Remnant: From The Ashes – Recensione

Molti titoli si pongono obbiettivi ambiziosi, spesso sul fronte tecnico o inseguendo una presunta innovazione in grado di distinguerli dal resto del mercato. In questa ricerca (che sia ben chiaro è uno dei motori fondamentali del settore) molto spesso si perde di vista l’aspetto meramente ludico del prodotto, dando vita ad esperienze che non riescono a convincere pubblico e critica. Remnant: From the Ashes è il nuovo prodotto dei Gunfire Games, lo studio responsabile del terzo capitolo della saga di Darksiders, che cerca di fondere le meccaniche di uno sparatutto in terza persona con quelle di un rpg con livelli generati proceduralmente e con una palese ispirazione a certi elementi dei soul like. Quello che ne emerge è un titolo che nonostante le imperfezioni presenti nella sua formula, si è dimostrato decisamente divertente da giocare.

La storia di Remnant apre con il nostro alter ego che cerca di raggiungere una misteriosa torre nel bel mezzo di un mare in tempesta. Il mondo come lo conosciamo è stato sconvolto dall’arrivo dei Root, misteriose creature dall’aspetto ligneo che hanno distrutto le grandi città e costretto i pochi sopravvissuti a cercare rifugio all’interno delle rovine della nostra civiltà. Partendo quindi dal Ward 13, ultimo baluardo in mano ai sopravvissuti, dovremo farci strada per le strade invase da enormi piante e creature ostili per poi imbarcarci in un lungo viaggio che ci porterà ben oltre il nostro mondo alla ricerca di un modo per rovesciare l’esito di una guerra che sembra persa. La narrazione del titolo prende palesemente spunto dalla formula usata dai From Software, che veicola la storia attraverso la descrizione di oggetti e dialoghi spessi criptici con i vari npc sparsi per il mondo di gioco. Remnant aggiunge al mix anche brevissimi diari e documenti vari, ma nonostante l’aggiunta non riesce mai a catturare realmente l’attenzione del giocatore. Complice anche una lore non esattamente esaltante, il titolo fallisce nel creare quell’alone di mistero e quella narrazione ambientale che hanno fatto la fortuna dei souls. La vena procedurale del titolo non si presta alla costruzione di ambienti in grado di narrare una loro storia, e le scarse interazioni non riescono a delineare npc veramente interessanti o particolari. Le poche cutscene presenti non gettano luce su quello che poteva essere un mondo di gioco abbastanza intrigante e vario, e le storyline di alcuni mondi (in particolare Yaesha) sembrano interrompersi bruscamente prima di svilupparsi davvero. È quindi evidente come il prodotto di Gunfire Games punti principalmente al gameplay, relegando la storia ad un ruolo meramente secondario.

Sul fronte del gameplay, Remnant riesce nel difficile compito di coniugare il massiccio uso di armi da fuoco con le meccaniche di un soul like offrendo la dinamicità dell’azione di uno sparatutto in terza persona ed al tempo stesso la tensione e la componente tattifca del combattimento dei soul. Pad alla mano infatti, il titolo si gioca esattamente come uno sparatutto in terza persona che non permette di “andare in copertura”, ma che fa della mobilità la sua componente principale. Interrompere rapidamente le linee visive, schivare al giusto momento e gestire con attenzione le poche munizioni a disposizione sono le basi per riuscire a trionfare sull’enorme mole di nemici che popolano i livelli di gioco evitando così il ritorno ad un precedente checkpoint. Uccidere i nemici e portare a termine le varie missioni affidate dal gioco ci farà guadagnare punti preziosi per lo sviluppo del nostro personaggio, che avviene attraverso un sistema di tratti abbastanza interessante. Completare certe missioni ed uccidere alcuni boss ci farà guadagnare dei tratti che spazieranno da una maggiore rapidità nell’uso dei consumabili ad un incremento delle resistenze elementali, maggiori danni ai punti deboli dei nemici oppure un bonus all’ammontare di xp ottenuti. Questo sistema di sviluppo lascia una notevole libertà al giocatore, favorendo la costruzione di personaggi abbastanza diversificati e che sfruttano le varie peculiarità dell’equipaggiamento in nostro possesso. Ogni arma da tiro del gioco (che partono da normali pistole e fucili fino ad arrivare a bocche di fuoco decisamente più esotiche e difficili da classificare) ha la possibilità di montare una specifica mod al suo interno, una sorta di abilità che si carica con le uccisioni effettuate e che permette di effettuare attacchi speciali, evocare mostri in nostro soccorso o persino rialzarci dopo essere morti.

