DOOM Eternal – Recensione

Dal 1993 non ho mai mancato un appuntamento con la saga di DOOM. All’epoca del primo episodio avevo 17 anni e ora ne ho 46, ma in tutti questi anni il fascino di questo gioco mi ha sempre catturato, anche grazie alla sua evoluzione nel tempo. Ho vissuto la tetra frenesia dei primi due capitoli, il rallentamento del gameplay nell’oscuro e opprimente DOOM 3, ho riscoperto la voglia di massacrare demoni nel reboot del 2016 e ho atteso in gloria l’avvento di questo DOOM Eternal per capire se lo spirito della saga sarebbe stato rispettato. Ma purtroppo ho avuto una grossa sorpresa. Quale? Scopritelo continuando a leggere.

Con l’avvento di Bethesda i fan della serie DOOM temevano, nel 2016, che il gioco sarebbe stato snaturato, ma il lavoro compito dai reduci di id Software fu egregio. Il reboot di DOOM ha auto un grandissimo successo sia di pubblico che di critica, è stato apprezzato sia dai vecchi fan che da chi magari non era nemmeno nato quanto uscì il primo episodio. Questo titolo riuscì a ravvivare completamente il design dei livelli dei giochi originali che era essenzialmente basato sul gameplay, facendoci schizzare come dei “dannati” tra orde di creature demoniache e boss cazzutissimi, rievocando la tanto amata BFG, capace di maciullare qualsiasi cosa che ci poneva davanti. Inoltre riporta in auge anche il contrasto tra mondi diversi, ovvero la rosseggiante base marziana dell’UAC e le visioni mostruose dell’Inferno, che nel terzo capitolo si erano stemperate in una visione più cupa, quasi intima, lacerata solo dalla flebile luce della nostra torcia e dalle urla raccapriccianti delle creature che aspettavano di banchettare con il nostro corpo negli angoli bui della base marziana.

DOOM Eternal è la declinazione, in un certo qual modo, in chiave moderna, di DOOM 2, ovvero il combattimento si sposta da Marte alla Terra, ormai contaminata dall’invasione demoniaca. Questo significa che si abbandonano gli angusti corridoi e l’azione ha come palcoscenico ampli spazi aperti, variegati e follemente contorti. Il nostro Doom Slayer, o Doomguy, ovvero l’anonimo specchio nel quale il giocatore secondo John Romero si doveva identificare, non riesce a stare più con i piedi per terra e acquisisce la facoltà di saltare, arrampicarsi e aggrapparsi come una Lara Croft qualsiasi, aggiungendo all’azione una dose di platform. Ed è proprio questa nuova modalità che mi ha lasciato molto perplesso. I primi livelli sono bene o male un tutorial ben fatto che ci introduce alle novità del gioco, ma quando si inizia a fare sul serio, allora si sente pesante la verticalità impressa a DOOM Eternal. Si inizia con il doppio salto,  poi ci si aggrappa a superfici specifiche, si aggiunge l’uso del doppio scatto volante, e poi l’uso del rampino e persino si arriva sulle sbarre sospese per arrivare ancora più in alto. Che a suo modo sarebbe anche una cosa divertente, se non occupasse la metà delle nostre esplorazioni. Gestire bene i vari movimenti acrobatici con i quali dobbiamo imprimere al nostro alter ego spinte spropositare per arrivare a piattaforme praticamente inaccessibili è una fatica terribile. In un gioco del genere , in un DOOM, mi sarei aspettato che la tensione derivasse dai combattimenti, non dalla navigazione da un punto A ad un punto B. Ed è questo che mi ha sinceramente sconcertato e in parte deluso. Nonostante adori il suo sistema di combattimento, che è frenetico ed adrenalinico, non riesco ad apprezzare l’interezza del gioco. Lo so che per quanto sto per dire sarò criticato da chi adora questo gioco, ma per me non è DOOM, Ovvero è DOOM quando mi pone davanti a combattimenti serrati, ad arene piene di nemici che cercano con ogni mezzo di farmi fuori, ma per il resto mi è sembrato più uno Skyrim ammantato di demoniache presenze. Anche la parte di potenziamento del nostro eroe ricalca pedissequamente quanto visto sia in ESO o in Tomb Raider, con sblocchi per armi ed armatura a seconda dei punti abilità raccolti spappolando demoni et similia. Questo titolo non è l’evoluzione della saga originale, ma una modificazione genetica al DNA di DOOM, con una serie di innesti che sicuramente saranno stati fatti considerando i gusti del pubblico, ma che mettono in secondo piano lo spirito originale di questo gioco. Non sto facendo un discorso nostalgico, ma più una considerazione di come tentare di trasformare qualcosa di ben conosciuto ed apprezzato, possa portare a delle deformazioni che rendono difficile intravedere la sagoma originale dietro una serie di artifici e modifiche.

