Sekiro: Shadows Die Twice – Recensione

Fin dal suo primo reveal, una domanda ha indubbiamente accompagnato Sekiro: Shadows Die Twice: sarà difficile quanto un Dark Souls? Orfana di un valido concorrente al titolo di successore per la saga, e delusa da una stagione che ha visto titoli provare senza troppo successo, la fanbase era ansiosa di sapere quanto Sekiro si sarebbe mostrato in linea con la difficoltà delle iconiche produzioni della From Software. La struttura più spiccatamente action, unita alla mancanza di statistiche o classi, faceva infatti temere una semplificazione del paradigma di gioco, quasi una casualizzazione di From Software. Dopo le oltre 40 ore di gioco necessarie a portare a termine l’ultima opera del talentuoso team di Hidetaka Miyazaki, concentrate in una settimana intensa ed impegnativa, possiamo fugare ogni dubbio sulla difficoltà del titolo. Sekiro è forse il gioco più difficile realizzato da From Software ma al tempo stesso il più accessibile, che da un lato punisce brutalmente il giocatore che non si impegna ad apprenderne le meccaniche ma dall’altro regala enormi soddisfazioni a coloro che avranno la forza di perseverare.

La storia di Sekiro ci porta nel periodo finale della turbolenta epoca Sengoku, al termine della lunga campagna di conquista che ha permesso al valoroso Isshin Ashina di conquistare una vasta area del Giappone. In uno dei campi di battaglia sparsi per la regione faremo quindi conoscenza del giovane Lupo, un bambino con poche possibilità di sopravvivenza che verrà adottato da un misterioso maestro shinobi ed istruito secondo il rigidissimo codice di ferro, la filosofia di vita degli shinobi. Ormai adulto, il Lupo giurerà fedeltà ad un bambino noto come l’Erede Divino, ultimo discendente di una linea di sangue dagli straordinari poteri. E saranno proprio questi poteri ad attirare le attenzioni del giovane governante della zona, Genichiro Ashina, che rapirà l’Erede al fine di usarne le capacità per resistere ai costanti attacchi dei suoi nemici ed assicurare un futuro al suo clan. Dopo un primo tentativo di salvataggio, che vedrà il Lupo cadere sotto i colpi di Genichiro e lo priverà di un braccio, saremo accolti da un misterioso scultore che ci fornirà un braccio prostetico (come viene definito nel gioco) e ci rivelerà che il nostro lord è ancora vivo e tenuto prigioniero nella fortezza di Ashina. Così partirà quindi la nostra lunga avventura che ci porterà ad esplorare a fondo la regione circostante al castello, passando per misteriosi monasteri, lugubri villaggi e picchi innevati, fino a giungere a zone decisamente meno terrestri nelle fasi finali dell’avventura. Il tema della ricerca dell’immortalità per scopi più o meno nobili, intrecciato profondamente con il sacrificio e la dedizione assoluta (tematiche tanto care alla narrativa giapponese che ha come sfondo questo periodo storico), fonda il perno di una narrazione evocativa ed efficace e che caratterizza i suoi personaggi principali. Il Lupo è vincolato da un giuramento eterno, che trascende la morte ed il fallimento, che lo spinge ad affrontare qualunque possibile difficoltà si trovi tra lui ed il suo obbiettivo. Fin da subito la formula narrativa del titolo si distanzia dal tipico modus operandi del team, offrendo una narrazione più diretta ed accessibile, che rende decisamente più fruibile la trama senza rendere necessario quel lavoro deduttivo che invece era imprescindibile nei suoi titoli precedenti. Questo però non priva il mondo di gioco di suggestioni e di quella narrazione silenziosa che si dipana attraverso descrizioni di oggetti e criptiche affermazioni dei vari npc presenti nel gioco. Proprio questi npc sono infatti la chiave per approfondire l’affascinante setting creato dal team e saranno indispensabili per sbloccare i vari finali disponibili. Nonostante la relativa prevedibilità della storia, che presente alcuni colpi di scena non particolarmente audaci ma funzionali, non posso che dirmi assolutamente soddisfatto della formula narrativa confezionata che unisce abilmente una narrazione più tradizionale ad elementi meno immediati.