L’arsenale a nostra disposizione è abbastanza vasto e l’assenza di requisiti per utilizzare le armi incentiva la sperimentazione da parte del giocatore al fine di rispondere al meglio alle minacce impreviste del titolo. Cambiare arma, mischiare armature ed accessori, spesso rende decisamente più gestibile un particolare boss o un tipo di nemico. Purtroppo, il gioco vincola la possibilità di resettare l’assegnazione dei punti nei talenti al concludere il gioco, ma qualora ci si trovasse troppo in difficoltà con un particolare boss è sempre possibile resettare la campagna per ottenere qualche punto extra e magari qualche nuovo tratto. Come accennato prima Remnant assembla i suoi livelli scegliendo i dungeon ed i boss da affrontare tra quelli disponibili per ogni singola zona alla creazione di ogni partita, creando così un’esperienza che almeno teoricamente offre una rigiocabilità abbastanza elevata. A questo si aggiunge l’interessante idea di dar luogo a spawn casuali di orde di mostri o di avversari speciali durante le nostre esplorazioni, mantenendo sempre altissima la tensione. Sebbene questi accorgimenti diano vita ad un numero di combinazioni tutto considerato soddisfacente (e visto che non è possibile battere ogni boss o trovare ogni oggetto o tratto in una sola partita si viene incentivati a farne altre), le varie zone soffrono a causa di un certo riciclo di assett che può rapidamente portare ad una sensazione di deja vu. Fortunatamente la possibilità di giocare in coop, mantenendo il loot trovato nelle partite di altri giocatori, allieta l’esperienza di gioco ed evita che subentri una certa ripetitività. Le 3 difficoltà disponibili, che aumentano considerevolmente il livello di sfida offerto, garantiscono pane per i denti dei giocatori più smaliziati e desiderosi di mettere alla prova le proprie build.

Tecnicamente Remant si dimostra all’altezza degli standard odierni, con una cosmesi grafica convincente e con prestazioni adeguate. I vari biomi del gioco sono ben caratterizzati e con una palette cromatica unica che accentua la differenziazione. I verdi vibranti delle giungle di Yaesha, con le sue costruzioni che richiamano le architetture del Centroamerica, si contrappongono ai roventi arancioni del deserto di Rhom ed al rosso intenso della rigogliosa vegetazione della terra. Nonostante l’ottimo lavoro artistico, il level design rimane troppo piatto e vincolato al riuso di assett, non rendendo mai pienamente giustizia alla bellissima atmosfera del gioco. I livelli si sviluppano in modo quasi esclusivamente orizzontale, senza mai dare respiro verticale alle strutture e tradendo una progressione al loro interno fin troppo lineare. I vari modelli del gioco sono abbastanza originali e convincenti, mostrando un buon livello di dettaglio anche quando si tratta dei nemici minori. Chiaramente il design del titolo trova il suo apice nei bellissimi boss, veramente ricchi di dettagli e particolari. La stessa cura è stata riposta nella creazione delle varie armature disponibili per il nostro alter ego e per le sue armi, che mostreranno significative differenze nell’aspetto in base ai mod che decideremo di installare. Il lato audio offre una colonna sonora incisiva e che crea la giusta atmosfera durante le concitate boss battle, accompagnata da un comparto di effetti sonori convincenti e ben realizzati. Lo stesso non si può dire del doppiaggio, che nella versione italiana presenta alcuni fastidiosi difetti come la tendenza a far cambiare voce al protagonista a seconda della linea di dialogo recitata. La longevità di gioco si attesta sulle 20 ore per terminare la prima campagna ma la possibilità di ricrearla per sfidare boss differenti e le 3 difficoltà presenti, unite al lato cooperativo, garantiscono una certa rigiocabilità.

 

In Conclusione

Tirando le somme Remnant: From The Ashes è uno dei pochissimi esperimenti soul like veramente riusciti, che pur senza tentare di rivoluzionarne il paradigma riesce ugualmente ad offrire un’esperienza di gioco divertente ed appagante. Dopo alcuni momenti iniziali d’assestamento, necessari per entrare nelle logiche del gioco, il titolo di Gunfire Games mette in piedi un sistema di gioco semplice da apprendere ma ricco di possibilità, che riesce a coniugare un alto livello di sfida con l’azione frenetica di uno sparatutto in terza persona. Sebbene sia ancora da raffinare, l’idea di creare i livelli in modo randomico con la possibilità di generare orde di nemici o nemici élite casualmente durante le nostre partite, conferisce un tocco unico all’esperienza di gioco che mi sento assolutamente di consigliare a tutti coloro alla ricerca di un soul like diverso dal solito.

 


7.8
voto

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