Predator Hunting Grounds (PS4) – Recensione

Predator: Hunting Grounds è un gioco multiplayer asimmetrico sviluppato da Illfonic e pubblicato da Sony Interactive Entertainment per PS4 e PC, basato sul famoso franchise che nasce nel 1987 con il primo, iconico film, per poi arrivare fino ad oggi con vari sequel e reboot. Il gioco segue le orme tracciate dal precedente titolo di Illfonic, Venerdì 13, introducendo la componente FPS. Considerato il franchise e la possibilità di mettersi nei panni di un Predator, eravamo molto curiosi di capire se questo gioco avrebbe soddisfatto il nostro appetito di violenza, ma qualcosa è andato storto. Cosa? Scopritelo nella nostra recensione

Il sistema di gioco è abbastanza semplice: un giocatore controlla il Predator mentre altri quattro controllano i soldati che cercano di completare alcuni obiettivi. Quindi è un gico esclusivamente multiplayer, che obbliga quindi su PS4 (la versione provata da noi) ad avere un abbonamento Plus per giocare. Per cui essendo un gioco online, ci saremmo aspettati che il matchmaking per entrare in gioco sarebbe stato quantomeno agile, ma purtroppo qua ci imbattiamo subito nella prima magagna. Questo problema era già emerso durante la beta del 27 marzo e gli sviluppatori avevano affermato che era un problema legato solo a quella circostanza, ma purtroppo ancora oggi, dopo il rilascio ufficiale del 24 aprile, ci troviamo a lunghe file mentre aspettiamo che venga trovata una sessione. Ma potrebbe anche succedere che poi la stanza sia piena e quindi si deve  iniziare a fare una nuova coda. Per chi in questi giorni già deve  fare un sacco di code per procacciarsi il cibo ed altri generi di sopravvivenza ai tempi del Covid-19, non è che sia proprio piacevole. Le code sono naturalmente più lunghe se decidiamo di usare il Predator, che è il personaggio più gettonato, mentre nel giro di tre/quattro minuti in media si riesce ad entrare in partita con uno dei personaggi della squadra umana.

Visto che stiamo parlando di problemi tecnici, mettiamo subito sul tavolo l’altra magagna di questo gioco, ovvero il comparto grafico. A parte qualche spunto interessante, complessivamente il gioco sembra quasi un remastered della generazione precedente. Aliasing pesantissimo, effetti di luci ed ombre ballerini e soprattutto un framerate che non riesce nemmeno a mantenere i 30 fps in maniera normale, per cui vi lascio immaginare cosa accade quando l’azione si fa più intensa. In alcuni momenti sembra di giocare nella melassa, invischiati in un motore grafico che sembra pronto a tirare le cuoia da un momento all’altro.

Laddove Predator: Hunting Grounds recupera qualche punto è la modalità di gioco, ma solo se prendiamo in considerazione di interpretare il mostro venuto dallo spazio. Se decidiamo di prendere il controllo di uno dei membri della squadra di assalto, ci troveremo a doverci confrontare con delle noiose missioni, nelle quali ci vengono assegnati obiettivi, e dove dovremo cercare di eliminare sia avversari umani controllati dalla IA, che non farci sventrare dal Predator, o meglio ancora catturarlo nelle migliori condizioni possibili per poterlo poi far studiare dal solito manipolo di scienziati. In pratica quando scegliamo il team umano, ci troviamo a giocare ad un FPS, piagato dal framerate osceno del quale parlavamo sopra, con una struttura talmente blanda che scade presto nel noioso. Bisogna andare dal punto A al punto B indicati sulla mappa, completare l’obiettivo, spostarci da B a C, completare un nuovo obiettivo, da C a D, da D a E, e così via fino al punto di estrazione. A parte il Predator controllato da un altro giocatore umano, che è l’unica variabile degna di nota, per il resto i nostri avversari controllati dalle IA sembrano essere dei dummies che ci si gettano contro per essere massacrati e farci guadagnare punti XP per salire di livello. I soldati nemici sono di varie tipologie, quelli più tosti sono quelli corazzati che ci daranno del filo da torcere non tanto per tattiche particolari, ma solo per la loro potenza di fuoco e l’armatura che li rende un po’ più coriacei. Il nostro arsenale, a parte delle modifiche estetiche, sembra tutto uguale. Passare da un fucile mitragliatore ad uno a colpo singolo e non accorgersene è veramente un’esperienza poco appagante. Ci sono anche diverse classi tra le quali poter scegliere, che però non saranno tutte disponibili durante le prime partite, ma che si sbloccheranno al raggiungimento di determinati livelli. Sinceramente le abbiamo trovate anch’esse prive di qualsiasi interesse, visto che alla fine solo in maniera molto marginale, le loro statistiche influiscono in maniera determinante sul gameplay. Non esistono abilità uniche che appartengono ad una specifica classe, per cui avremo che Assalto è quello più bilanciato, Scout più veloce oppure Supporto una maggiore resistenza in quanto ha una corazza maggiore degli altri.
Dopo una decina di partite nei panni della squadra umana, la noia aveva iniziato già a pervaderci, per cui siamo passati (con i tempi biblici dell’accesso alle partite dei quali dicevamo sopra) a prendere il controllo del Predator.

