Metro Exodus – Recensione

La saga videoludica di Metro, ispirata ai romanzi dello scrittore russo Dmitry Glukhovsky, è iniziata nel lontano 2010 proponendo un titolo che rinunciava alla componente multiplayer (una scelta indubbiamente coraggiosa durante la scorsa generazione) in favore di una narrazione profonda e di un gameplay che miscelava sapientemente la componente FPS a delle atmosfere claustrofobiche degne di un survival horror. Il titolo conquistò subito il cuore del pubblico, e diede vita ad un sequel che nonostante i problemi tecnici al lancio (che mettevano in difficoltà anche i possessori delle macchine più performanti) riuscì a replicare il successo del primo capitolo. Arriviamo quindi a Metro Exodus, atteso ultimo capitolo che promette di sconvolgere il paradigma precedente della saga, portando l’azione fuori dai tunnel sotterranei di Mosca ed offrendo un approccio open world al titolo. Dopo una lunga ed approfondita prova, siamo finalmente pronti a dare la nostra opinione su questo ambizioso titolo.

Iniziamo col dire che anche coloro che non hanno giocato i precedenti capitoli possono approcciarsi con relativa facilità al titolo. Una breve ma efficace introduzione narrata dal protagonista Artyom tratteggia non solo il mondo di gioco ma il carattere dello stesso Artyom, incapace di rassegnarsi ad una vita nei tunnel della Metro e desideroso di esplorare quello che rimane del mondo esterno. Mondo esterno che ci è sempre stato descritto da tutti come pesantemente irradiato ed ancora in mano alle forze di occupazione nemiche ed ai mutanti, rafforzando il concetto che l’unico rifugio per l’umanità sono i tunnel della Metro. Questa radicata convinzione viene però sgretolata quando durante una missione esplorativa sulla superfice, Artyom vede una locomotiva attraversare Mosca dando il via alla serie di eventi che lo porterà a bordo dell’Aurora (il treno in questione) alla ricerca di un luogo dove potersi stabilire e ricominciare una nuova vita all’esterno. Il lungo viaggio dell’Aurora metterà a dura prova la resistenza di Artyom e dei suoi compagni, facendogli incontrare culti religiosi più o meno ostili, signori dei banditi, comunità di cannibali e tanto altro ancora, in un viaggio che vuole mostrare in che modo l’umanità è riuscita a sopravvivere al disastro ma soprattutto a quale prezzo. Come in passato Metro Exodus non nasconde la sua volontà di mettere alla prova la nostra morale in ogni situazione, non esitando a giudicarci (o a farci giudicare dal mondo di gioco) qualora non fossimo all’altezza dei suoi standard.

Questa vena moralizzante permea più che mai l’esperienza di gioco, da un lato dando un sapore molto particolare al titolo, dall’altro andando a cozzare con un gameplay che mal si presta a soluzioni pacifiche e non letali. Nonostante questo conflitto il comparto narrativo del titolo resta indubbiamente solido e tratteggia con maestria il rapporto tra Artyom ed i suoi compagni di squadra, uniti alla ricerca di un futuro migliore fuori dai tunnel. I vari personaggi sono ben caratterizzati e costruiti in un modo convincente, non facendo pesare la penuria di npc non ostili al di fuori dell’equipaggio dell’Aurora. In fin dei conti il cameratismo è sempre stato uno dei temi chiave anche dell’opera letteraria originale, ed in questo capitolo finale assistiamo ad una vera e propria evoluzione di questa tematica, dove ogni membro della squadra cerca di fare del suo meglio per permettere la realizzazione dei sogni (talvolta divergenti) dei compagni. Una parola va spesa sul perseverare del mutismo di Artyom, che manifesta il suo pensiero esclusivamente attraverso le annotazioni del suo diario (utilissimo compendio su ogni aspetto del mondo) rendendo meno dinamiche le interazioni con i personaggi. Anche se in linea con la natura riflessiva del personaggio, la possibilità di rispondere avrebbe senza dubbio offerto un maggiore spessore a quest’ultimo, che rimane comunque apprezzabile.

Veniamo quindi al gameplay, che trasporta le meccaniche collaudate dei precedenti capitoli fuori dai tunnel della Metro. Come per i capitoli precedenti, il titolo mantiene la sua natura di FPS con un forte vena survival, che si concretizza in una costante gestione delle munizioni e delle risorse in nostro possesso. Il mondo di gioco è straordinariamente ostile, ricco di zone radioattive o prive di aria respirabile, infestate da pericolosi mutanti o conquistate da spietati banditi. La natura più open world del capitolo non ha comportato una diminuzione della sua difficoltà, che punisce brutalmente i giocatori incauti o non adeguatamente preparati. Dovremo sempre assicurarci di avere abbastanza filtri per la maschera antigas prima di esplorare una zona al chiuso, valutando se utilizzare i materiali in nostro possesso per creare preziose munizioni oppure oggetti curativi, senza tralasciare la manutenzione e la modifica delle armi. Ogni parte del nostro arsenale è infatti ampiamente modificabile e personalizzabile attraverso l’uso dei vari componenti per armi nascosti nel mondo di gioco, trasformando radicalmente le nostre armi ed i nostri equipaggiamenti ed adattandoli al nostro stile di gioco. La possibilità di avere solo 3 armi con noi (uno degli slot è dedicato all’arma speciale limitando la scelta), dona notevole peso alle nostre scelte di personalizzazione ed alla ricerca dei componenti.