Lo stesso vale per la trama. John Carmack una volta ebbe a dire che “la trama di un gioco è come la trama di un film porno. Si prevede che ci sia, ma non è così importante”, riferendosi prprio alla storia dietro l’originale DOOM. Poi sono stati scritti romanzi, girati film e quindi si sono aggiunti tasselli alla simil-trama originale (marine su Marte che spacca il culo a una orda di demoni fino ad arrivare al demone più grosso di tutti e sfondarlo ben benino), e la storia si è un po’ evoluta, ma alla fine è rimasta sempre legata ad una modalità scanzonata, piena di volgarità e ironia. In DOOM Eternal arriviamo invece alla mitizzazione del nostro eroe, che non è più solo un anonimo marine nel quale il giocatore si immedesima, ma un semidio, alla stregua di Gozer il distruggitore, che viene evocato per combattere i demoni che poi alla fine non sono così cattivi, perchè dietro a tutto c’è un complotto multidimensionale, che gli Illuminati e Bilderberg sembrano dei tremanti boyscout a confronto. Sinceramente, come diceva Carmack, preferisco vedere della sana azione che sorbirmi delle pasticciate sequenze pseudo-mitologiche.

La cosa veramente eccezionale di questo titolo è la potenza dei combattimenti, la loro crudezza e come mi hanno tenuto impegnato anche giocando ad un livello non elevato di difficoltà. Si basano tutto sul movimento, sullo scatto, sul reperire con urgenza armatura ed energia. Tutto avviene con estrema fluidità, senza rallentamenti, mentre vari tipi si entità demoniache vomitano il loro arsenale contro di noi. Tutti gli scontri avvengono principalmente in arene delimitate, per cui dovremo essere abbastanza bravi da muoverci e sparare velocemente, o abbastanza metodici e pazienti da dover ripetere la stessa sequenza di scontri più e più volte. Non sono un amante dei roguelike e morire continuamente non è proprio la cosa che mi fa più piacere quando gioco, ma in DOOM Eternal ho rimparato ad essere paziente, a studiare i pattern di attacco dei nemici, a ricordarmi dove si trovano i kit di pronto soccorso, i pezzi di armatura, le ricariche di munizioni e a ripetere più e più volte gli stessi combattimenti, fintanto che non sono riuscito ad avere al meglio e sbloccare il passaggio all’area successiva. La cosa che da più soddisfazione sono le varie mosse di spappolamento degli avversari, che ci daranno diritto a bonus di energia e di ricariche di armi in più La lama (poco) celata nel braccio destro e la motosega, nostra fidata amica dei tempi che furono, ci permetteranno di fare delle brutali esecuzioni, così gore e splatter che nemmeno nei primi film di Peter Jackson se ne sono viste. Ogni avversario ha un suo punto debole, che ci viene prontamente detto nelle schermate di caricamento, per cui dovremo usare l’arma più adatta per sconfiggerlo. Poi abbiamo a disposizione anche un comodo lanciafiamme da spalla, per non parlare di granate esplosive e congelanti e una serie di potenziamenti delle armi, che hanno una modalità principale ed un paio secondarie. Insomma, c’è di che sbizzarrirsi nel cercare di ottenere i livelli di carneficina più esaltanti. Spariscono le combo che abbiamo visto nel reboot, ma si aggiungono una serie di sfide che faranno aumentare i nostri XP, per farci sbloccare ulteriori abilità.

