Valfaris – Recensione

Quando un gioco ti propone tra i trofei da sbloccare quello che prevede che tu muoio almeno 50 volte, capisci subito che non sarà certo una cosa semplice superarlo. Stiamo parlando di Valfaris, disponibile su tutte le piattaforme di gioco, che si propone come nuovo contendente nella oramai infinita lotta tra gli infiniti titoli dello stesso genere che popolano gli store digitali  e che ci propongono sfide sempre più difficili, che sono sempre sul filo del rasoio tra essere impegnativi oppure troppo frustanti. Vediamo assieme dove si colloca Valfaris!

Per gli amanti del cinema “alternativo” degli anni ’80 , uno dei miti indiscussi, che oggi potete trovare su Netflix, è stato sicuramente Heavy Metal, a sua volta ispirato della rivista francese di fumetti Metal Urlant. il film racconta la storia del Male che contamina le galassie, attraversando il tempo e lo spazio e il nostro Valfaris trae sicuramente una grande ispirazione da esso. In pratica il gioco è uno sparatutto/platform a scorrimento laterale, innaffiato di abbonante musica metal e guarnito in maniera grintosa da un’ottima pixel art.
La storia, che ha un suo perché, nonostante si tratti di un gioco che non ne avrebbe neppure troppo bisogno,  inizia con il nostro coraggioso e orgoglioso alter ego, il guerriero Therion, decide di ritornare sul suo pianeta natale e scopre che esso si è messo ad orbitare intorno ad un sole morente. La nostra impenetrabile fortezza Valfaris è stata corrotta dal male, che ha trasfigurato ogni angolo del nostro lussureggiante pianeta per farlo diventare una marcescente e temibile palude di dolore, follia e crudeltà. Il nostro compito sarà quindi quello di spazzare via la decadente corruzione che ammorba il pianeta, scoprendo anche che cosa lo abbia così trasfigurato. Therion, armato della sua spada e di una pistola al plasma, sarà guidato dai nosti comandi, attraverso una serie di paesaggi oscuri e impossibili, dove la risposta alla violenza generata dal Male è solo altra violenza. Unica nostra compagna di viaggio sarà la verde e discinta Hekate, che ci farà da virgiliana guida attraverso questo novello inferno.

Giocando a Valfaris il primo titolo che ci viene a mente come paragone è l’ottimo Slain: Back from Hell, e ci si rende subito conto che purtroppo, rispetto ad esso, il titolo che stiamo adesso recensendo ha un grosso problema per quel che riguarda il gameplay, Infatti n Valfaris non c’è alcuna raffinatezza nell’azione, manca di precisione ed accuratezza, penalizzando l’esperienza complessiva di gioco. L’aver deciso di incentrare tutta l’azione più sulla componente action rispetto a quella platform è una scelta che non critichiamo, ma quello che abbiamo notato è una carenza di precisione laddove era invece fondamentale, perché se alla difficoltà elevata, voluta dagli sviluppatori, si unisce anche un elemento di criticità di tipo tecnico come la carenza di precisione, il passo da difficile->frustrante, con conseguente e sdegnato rage-quit, è veramente breve.

Vorremo apripre una piccola parentesi di riflessione in merito all’ispirazione che oggi molti titoli dichiarano di avere dal passato. Vi possiamo assicurare che avendo vissuto in prima persona quei tempi, non è così pacifico che automaticamente tutte quello che era sviluppato e progettato fossero esempi virtuosi da prendere da modello. Se prendiamo ad esempio un sacco di giochi spara e fuggi di quel periodo, vi possiamo assicurare che erano strutturati male e quindi apparivano dopo qualche partita tanto ingiusti da risultare irritanti. In Valfaris gli sviluppatori hanno infuso con cieca lealtà questa “cattiveria” figlia degli anni ’90, senza rendersi conto che la difficoltà deve essere sempre ricompensata, che gli sforzi dei giocatori devono essere comunque in qualche modo riconosciuti, per creare un legame tra di essi e il gioco. Ritornando a Slain: Back from Hell, vi possiamo assicurare che era in alcuni passaggi fottutamente più difficile e complicato di Valfaris, ma il livello di soddisfazione che restituiva era dieci volte quello che cerca di darci Valfaris. In esso non sarà la nostra eventuale imperizia a farci ripetere più volte un singolo passaggio, ma la struttura stessa del gioco. Ci siamo trovati ad affrontare un miniboss nelle fasi iniziali e ci siamo subito resi conto che dovevamo compiere una determinata azione per poterlo indebolire subito nelle prime fasi dello scontro per avere qualche chance di uscirne vincitori, ma questa azione è legata più alla fortuna che alla nostra perizia, per cui in una lunga serie di tentativi, siamo riusciti nel nostro intento, ma non uscendone soddisfatti o ricompensati, perché ci rendevamo conto che non eravamo stati realmente noi con la nostra esperienza a portare a casa il risultato, ma solo fortuna con la C maiuscola.

