Code Vein – Recensione

Il mercato videoludico alterna momenti di calma a momenti dove le uscite si susseguono a distanza di pochi giorni, talvolta proponendo titoli concettualmente simili a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. È questo il caso dell’ultima settimana dello scorso settembre, che ha visto uscire a soli 3 giorni di distanza ben due titoli soul like: The Surge 2 e Code Vein. Ed è proprio di Code Vein che andremo a parlare oggi, titolo annunciato nel 2017 e che dopo essere stato rimandato di ben un anno è finalmente arrivato sulle nostre console. Sviluppato dallo stesso team dietro God Eater, un team che ha dimostrato di saper prendere ispirazione dai giganti di un genere senza però scadere nella copia sterile, il titolo prometteva un mix di azione e meccaniche da soul like condite da un’estetica che decisamente ispirata al mondo anime. Dopo un’intensa settimana di gioco, che mi ha permesso di completare il titolo esplorando tutto quello che aveva da offrire, sono pronto a dare il mio giudizio da appassionato di souls e di anime.

La trama di Code Vein prende il via in un mondo post apocalittico, devastato da un evento che viene semplicemente chiamato la Grande Rovina. A seguito di questa catastrofe, la civiltà come la conosciamo è stata distrutta da creature mostruose e per cercare di contrastarle sono stati creati i Redivivi. Concettualmente simili a dei vampiri, i Redivivi devono nutrirsi di sangue per alimentare le loro straordinarie capacità o rischiare una progressiva discesa nella follia qualora digiunassero. Vestiremo quindi i panni di un Redivivo che si appena risvegliato, totalmente privo di ricordi ed in compagnia di una misteriosa ragazza decisa ad accompagnarci ovunque andremo. Dopo alcune vicissitudini iniziali faremo la conoscenza di Louis, un Redivivo come noi che ci offrirà rifugio in cambio del nostro aiuto nella ricerca di una fonte potenzialmente inesauribile di gocce di sangue (il nostro nutrimento) in modo da porre fine al ciclo di violenza che sembra aver intrappolato tutti i sopravvissuti. La storia di Code Vein parte lentamente, persino troppo lentamente nelle primissime ore, per poi guadagnare sempre più trazione con il proseguire del gioco. Le lunghe sequenze d’esposizione, spesso dedicate a flashback sui vari NPC che ci accompagnano nelle nostre avventure, mettono in luce una scrittura dei personaggi abbastanza profonda ma che talvolta finisce per essere troppo in linea con alcuni stereotipi delle produzioni giapponesi. Nonostante questo, ricostruire il passato dei nostri compagni diventa una sorta di missione che si affianca alla trama principale, ed entrambi i compiti conservano alcuni graditi colpi di scena nelle fasi più avanzate (uno in particolare apre la strada ad interessanti sviluppi futuri). La percezione che si sarebbe potuto sfruttare meglio alcuni spunti rimane, soprattutto per quanto riguarda l’ambientazione del titolo che passa rapidamente in secondo piano rispetto al ruolo centrale che viene affidato alle storie dei vari personaggi. Uno sviluppo più accurato di quest’aspetto avrebbe senza dubbio favorito una maggiore immersione nella storia, ma anche così il titolo si dimostra narrativamente valido.

Il vero cuore del titolo è però racchiuso nel suo gameplay, che mostra uno dei più interessanti sistemi di sviluppo proposti per un soul like. Code Vein infatti declina le tipiche classi del genere attraverso quelli che chiama codici sanguigni. Ogni codice rappresenta fondamentalmente una classe, dotata di abilità attive e passive e di un suo specifico bilanciamento delle statistiche. Anche la semplice possibilità di cambiare codice in qualunque momento conferirebbe da sola un’enorme libertà al giocatore, ma il titolo ci permette una personalizzazione ancora maggiore attraverso il sistema di padroneggiamento delle abilità. Padroneggiando un’abilità (attiva o passiva), saremo liberi di equipaggiarla a prescindere dal codice sanguigno in uso permettendoci di fatto di creare le nostre classi personalizzate. L’enorme flessibilità di questo sistema apre la strada ad un gameplay basato sulla sperimentazione, che incentiva il giocatore a cambiare approccio per meglio rispondere alle sfide offerte. L’assenza di punti da assegnare alle statistiche, che dipendono interamente dal nostro codice e dalla sua sinergia con l’armatura scelta (o velo di sangue come viene chiamato dal gioco), elimina la possibilità di sviluppare in modo errato il nostro personaggio lasciandoci così liberi di provare anche le combinazioni più improbabili. I codici sanguigni disponibili sono un buon numero, e saranno necessarie almeno due partite per riuscire ad ottenere tutti quelli presenti nel titolo. A questo sistema di sviluppo si affianca un combat system frenetico e che predilige un approccio orientato all’azione piuttosto che quello più prudente solitamente visto nei souls. Una gestione più generosa della stamina ci permette di concatenare lunghe combinazioni d’attacchi e schivate senza troppe preoccupazioni, intramezzandole con le potenti abilità offensive da noi scelte. Queste abilità (che spaziano da “normali” attacchi fisici a magie a distanza, senza tralasciare diversi self buff ed alterazioni di status) sono limitate dal consumo di Icore, una risorsa che potremo rimpinguare sia con i nostri normali attacchi che con appositi attacchi drenanti in grado non solo di ripristinare le nostre scorte ma anche di aumentare temporaneamente la nostra capienza massima.

