VirtuaVerse – Recensione

Qualche tempo fa ho parlato del genere “avventure punta&clicca” e di come esse ormai siano quasi appannaggio delle produzioni indie o di qualche remake di vecchie glorie, sia perchè con il tempo il genere  è passato di moda, ma anche e soprattutto perché sono cambiati i gusti dei giocatori. Un tempo, si parla di milioni di anni fa, quando ancora gli uomini combattevano contro i dinosauri, (cit. Al Bano), le avventure non erano grafiche, ma solo testuali, e la loro difficoltà oggi sarebbe considerata più che straordinaria. Poi si passò alla generazione delle avventure grafiche, nel tardo 8bit-zoico, dove il giocatore non doveva più digitare degli astrusi comandi, ma con il solo passaggio del cursore sullo schermo poteva individuare punti di interesse e combinare assieme più azioni. Anche in questo caso non è che la vita dei giocatori fosse poi così semplice, perchè oltre alla coordinazione occhio-mano, era necessario utilizzare anche il famigerato cervello, ovvero  spremersi le meningi per cercare di capire cosa fare con il pane secco nel lavandino o l’uovo nel forno a microonde. Oggi, purtroppo mi sento di dire, molti giochi ci offrono la soluzione davanti ai nostri occhi, palesata in messaggi cubitali e indicazioni univoche, per non metterci troppo in difficoltà.
Poi appare VirtuaVerse, un gioco due terzi italiano, indipendente, che riprende da dove ci eravamo lasciati una ventina di anni fa nel campo delle avventure grafiche punta &clicca, offrendoci la possibilità di immergersi in un mondo distopico (ormai va di moda questa etichetta, per cui si usa ed abusa, ma in questo caso è adatta a descrivere lo scenario), per farci vivere una storia cyberpunk di amore, morte e graffiti. Scopriamo assieme se i fasti gloriosi di un lontano passato e i canoni stilistici delle sane avventure di un tempo sono stati degnamente rispettati e se VirtuaVerse è un titolo sul quale investire tempo e neuroni.

 

 

Non voglio narrarvi troppo della trama, che ovviamente in una avventura è il fulcro attorno al quale tutto viene costruito. Il nostro alter-ego è Nathan, un ragazzo senza faccia (nel senso che è sempre nascosta dal cappuccio della felpa, che si sveglia una mattina e non trova più Jay, la sua ragazza. Poiché è un po’ maldestro e distratto, alzandosi dal letto spacca il suo visore AVR, un elemento ormai indispensabile per poter interagire con la realtà aumentata di questo mondo del 20XX, pervaso da scritte al neon, pioggia perenne e messaggi virtuali che si innestano con la vita reale, tanto da non saper più bene a volte su che piano di coscienza ci ritroviamo. Quindi un ottimo scenario cyberpunk, che rispetta tutto quello che fino ad oggi conosciamo sul tema. Se ignorate di cosa sto parlando, allora non so se questo gioco può veramente interessarvi, ma se vi piace la fantascienza di Sterling e Gibson, se avete amato Blade Runner (sia il film che l’avventura della Westwood), se vi siete scervellati a cercare di capire come sconfiggere le potenti IA di Neuormancer della Interplay, allora continuate pure a leggere. Altrimenti fatelo lo stesso, ma poi non vi venite a lamentare se non trovate interessante quello che scrivo.

Ritornando a noi, la nostra missione, ovviamente, è quella di scoprire perchè mai Jay sia sparita così misteriosamente, ricostruendo un puzzle di elementi, unendo insieme tessere più piccole, che formano con il tempo tessere più grandi, che ci porteranno ad avere finalmente una visione di insieme della misteriosa vicenda e sciogliere tutte le nostre curiosità come lacrime nella pioggia. Devo ammettere che a parte qualche palese ingeniutà narrativa, tutta la storia scorre in maniera piacevole ed interessante, con un buon crescendo, anche se a volte frenato da elementi di stasi, legati a punti nei quali ci si può sentire persi nel mondo di VirtuaVerse. Non dico che il gameplay sia noioso,anzi tutt’altro, ma che ho trovato alcune sezioni un po’ troppo ridondanti rispetto alla fluidità di altre, ma alla fine l’insieme di tutti gli elementi rimane comunque appassionante ed intrigante. È come leggere un fumetto (nella mia testa è Nathan Never) dove alcuni albi non hanno la stessa forza narrativa dell’intero arco della storia, sembrano solo momenti di passaggio. La stessa cosa mi è successa con VirtuaVerse, dove alcune sezioni sembravano più legate alla passione di voler raccontare qualcosa, senza che ciò fosse realmente utile alla narrazione complessiva.

Però state attenti, perchè qua si entra nel merito della costruzione del gioco e della sua apparente difficoltà. Per i non avvezzi alle avventure “vecchia scuola”, sappiate che uno degli elementi fondamentali di questa tipologia di giochi è scoprire particolari e dettagli che si nascondono alla vista, ma che sono sempre stati davanti ai vostri occhi. Combinare elementi assieme, cercare soluzioni ad enigmi ambientali o narrativi, è il motore di questa tipologia di giochi. Quello che conta è la logica con il quale gli autori ce li propongono. Il peggio che vi può accadere quando giocate a questo genere di giochi è non entrare in sintonia con essi, non capire come procedere perché non si trova, o non c’è una logica, che ci renda possibile avanzare. In termini tecnici si parla di “moon logic” quando il ragionamento che serve a risolvere alcuni puzzle di un gioco è chiaro solo alla mente del creatore e rimane quindi oscuro al giocatore, anche quello più scafato e scaltro. Fortunatamente in VirtuaVerse la logica è abbastanza chiara e tutto quello che dovrete fare è leggere con attenzione i vari testi che popolano tutta la narrazione, perchè è in essi che troverete le risposte alle vostre domande su come superare un determinato punto. Per questo motivo, purtroppo, le avventure grafiche alla fine hanno perso il loro appeal sul grande pubblico, o per lo meno così la penso: leggere pagine di testo, mettere insieme elementi grafici e testuali, cercare di trovare soluzioni senza aiuti visivi (vedi ad esempio i punti da scalare degli ultimi Tomb Raider), sono tutte cose faticose, che impegnano e che sono state preferite a sistemi di gioco che ci conducono letteralmente senza intoppi verso la conclusione.