Veniamo quindi al cuore pulsante del titolo, il suo gameplay. Sekiro mette quasi totalmente da parte la componente parametrica e statistica per concentrarsi su di un combat system rapido e straordinariamente tecnico. Abbandonata la barra della stamina che determinava quanti attacchi potevate sferrare prima di essere troppo stanchi, il combattimento gira interamente attorno al concetto di postura. La barra della postura, che si dimostra perfino più importante di quella della vitalità, indica per quanto ancora i nemici potranno difendersi in modo efficace dai vostri colpi; fatela terminare ed esporrete i nemici a devastanti e spettacolari colpi mortali in grado di spazzare via i nemici comuni e di rimuovere preziose barre d’energia ai boss. Questa semplice idea crea un sistema che richiede rapidità e precisione, comprensione dei vari schemi d’attacco nemici e capacità di adattarsi rapidamente quando qualcosa non va come previsto. Limitatevi a parare i colpi e ben presto vi troverete incalzati da un nemico implacabile e con la vostra postura seriamente a rischio, attaccate in modo troppo frettoloso e vedrete i vostri colpi deviati e la vostra vitalità azzerata da attacchi precisi e devastanti. La chiave della vittoria risiede nelle deviazioni e nelle contromosse, manovre difensive che richiedono una precisione quasi assoluta e che causano danni devastanti alla postura del nemico, avvicinandovi così ai fondamentali colpi mortali. Dovrete quindi bilanciare attacco e difesa, deflettendo i colpi nemici con rapidità per poi scatenare la vostra controffensiva in una danza mortale ed adrenalinica che richiederà tutta la vostra concentrazione ed abilità. Non fatevi illusioni infatti, il gioco metterà duramente alla prova la vostra capacità di lettura delle intenzioni del nemico e non si farà scrupoli a mettervi davanti alla schermata che annuncia la vostra morte. Perfino i nemici più banali sono in grado di assestare rapide combinazioni d’attacchi in grado di ridurre la vostra vitalità ai minimi termini, richiedendo sempre la massima attenzione a prescindere da quanto appaia pericoloso il nostro avversario. Questa elevata difficoltà trova il suo apice nelle boss battle, che propongono alcuni dei nemici più ostici mai realizzati dal team. Non sarà raro infatti rimanere ore bloccati contro un particolare boss (in 3 momenti diversi del gioco è stato necessario addirittura fare una pausa per riguadagnare la calma necessaria a queste impegnative battaglie), mentre ne imparerete ogni colpo e la relativa contromossa, in un sistema che vi concederà pochissimi colpi di fortuna ed esigerà una totale dedizione ed assoluta maestria del sistema di contromosse e deviazioni.

Anche se il gioco non presenta uno sviluppo parametrico (quello presente è limitato ad un aumento della vitalità e del potere offensivo attraverso il recupero di particolari oggetti), è comunque presente uno sviluppo del personaggio attraverso i miglioramenti del braccio prostetico e delle varie abilità presenti nel gioco. Il braccio infatti può ospitare fino a 3 diversi strumenti (sostituibili in qualunque momento) che andranno ad affiancarsi alla nostra abilità con la spada per ampliare le nostre capacità di combattimento. Ad esempio, lo shuriken ci permetterà di tenere a bada i nemici che tendono a saltare o che si allontanano per recuperare postura, le castagnole bloccheranno per un momento l’assalto del nemico o confonderanno eventuali animali, l’ombrello ci fornirà una difesa da alcuni dei colpi più violenti e così via. La varietà di questi strumenti è amplificata da un sistema di upgrade che ne renderà disponibili nuove versioni con utilizzi differenti, a patto di avere i giusti materiali ed il denaro necessario. Le abilità si inseriscono in modo simile nell’economia del gioco, fornendo diversi alberi ricchi di abilità da sbloccare per aumentare le mosse offensive e difensive a nostra disposizione o per migliorare l’efficacia delle cure. Possedere l’attacco giusto per sfruttare una debolezza nemica o una tecnica in grado di causare danni extra alla postura in certe situazioni, può senza dubbio diminuire (anche se non di tanto) la difficoltà del titolo. Come in ogni gioco From Software, la morte sarà una vostra costante compagna e porterà con sé diverse conseguenze. La più immediata sarà la perdita di metà dei soldi che portate con voi e metà dei progressi verso il prossimo punto esperienza (indispensabile per acquistare nuove abilità) oltre a dover tornare indietro al precedente idolo dello scultore. Questa perdita può essere alleviata dalla capacità di ritornare in vita in seguito alla sconfitta, ma non commettete l’errore di pensare che questo semplifichi l’esperienza di gioco. Prima di tutto perché tornerete con una quantità limitata di salute e gli stessi oggetti curativi che avevate al momento della morte, e secondo perché nella maggior parte dei casi i nemici saranno immediatamente consci del vostro ritorno e riprenderanno subito la loro offensiva.

La possibilità di resuscitare diventa quindi una sorta di rete di sicurezza contro alcuni dei colpi più pericolosi del gioco, una sorta di seconda chance durante le boss battle più lunghe ed impegnative per evitare di punire troppo brutalmente il giocatore. Abusare di questa meccanica però farà diffondere una misteriosa epidemia tra i vari npc del gioco, impedendovi di portare avanti le loro sotto missioni finché non avrete utilizzato preziosi consumabili per risanarli. La componente esplorativa riveste un ruolo molto importante nel titolo, con livelli ricchissimi di preziose risorse e consumabili, strade secondarie e passaggi segreti fondamentali che ci permetteranno di cogliere di sorpresa i nostri nemici o persino ignorarli. L’elemento stealth, che in un certo senso sembra portare avanti l’eredità lasciata dal defunto Tenchu, ha un ruolo complementare all’esplorazione ed all’azione, dandoci modo di raggiungere non visti alcuni boss e sferrando così un colpo mortale alle spalle per avvantaggiarci prima ancora che inizi il combattimento. In questo si rivela indispensabile il rampino, perno di un sistema di movimento che valorizza la verticalità dei livelli ma al tempo stesso prezioso strumento in combattimento, in grado di farci sfuggire all’offensiva avversaria o di permetterci di chiudere rapidamente la distanza, donando così un forte dinamismo al movimento e all’azione su schermo. Tutti questi elementi si amalgamano magistralmente in una formula assolutamente vincente ed appagante, che fornisce numerose opzioni al giocatore senza però far venire meno l’altissimo livello di sfida insito nel titolo. Purtroppo proprio questo livello di sfida finisce in alcuni casi con l’allontanare i giocatori meno persistenti, che possono sentirsi frustrati dalle numerose sconfitte che il titolo impone durante le sue fasi d’apprendimento. Al netto di questo però, Sekiro appare senza dubbio uno dei titoli più “onesti” nelle sue sfide, che una volta superate vi faranno spesso pensare che in fin dei conti erano meno difficili di quello che sembravano quanto affrontate con la giusta comprensione delle abilità del nemico e delle vostre.

