Gone Home – Recensione

Titolo: Gone Home

Sviluppatore: The Fullbright Company
Numero di giocatori: 1
Piattaforme: PC
Localizzazione: Inglese

Sono a casa

Ecco, se c’è una cosa che davvero ho amato di questa generazione, è stato l’incredibile sviluppo dell’industria videoludica indipendente, una industria che ha dato vita a perle come Amnesia: The Dark Descent e Journey.

Parlo al singolare, perché stiamo per affrontare un titolo singolare. Non può essere valutato secondo i criteri standard con cui si giudica un videogioco. Non c’è un gameplay da analizzare, né un comparto grafico che debba risaltare. Non ci sono quick time event, non ci sono combat system.
A volte ci sono solo storie, di quelle che chiunque può aver vissuto. Questa volta è la storia di Katie, che tornata a casa dopo anni trascorsi in Europa, la trova vuota. Non c’è nessuno, solo un messaggio della sorella Sam affisso sulla porta, dove lei le chiede scusa. Scusa per non lasciarle detto nulla prima di andarsene.

Una volta entrati ci ritroveremo a vagare per l’enorme villa, con il dirompente temporale che imperversa all’esterno a fare da sottofondo. Le stanze buie e i corridoi vuoti fanno da premessa a quello che sembrerebbe un horror, ma dietro alle ante degli armadi e sotto ai letti non si nascondono mostri. Si nascondono ricordi.

A noi non resterà altro che indagare sulla sparizione dei nostri parenti, leggendo manoscritti e carte lasciate a terra, ascoltando registrazioni e leggendo diari. Perché in fin dei conti non è Katie la protagonista della vicenda. Lei è rimasta lontana da casa per anni, ed è totalmente estranea agli avvenimenti e alle crisi che si sono formate nel corso del tempo. In questo modo ci sentiamo ancora più immedesimati nella storia. Noi non sappiamo nulla, siamo spettatori ad un qualcosa che ci è estraneo. Ed in particolare è la storia di Sam a fare da nucleo all’avventura di Gone Home. Man mano che investigheremo nella grande e quasi spettrale casa, la tenera voce di Samantha ci narrerà passo dopo passo gli eventi che hanno preceduto il nostro arrivo. Il trasloco, la difficoltà a fare nuove amicizie e così via.

Uno spaccato sincero e non privo di momenti difficili di una teenager, raccontato in modo delicato e toccante, scevro di inutili orpelli tanto cari alla letteratura giovanile moderna.

E mentre nuove porte della casa si aprono, anche rivelazioni inaspettate sugli altri componenti della famiglia si rivelano. Tutti abbiamo dei segreti e ognuno ha le proprie crisi e i propri disagi. Ogni oggetto che raccogliamo potrebbe raccontarci qualcosa: le difficoltà di un genitore ad accudire la figlia, le velleità anticonformiste di quest’ultima…

Accompagnati da una traccia sonora tenue e languida, nel corso della breve ma intensa esperienza di gioco (che può essere tranquillamente completata in una sola partita) non si può non rimanere toccati da certe frasi.

Sì è vero, non si può definire  Gone Home un videogioco in senso stretto. Non è nemmeno un punta e clicca, né una avventura grafica.

E’ un grande puzzle, dove bisogna osservare e raccogliere i pezzi per poter finalmente ricostruire il grande quadro d’insieme.

Ed è semplicemente splendido vedere come gli sviluppatori siano riusciti ad amalgamare la voce fuori campo di Sam con il contesto di gioco ed il suo finale. E’ un lavoro da manuale, che da solo eleva ai vertici un titolo che meglio di molti altri giochi, come Heavy Rain, è riuscito nell’intento di proporre una trama matura, appassionante e vera, nel giro di un’ora di gameplay.

Il lavoro dei ragazzi di Fullbright Company è chiaramente destinato ad un pubblico di nicchia e non a quello di massa, ma come tutte le cose migliori, spesso solo pochi riescono ad apprezzarle.

A chi fa parte di quel gruppo auguro una buona partita.


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