Graficamente il mondo di DOOM Eternal è bello ed esagerato, da far male agli occhi. Colori vividi, ambienti impregnati di cupa possessione demoniaca, palazzi dalle impossibili architetture gotiche, scorci lovecraftiani che rimandano alle atmosfere dell’indimenticabile Quake, sfondi costellati di mostruosità colossali che sembrano poter prendere vita da un momento all’altro. Un’architettura superba, anch’essa molto più vicina a quello che ci si può aspettare da un titolo come ESO che non da DOOM. Come punto di riferimento primario abbiamo la nostra cittadella, dove avremo accesso oltre che alle varie missioni, anche ad una serie di camere che ci permetteranno sia si ottenere speciali miglioramenti, che esplorare i trofei e le memorabilia che sono nei quartieri privati del nostro Doomguy. All’interno della Cittadella, che si trova in orbita attorno alla Terra, ci sono anche le prigioni, nelle quali potremo dilettarci a spappolare piacevolmente demoni e creature catturare. La struttura della nostra base ricorda molto l’u-boot di Wolfenstein II, Il Martello di Eva,  che sicuramente è stato fonte di ispirazione in quanto a contenuti e struttura.

Esiste anche una modalità di gioco online, il Battlemode, che permette di utilizzare sia il nostro eroe che anche i demoni, per sfide che adesso però sono limitate ad un semplice 2v1 asimmetrico cooperativo competitivo. Va bene volerla far finita con i soliti deathmatch, ma l’ho trovato poco appassionante, seppur abbastanza divertente, anche per la vagonata di sbloccabili!
Il comparto audio, come quello video, è esagerato, con musiche metal ed evocative e coinvolgenti, con effetti puliti ed efficaci. L’edizione Deluxe comprende anche il pacchetto di effetti sonori originali e dopo averlo provato mi è quasi scesa la lacrimuccia!

 

In Conclusione

Come si fa a dire che DOOM Eternal non è un gioco da comprare? Non è possibile e non sarei nemmeno obiettivo, perché alla fine è un gioco solido che appassiona. Il problema è che come il soldato Vasquez di Aliens – Scontro Finale, era “troppo troppa”, id Software e Bethesda hanno voluto esagerare, ma nella direzione sbagliata. Portare una saga iconica come quella di DOOM, basata su combattimenti negli spazi ristretti, verso una struttura platform, piena di salti, arrampicate e slanci su sbarre ed enigmi ambientali scarsamente attraenti, vuol dire snaturarne l’anima, creare una bellissima creatura, un Frankenstein generoso, ma inadatta a rappresentare lo spirito ed il gameplay degli originali. Laddove il reboot del 2016 era riuscito a migliorare e ad ammodernare le dinamiche ormai logore del genere, mantenendo uno spirito ironico, divertito e divertente, in DOOM Eternal si cade nei fasti pomposi di una mitologia autoreferenziale, un’epica grandiosamente inutile per narrare una trama che si nutre del suo stesso compiacimento. Un bel titolo, giocabile, divertente al punto giusto, con un ottimo comparto grafico ed un bellissimo accompagnamento sonoro, che però non mi ha convinto fino in fondo. I combattimenti sono la quintessenza dello splatter e del gore, ci sono più opzioni, più demoni, più carneficine di quanto visto fino ad adesso, ma questo non basta a rendere DOOM Eternal un capolavoro, perché non morde, non attanaglia il giocatore, non lo spaventa, non lo atterrisce, ma lo avvolge in una pesante imbottitura che riempie gli spazi tra una sezione di combattimento e l’altra.

La recensione è stata realizzata grazie al codice fornito dagli sviluppatori per Xbox One

 


8
voto