La colonna sonora fa bene il suo lavoro, rimanendo sul sottofondo senza mai essere invasiva, perché se l’utilizzo del metal come tema ricorrente è una scelta azzeccata ed in linea con l’impostazione del gioco, c’era il rischio che alla lunga diventasse troppo ripetitivo e non ben accolto da chi non ama il genere. Gli effetti sonori sono ben realizzati, con buone campionature. La parte grafica è ben curata, ma una cosa che non è piaciuta è la necessità che i programmatori hanno avuto di inserire elementi ad alta definizioni ed effetti di warping e morphing che sinceramente stonano rispetto alla resa visiva complessiva, che rifacendosi ai titoli 16-bit, ha un suo perchè nella sua forma originale, senza troppi abbellimenti forzati.

Non abbiamo avuto modo di giocare all’originale per PC del gioco, quindi non ci possiamo rendere conto se i controlli imprecisi siano specificamente un problema con la conversione della console, affidata ad  uno sviluppatore esterno. Purtroppo il controller della PS4 non è di grande ausilio, mancando un po’ di precisione già di base ed avendo le levette frontali  troppo distanti tra di loro per poter avere un risposta immediata che è richiesta dall’azione frenetica che si svilupperà sullo schermo ad ogni partita.Paradossalmente la grafica che riempie riccamente ogni angolo dello schermo,  rende a volte difficile dire quale sia una piattaforma su cui saltare, facendoci quindi precipitare in un brodo infernale che metterà fine prematuramente alla nostra partita.

Valfaris ha trovato un altro modo per essere sadisticamente punitivo nei confronti dei giocatori. Durante il percorso sono disposti alcuni check-point, di solito in prossimità di scontri ardui o subito dopo aver affrontato un boss od un miniboss belli cazzutelli. Quindi uno si sente tranquillizzato dalla loro presenza, ma per poter salvare fino a quel punto la partita è necessario sacrificare un idolo che avremo raccolto durante il nostro cammino, magari anche con difficoltà perché magari è stato pure piazzato in un punto non facilmente raggiungibile. Ma se invece questi idoli li accumuliamo, potremo sbloccare nuovi potenziamenti per le nostre armi, per cui verremo messi di fronte ad un terribile dilemma: l’uovo o la gallina? Meglio usare l’idolo per salvare o tenermelo per poi avere la possibilità di aumentare la potenza di fuoco delle mie armi e quindi avere più possibilità di avanzare speditamente in futuro? Purtroppo ci siamo ritrovati in alcuni punti a dover riavviare completamente il gioco perché la bassa di energia era talmente bassa che non ci avrebbe permesso di poter continuare, per cui è stato necessario ripartire dall’ultimo checkpoint sbloccato e risparmiare quanti più idoli possibili per potenziare armi e salute, avendo già avuto esperienza di quello che ci attendeva dopo.

In Conclusione

Il viaggio di Therion non è così lungo (c’è anche un trofeo per battere il gioco in meno di due ore) e purtroppo durante la maggior parte del tempo di esecuzione ci siamo sentiti spesso più irritati che divertiti e la dalla loro fonte di ispirazione principale, ovvero i giochi anni ’90, sembra aver preso solo le componenti peggiori. Pensiamo che questa cultura della “punizione a tutti costi”, dovrebbe essere molto meglio calibrata. Titoli che possiamo definire hardcore come Valfaris, sono già abbastanza difficili nella loro impostazione base, per cui non riusciamo a capire perché gli sviluppatori quasi godano a renderli impossibili aggiungendo elementi irritanti e magari anche non implementando un sistema di controllo adeguato. Il giocatore deve sentire la sfida, non l’umiliazione, deve capire che il gioco prima o poi lo premierà per la sua bravura che si affina nel tempo e non che invece è sempre pronto a tirargli un colpo basso per metterlo in ulteriore difficoltà. Valfaris ha un bell’aspetto e, nel migliore dei casi, può far sudare le mani quando affronti la sua ripida sfida, ma alla fine, nonostante tutto, non riesce a realizzare il fine ultimo di divertire senza irritare.


5.8
voto

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