Se quindi il combat system si rivela assolutamente valido, lo stesso non si può sempre dire della sfida offerta dai nemici presenti nel gioco. Superate le fasi iniziali del titolo, che fungono chiaramente da tutorial per le diverse meccaniche del gioco, il livello di sfida non raggiunge mai quelli tipici del genere. I vari nemici presenti nel gioco mostrano schemi d’attacco fin troppo simili tra di loro, prediligendo assalti frontali e diretti che spesso li espongono alla nostra devastante offensiva. La presenza costante di un companion (che può essere controllato da un giocatore o dall’IA) per compensare eventuali mancanze della nostra build semplifica di gran lunga anche le situazioni più concitate e trivializza i combattimenti minori. La capacità del nostro compagno di resuscitarci (seppur limitata) ci permette di abbandonare spesso la cautela nelle fasi iniziali e centrali del gioco, diventando una gradita seconda chance con l’aumento di difficoltà delle fasi finali. Difficoltà che deriva comunque da un maggiore potenziale di danno dei nemici e da un loro posizionamento più insidioso piuttosto che da routine comportamentali più complesse, tradendo un’intelligenza artificiale abbastanza rudimentale sia per quanto riguarda i nemici che per quanto concerne i nostri alleati. Un lieve miglioramento è comunque presente durante le boss battle ma con le giuste combinazioni di abilità anche queste possono essere risolte senza troppa fatica. Questo livello di sfida medio basso può senza dubbio rivelarsi un punto a favore per coloro che vogliono accostarsi al genere per la prima volta ma può lasciare insoddisfatti i giocatori alla ricerca di esperienze più impegnative, che dovranno aspettare l’incremento di difficoltà del New Game+ per avere una sfida in grado di appagarli.

Veniamo quindi al lato tecnico della produzione, che dietro lo stile decisamente orientato verso il mondo degl’anime nasconde diverse imperfezioni. Per quanto concerne i personaggi principali, il team ha fatto un ottimo lavoro, creando modelli ricchissimi di stile e dettagli. L’ottimo editor ci permette di creare personaggi altamente personalizzabili grazie alle tantissime opzioni disponibili per quanto riguarda capelli, accessori e via discorrendo. Meno cura è stata dedicata ai modelli dei mostri, non particolarmente ispirati e fin troppo ripetitivi nelle loro incarnazioni, che trovano la loro redenzione solo con i boss. Questi sollevano senza dubbio la media, ma non stupiscono mai il giocatore con il loro design o la loro realizzazione. Purtroppo, questa dicotomia si ripete anche con i vari ambienti del titolo. Eccezion fatta per il nostro rifugio, veramente ben realizzato e ricco di piccoli dettagli, la maggior parte dei livelli di gioco appare decisamente poco interessante. Complice l’ambientazione prettamente urbana, che si concede pochissime variazioni sul tema, quasi tutti i livelli presentano banalissime rovine di cemento e acciaio senza particolare personalità.  Le varie scene d’intermezzo sono animate in modo soddisfacente ma che talvolta tradisce una certa superficialità nella realizzazione, con volti spesso immobili durante i dialoghi minori. La componente audio affianca ad un doppiaggio tutto sommato adeguato, una colonna sonora convincente ed in grado di sottolineare degnamente i momenti più concitati. Purtroppo, in questi momenti il frame rate dimostra qualche incertezza di troppo, così come durante le transizioni tra le varie aree del gioco. Questi rallentamenti appaiono decisamente ingiustificabili ma fortunatamente non vanno ad intaccare in modo sensibile l’esperienza di gioco. Il titolo offre una buona mole di contenuti, richiedendo circa 30 ore per essere completato da un giocatore veterano dei souls.

 

In Conclusione

Code Vein è indubbiamente un titolo interessante, in grado di prendere spunto dalle meccaniche dei soul like per dare vita ad un prodotto originale sia sul fronte stilistico che su quello del gameplay. Il suo sistema di sviluppo, che incoraggia la sperimentazione e la creatività dei giocatori, si dimostra senza dubbio una scelta vincente ed in grado di differenziare il titolo dai suoi concorrenti ed il suo livello di difficoltà medio basso lo rende un ottimo punto di partenza per chi vuole avvicinarsi a questo genere. Un level design non particolarmente brillante ed una componente tecnica che scopre il fianco ad alcune criticità, unito ad uno stile visivo decisamente particolare, potrebbero però scoraggiare i fan del genere più esigenti ed alla ricerca di una sfida più impegnativa. Al netto di questo, Code Vein è senza dubbio uno dei soul like più originali attualmente sul mercato, che prova e riesce ad innovare un genere che troppo spesso tende alla ripetizione sterile delle stesse formule senza nemmeno tentare di intraprendere nuove strade. La speranza va ovviamente ad un potenziale secondo capitolo, in grado di capitalizzare sull’enorme potenziale ancora inespresso del brand.


7.8
voto

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