Dark Devotion – Recensione

Sarò molto sincero, avevo elevate aspettative su Dark Devotion. Dopo che i recenti tentativi di emulare la formula dei souls like nel mondo delle due dimensioni non si sono rivelati all’altezza della situazione, fatta eccezione per Salt & Sanctuary e per Dead Cells, l’opera di Hibernian Workshop sembrava in grado di riuscire dove molti altri avevano fallito. La struttura che strizza l’occhio al genere metroidvania, unita ad un ciclo continuo di morte e rinascita della nostra eroina, cerca di trovare un delicato equilibrio tra la necessità di innovare un genere e la spinta a seguirne le formule collaudate. Quello che ne emerge però è un prodotto che sfortunatamente non riesce pienamente nel suo ambizioso intento.

La trama, che assume un ruolo di secondo piano rispetto al gameplay, è facilmente riassunta. Una rapida ma efficace introduzione ci mostrerà un mondo dove la fede religiosa ha ceduto il passo ad un violento ed assoluto fanatismo, che condiziona e determina la vita di ogni abitante. In questo scenario, vestiremo i panni di una templare che insieme a numerosi soldati del suo ordine è infine giunta in pellegrinaggio ad un gigantesco tempio del suo credo. La mastodontica struttura rappresenta la meta ultima del cammino spirituale dell’ordine e svelarne i segreti è una vera e propria crociata. Dopo i primi incerti passi al suo interno, saremo quindi attaccati da una creatura che si sbarazzerà rapidamente di noi ponendo apparentemente fine alla nostra missione. La morte però non concluderà il nostro viaggio, perché gli dei ci ricompenseranno per la nostra fede riportandoci in vita nelle profondità del tempio, vincolati al nostro compito ed in compagnia di altri che come noi hanno tentato e fallito l’impresa. Partendo quindi da questo hub centrale esploreremo i meandri della misteriosa costruzione, che nascondono numerosi segreti e forse una via d’uscita. Il tema della fede ha un ruolo centrale nella componente narrativa del titolo, che purtroppo non ne sfrutta mai l’interessante potenziale. Fatta eccezione per gli sporadici incontri con altri sopravvissuti (che si limitano a criptiche linee di dialogo) ed a brevi stralci di documenti che raccontano eventi successi all’interno delle zone, la narrazione si limita ad un semplice pretesto per spingerci avanti durante l’avventura, senza mai riuscire a creare un intreccio interessante. Il giocatore ha quindi pochi motivi per scavare più in profondità nelle brevi frasi dei personaggi non giocanti, che diventano poco più che momentanee distrazioni. L’impossibilità di tornare indietro durante l’esplorazione impedisce la creazione di una narrazione ambientale efficace, compromettendo ancora di più il debole comparto narrativo.

Veniamo quindi al gameplay, elemento centrale della produzione in esame. Dark Devotion abbandona totalmente lo sviluppo del personaggio attraverso l’aumento delle statistiche in favore di un sistema che pone l’attenzione sui set di equipaggiamento e sulle abilità passive. Grazie al provvidenziale aiuto di un fabbro potremo infatti creare (gratuitamente) un equipaggiamento iniziale per affrontare le numerose minacce presenti nel labirintico tempio. Esplorando i suoi cunicoli troveremo armi, armature e consumabili, che in alcuni casi diventeranno disponibili per la creazione presso il fabbro iniziale. Lo sviluppo del nostro personaggio è quindi strettamente legato ai nostri sforzi nell’esplorazione ed alla risoluzione di semplici quest che amplieranno ulteriormente l’equipaggiamento a nostra disposizione. Un plauso va quindi sicuramente fatto alla grande varietà di combinazioni disponibili, che permettono la creazione delle “classi” più disparate. L’uccisione dei mostri ci farà guadagnare fede, indispensabile per acquisire delle benedizioni iniziali in grado di migliorare sensibilmente le nostre capacità. Attraverso la spesa di una riserva separata di fede invece potremo pregare ai numerosi altari presenti nel gioco, che potranno fornirci preziosi consumabili o rimuovere eventuali maledizioni o status negativi. Durante la nostra esplorazione infatti, potremo essere vittima casualmente di maledizioni o benedizioni da parte degli dei, un sistema che se da un lato aggiunge una certa varietà all’esperienza di gioco dall’altro affida troppo al caso il nostro successo. Più di una volta mi è successo di subire una maledizione durante il combattimento con un boss, o peggio ancora appena uscito dalla zona sicura dell’hub condannando così quel tentativo di esplorazione. La tendenza alla casualità del gioco è ulteriormente accentuata dalla presenza nelle armi di una possibilità di mancare il bersaglio a prescindere che il colpo connetta oppure o no. Questo, unito alle meccaniche non proprio equilibratissime di diversi boss, crea una certa frustrazione nel giocatore che rischia di diventare veramente una vittima del caso.

Il comparto visivo del titolo offre una pixel art veramente gradevole e ben realizzata, che riesce efficacemente a caratterizzare ambienti e personaggi. Le varie zone che compongo il tempio sono ricche di personalità e dettagli, sia che si tratti di lugubri prigioni, strani villaggi sotterranei o fetide fognature. Il level design (che non si affida alla proceduralità) è caratterizzato dalla peculiare scelta di non poter tornare indietro nei livelli se non attraverso l’uso di teletrasporti. L’interconnessione del mondo di gioco soffre quindi per questa scelta, che popola i livelli di cadute senza possibilità di risalita e porte che scompaiono dopo averle imboccate. La spinta ad andare avanti riduce le occasioni di un’esplorazione approfondita, mortificando così il level design. Per quanto concerne i personaggi ed i mostri, l’uso della pixel art non intacca il numero di dettagli presenti nei modelli, grazie anche ad un ottimo ed abbastanza originale design. Lo stesso possiamo direi dei numerosi equipaggiamenti disponibili per la nostra protagonista, veramente ben differenziati e riconoscibili. Il lato audio scopre il fianco a diverse critiche, con effetti sonori abbastanza ripetitivi e musiche che non riescono a colpire davvero il giocatore. Il gioco presenta diverse imperfezioni tecniche, con diversi bug e crash che minano la fruibilità del titolo e che allo stato attuale non sono ancora stati risolti dal team di sviluppo.

 

In Conclusione

Dark Devotion è un titolo potenzialmente meritevole ma che non riesce a capitalizzare efficacemente il suo enorme potenziale. Al netto di una direzione artistica assolutamente pregevole, e di alcune idee di gameplay abbastanza interessanti, il gioco scade troppo spesso nella frustrazione a causa di scelte decisamente poco bilanciate. La sensazione che ogni partita sia affidata al caso per via della sempre presente possibilità di venire maledetti, unita all’impossibilità di migliorare il proprio personaggio se non attraverso la progressione all’interno del tempio, rischia di trasformare ogni partita in un fallimento annunciato. Per questo motivo non posso fare a meno di sconsigliare il titolo se non ai fan più accaniti del genere, che potrebbero vedere oltre le sue meccaniche sbilanciate, apprezzandone le atmosfere e le numerose possibilità offerte dal sistema di equipaggiamenti.

 


6
voto

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