Visivamente il titolo vanta una direzione artistica di altissimo livello, che abbandona gli spazi claustrofobici dei Souls in favore di scorci naturali mozzafiato e ricchi di colori. La zona del gioco è senza dubbio dominata dall’imponente castello di Ashina e dalle relative fortificazioni, che forniscono una grandissima verticalità al level design del titolo. Partendo dall’imponente costruzione, si snoda una complessa rete di gallerie e crepacci che ci porteranno a monasteri arroccati sulle montagne e circondati da foreste rigogliose e verdeggianti. Allo stesso modo però, il gioco ci porterà in villaggi abbandonati ed infestati da una vegetazione ostile e marcescente, fiumi caustici e pozze velenose abitate dove solo imponenti statue riescono a perdurare. L’alternanza di ambienti stupisce costantemente il giocatore senza però far venire meno la coerenza interna, grazie anche ad una notevole interconnessione dei vari ambienti. Il mondo di gioco è ricchissimo di dettagli ed è valorizzato da una palette cromatica che alterna tinte saturate a colori più freddi. Nonostante sia presente una certa mole di backtracking (alleviata dalla possibilità di spostarsi rapidamente tra i vari checkpoint), la zona centrale del gioco subisce diverse trasformazioni durante il proseguire della trama bloccando alcuni passaggi e modificando il posizionamento di alcuni nemici, mantenendo così un certo fattore sorpresa per il giocatore. Il nostro protagonista è animato e modellato in modo superbo, valorizzando la spettacolarità dei colpi a nostra disposizione e sottolineando l’impatto di quelli avversari. I modelli dei nemici sono abbastanza dettagliati e ben realizzati, con uno stile che interpreta in modo efficace l’immaginario orientale ed il suo folklore. Ovviamente spiccano i boss del titolo, ricchi di dettagli e superbamente animati, una necessità imprescindibile vista la precisione nella lettura dei loro movimento richiesta dal sistema di combattimento. Un piccolo neo è rappresentato da un frame rate che mostra alcune incertezze su PS4 standard, ma nulla che vada effettivamente a complicare l’esperienza di gioco. Il comparto audio offre un buon doppiaggio interamente localizzato ma con la possibilità di optare per il parlato giapponese per coloro che voglio una maggiore immersione. La colonna sonora del gioco si dimostra assolutamente capace di sottolineare i momenti chiave della storia e trova il suo apice nelle numerose boss battle, fornendo la giusta gravità al titolo. Altro piccolo neo è dato dalla scarsa rigiocabilità del titolo, che nonostante offra un new game plus e ben 4 finali, non riesce ad invogliare adeguatamente il giocatore ad una seconda partita. Il sistema di sviluppo limitato, unito ad una durata abbastanza alta per il suo genere (circa 40 ore) non incoraggia il giocatore a riprendere in mano il titolo per riaffrontare nuovamente il suo elevato grado di sfida.

In Conclusione

Sekiro rappresenta forse l’apice della creatività di From Software, il risultato di un processo di maturazione passato attraverso titoli del calibro di Dark Souls e Bloodborne. La difficoltà che da sempre ha caratterizzato le produzioni del team trova qui la sua massima espressione nella forma di un combat system straordinariamente tecnico e che si impone con prepotenza al giocatore, mettendo costantemente alla prova la comprensione delle sue meccaniche. Questo può portare una parte del pubblico ad abbandonare il titolo, schiacciato da una difficoltà che non concede scorciatoie o sconti, in grado di tenere l’utente bloccato per ore sulla stessa boss battle, intrappolato nella dolorosa fase di apprendimento che il titolo esige per ogni nemico importante. Sekiro non si concede facilmente al giocatore comune ma a coloro in grado di dedicarsi con costanza e dedizione al titolo, ansiosi di essere messi alla prova dalle sue sfide e pronti a rialzarsi dopo ogni sconfitta, regala una delle esperienze di gioco più appaganti di questa generazione. L’ultima opera di From Software guadagna di diritto il suo posto accanto ai pilastri del genere, offrendo un’esperienza diversa ma altrettanto appagante ed in grado di mettere alla prova l’utente.


9.0
voto

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com