Fortunatamente in questo caso l’esperienza diventa subito più divertente e per lo meno più variegata. All’inizio del gioco verremo costretti a fare un breve tutorial per capire bene quali siano le varie particolarità del nostro simpatico alter-ego che si diverte a estrarre teschi dai suoi nemici. Non è semplice prendere subito confidenza con i comandi e sicuramente il tutorial non basterà a rendervi dei Predator provetti. Il nostro caro alieno ha l’obiettivo principale di sterminare completamente il team umano, cosa che può essere al contempo semplice o dannatamente difficile. Come i fan della saga sanno bene, il Predator ha capacità mimetiche evolute, che lo possono rendere invisibile, ma solo se sta fermo. Il suo casco inoltre gli permette di rilevare il calore dei suoi nemici. Per questo, quando saremo nel team degli umani, potremo anche rivestirci, come il buon Arnold Schwarzenegger ci insegnò nel primo film, di un bel po’ di fango, per diminuire l’emissione del calore corporeo.
Altra capacità che avremo come Predator è quella di spostarci rapidamente sugli alberi e altre postazioni elevate, e nel gioco questa modalità viene chiamata “Predkour“, ovvero la crasi tra Predator e parkour. Questo è sicuramente la fase di gioco più divertente, balzare non visti sugli avversari restituisce tutto quello che le cose negative hanno tolto a questo gioco: il brivido, il divertimento, la sensazione di comandare una vera e propria macchina progettata per uccidere. La cosa divertente è che quando saremo a caccia di umani, non potremo distinguere quelli controllati dalla IA da quelli controllati da altri giocatori e questo mette una maggiore variabilità negli scontri e può destabilizzarci quando ci troviamo nelle sezioni più concitate del gioco.

Le armi a nostra disposizione inizialmente sono limitate alle lame sul braccio e al cannoncino sulla spalla, ma aumentando di livello si possono sbloccare un sacco di altri strumenti di offesa molto interessanti e sempre più letali, che rendono molto bene il senso del massacro che saremo in grado di dispensare a destra e a manca.

In Conclusione

Paradossalmente, nonostante sia un gioco molto sotto la media su tanti fronti, alla fine in qualche modo Predator: Hunting Grounds ci cattura e ci porta a fare sempre una partita in più. Non lo riteniamo certo un acquisto obbligato, ma speriamo che con il tempo molti dei difetti tecnici possano essere risolti e riesca ad esprimere al meglio il suo potenziale, che purtroppo ad oggi si intravede tra le righe. Da un gioco pubblicato da Sony ci saremmo aspettati degli standard superiori, per cui non si capisce come mai abbiano deciso di rilasciarlo in questa forma così abbozzata. Un titolo quindi da tenere d’occhio, aspettando che venga incluso in qualche offerta a prezzo stracciato, sempre che le prossime patch siano risolutive. Vi terremo comunque aggiornati.

La recensione è stata realizzata grazie al codice fornito dagli sviluppatori per PlayStation 4. 


6.0
voto