracce malinconiche e goticheggianti, ora con altre angoscianti e adeguate ad accompagnare una fuga a rotta di collo.

C’è da dire che tutto ciò non sarebbe sufficiente se non associato ad una cura per le ambientazioni adeguata, e in questo caso ci troviamo di fronte ad un comparto tecnico davvero di ottima fattura: non farà gridare al miracolo, ma il dettaglio generale e gli eccellenti effetti di luce ed ombra garantiscono un risultato globale apprezzabilissimo. Le mani del nostro alter ego che si appoggiano realisticamente ai muri, i disturbi alla videocamera e la messa a fuoco ballerina della visione notturna fanno da ciliegina sulla torta.

Le attività ricreative in un manicomio…

Se è vero che Outlast svolge magistralmente il suo compito principale, ovvero spaventare, è anche doveroso dire che più di un elemento lascia con l’amaro in bocca.
Si parte con le missioni, ripetitive e poco interessanti, divise sostanzialmente tra quelle che ci chiederanno di arrivare al punto X e quelle che ci assegneranno l’incarico di raccogliere/attivare gli oggetti x,y e z per attivare il congegno s.

Ripetete questo per  più e più ore, e capirete come ciò vada ad intaccare il livello di coinvolgimento, specie se si considera la totale assenza di enigmi e di interattività con l’ambiente che avrebbe potuto giocare a favore del titolo.

In secondo luogo, il design dei nemici lascia piuttosto a desiderare: non perché siano mal realizzati, al contrario, ma perché i modelli sono davvero pochi e per di più si tratta solo di esseri antropomorfi.
Dimenticate le aberrazioni di Silent Hill insomma, ma soprattutto dimenticatevi di rimaner angosciati all’idea di poter trovare nuovi orribili esseri dietro la prossima porta.

Ultimo appunto sulla difficoltà, tendenzialmente piuttosto bassa, specie se si considera una IA nemica non molto abile nel vedervi, almeno finché non farete il passo falso, che vi costringerà ad una fuga spesso molto lunga.

Al di là delle tenebre, la via d’uscita

Gli amanti dei survival horror sanno fin troppo bene come il genere abbia trascorso un lunghissimo periodo di recessione, tra saghe storiche modernizzate (Resident Evil docet) e un generale disinteresse dell’utenza nei confronti del genere.

Ebbene Outlast fa parte di quella stretta cerchia di titoli in grado di ridar vita a questa categoria di giochi facendola uscirà dal tunnel dell’oblio, e lo fa con risultati spesso esaltanti. Non è certo esente da difetti, questo si è compreso, ma è di sicuro una delle esperienze più terrificanti degli ultimi anni insieme ad Amnesia.

(Outlast uscirà anche per console PS4)


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