Se deciderete di giocare a VirtuaVerse, sappiate quindi che dovrete armarvi di calma e pazienza, cercando di utilizzare il più possibile le vostre capacità deduttive ed intuitive, ragionando su cosa fare, su come farlo e con cosa farlo. Devo ammettere che in alcuni punti mi sono trovato anche io in difficoltà, come ad esempio tanto tempo fa mi era successo con la logica aliena di alcuni enigmi di The Dig della Lucasart, ma concentrandomi sugli elementi disponibili, facendo un po’ di backtracking tra le varie locazioni del gioco, alla fine sono riuscito a risolvere anche gli enigmi più astrusi e complicati.

Normalmente gioco in inglese, ma questa volta ho deciso di fare un’eccezione alla regola e, visto che il gioco è stato sviluppato da un team (Theta Division) composto da due italiani su tre componenti, ho deciso di dare una chance alla nostra lingua madre. Devo ammettere che non ne sono affatto pentito, in quanto la localizzazione è di buon livello, anche se con qualche incertezza con la declinazione dei generi, che può indurre in confusione. Alcuni passaggi testuali nei quali si parla di una “lei”, a volte ce la presentano come un maschio, per cui ci può essere confusione nel capire di chi stiamo parlando e poiché è molto importante seguire bene i testi e i dialoghi, come dicevo sopra, bisogna stare attenti a non cadere in errore. Ma considerate le migliaia di righe di testo che sono presenti nel gioco, capisco bene che questo genere di sbavature non siano così facilmente evitabili, anche considerando il fatto che si tratta sempre e comunque di una produzione indipendente.

VirtuaVerse ci offre, oltre al suo alto livello di sfida, una gran varietà di contenuti ed elementi che lo magnificano. Stio parlando di una marea di dialoghi, svariati personaggi con i quali interagire ed elementi che dimostrano l’amore terno che gli sviluppatori hanno per tutto quello che è la storia del videogioco. Ci sono moltissimi riferimenti palesi o nascosti a tutto quello che è stata la cultura videoludica degli anni ’80 e ’90. Non vi voglio svelare niente, però vi posso dire che secondo me il monitor 1081 il pulsante di spegnimento lo aveva sicuramente davanti e non dietro! MA lascio a voi il piacere di scoprire i millemila altri elementi che sono disseminati realmente ovunque e sono sicuro che alcuni non sono riusciti a vederli solo per mia ignoranza. VirtuaVerse dopo pochi minuti ci fa immergere completamente nel mondo che ci presenta, sia grazie alla narrazione, ma anche alla componente grafica accattivante e realizzata con cura che definire maniacale è veramente riduttivo. Lo stile è un ottimo pixel art, pulito, dettagliato, pieno di luci al neon, ideogrammi sino-nipponici, colori che spaziano dal viola al blu, fondendosi con il giallo e il rosso con bellissima precisione. Una veda goduria per gli occhi, che rende anche l’esplorazione alla ricerca di elementi ed oggetti molto più agile. Le animazioni dei personaggi e degli ambienti sono semplici, ma anch’esse be realizzate, dimostrando anche in questo caso una cura al dettaglio che va oltre alla professionalità, sfociando nella dimostrazione di una passione ed una dedizione veramente encomiabili.

Non posso non citare l’ottima colonna sonora di Master Boot Record (che personalmente mi sono anche comprato su BandCamp) che unisce lo stile 8-bit ad una serie di sonorità sintetiche accattivanti, che si fondono alla perfezione con ogni livello di gioco, non essendo mai invasiva o pervasiva, sempre adeguata e pienamente godibile.

 

 

In Conclusione

VirtuaVerse prende il meglio delle avventure punta&clicca e lo amalgama con maestria, cura e sapienza in un gioco godibile, ma con un limite evidente: la sua fruibilità odierna. Per chi è della vecchia scuola e non ha mai avuto paura di usare capacità deduttive e leggere paginate di testo, questo gioco è una vera manna, ma per il vasto pubblico, che ormai ha perso un po’ la concezione di difficoltà, se non applicata a giochi come Dark Soul et similia, la raffinatezza stilistica di VirtuaVerse si perde nelle lamentele del “è troppo difficile”. Non è così, ma lo può diventare se chi lo gioca decide di saltare a piè pari pagine e pagine di dialoghi, perchè e nella narrazione complessiva che si trovano le soluzioni a tutti gli enigmi. Per cui ci vuole pazienza, dedizione, attenzione per poter apprezzare un gioco di questo tipo. Non è un gioco “difficile” perché punitivo, ma perché impegnativo. Se però deciderete di dedicargli il tempo che merita, allora sarete ricompensati sia da una trama interessante, che da uno stile grafico sopra gli standard e da una colonna sonora che vale da sola l’acquisto del gioco.

La recensione è stata realizzata grazie al codice fornito dagli sviluppatori per PC. 


8.5
voto