Questi sono spesso nascosti in covi di mostri o banditi, o sono ricompense legate ai numerosi compiti secondari presenti nel gioco, premiando così i giocatori che si dedicheranno ad una meticolosa esplorazione delle varie zone. Il gunplay si dimostra abbastanza soddisfacente, dando il giusto feedback ad ogni arma ed alternando scontri a fuoco concitati con sparatorie più contenute, ma viene penalizzato dal sistema morale del titolo. Se infatti potremo scatenare senza remore la nostra potenza di fuoco sulle orde di mutanti, il discorso cambia drasticamente quando si tratta di umani ed il gioco tende ad indirizzarci (salvo alcuni casi particolari) verso una soluzione non letale. Soluzione che si concretizza in una componente stealth decisamente povera e poco entusiasmante (de facto limitata ad arrivare alle spalle del nemico e premere un tasto), mortificata da un IA non sempre all’altezza della situazione e da un sistema di controllo troppo impreciso e poco reattivo con i prompt situazionali. Vista la grande mole di opzioni di personalizzazione legate alle armi, sarebbe stato interessante introdurre proiettili narcotici o di gomma, in modo da permettere comunque l’uso delle armi anche in un contesto non letale. Questa decisione limita grandemente la nostra libertà d’azione e finisce per impoverire l’esperienza di gioco per coloro che mirano al finale migliore.

La trasposizione del paradigma del gioco nell’open world avviene in modo soddisfacente ma non senza alcune incertezze nella componente artistica dei livelli e nella loro struttura. La prima grande macro zona, il Volga, colpisce subito il giocatore con le sue atmosfere che riportano alla mente il controverso S.T.A.L.K.E.R., popolando le rive del fiume con strutture in rovina e villaggi fatiscenti. Il ponte dei fedeli ed il terminal dei treni dominano la zona, e forniscono l’ennesimo esempio di ottimo level design per quanto concerne gli spazi al chiuso. Purtroppo, le location successive non riescono a replicare questa fascinazione, offrendo una progressione sempre più guidata all’interno delle varie aree, al punto che la natura open world del titolo viene quasi accantonata in favore di una progressione più in linea con il passato della saga. Sebbene ogni zona meriterebbe una piccola trattazione dedicata, sarebbe troppo difficile evitare gli spoiler ed essere esaustivi allo stesso tempo. I vari capitoli del gioco, che si snodano lungo le diverse stagioni, offrono approcci visivi decisamente diversi, alternando i colori freddi e desaturati dell’inverno a quelli vibranti dell’estate. Veniamo quindi al lato più tecnico del titolo, che graficamente si dimostra assolutamente all’altezza del difficile compito di rappresentare il devastato mondo post apocalittico di Metro.

Ogni zona è ricca di dettagli e particolari, mostrando texture convincenti e ben realizzate ed una modellazione attenta e meticolosa. Il sistema di illuminazione riesce magistralmente a creare la giusta atmosfera affiancandosi ad un comparto di effetti visivi abbastanza convincente. Una piccola nota dolente è rappresentata dal frame rate su console che, nonostante alcuni compromessi rispetto alla versione pc, fatica a rimanere costante ed in un paio di occasioni ha mostrato cali decisamente fastidiosi. Il cast di personaggi ed antagonisti è dettagliato e convincente, e trova senza dubbio il suo apice nelle grottesche creature che si annidano nelle rovine e che vagano per il mondo di gioco. Nonostante le animazioni siano in linea di massima ben realizzate, una nota dolente sono quelle facciali, non qualitativamente all’altezza del resto della produzione. Il comparto audio mette al servizio della storia una colonna sonora suggestiva e mai invasiva, accompagnata da una serie di effetti sonori valorizzata dalla presenza di un ottimo audio tridimensionale e vi consiglio di giocarlo con un buon paio di cuffie in modo da aumentare al massimo l’immersione nel titolo. Nota dolente è senza dubbio il doppiaggio italiano, che appare decisamente sopra le righe rispetto a quello inglese. Per quanto concerne i controlli, il titolo tradisce la sua natura di gioco per pc, faticando a trasporre l’uso dei vari strumenti sul pad ed assegnando ad alcuni tasti troppe funzioni al fine di mantenere l’interfaccia pulita e minimale caratteristica della saga.

In Conclusione

Metro Exodus è senza dubbio un validissimo capitolo della saga, che compie il coraggioso passo di abbandonare una struttura collaudata in favore di un’esperienza semi open world (che nelle fasi finali riabbraccia però la natura originale del titolo). Il gameplay ragionato che contraddistingue la saga è stato abilmente trasportato in un contesto open world, senza però sacrificare del tutto le sue atmosfere claustrofobiche ed angoscianti ed un comparto tecnico pregevole dona fascino alle particolari ambientazioni del titolo. Una serie di piccoli difetti però impediscono al gioco di affermarsi come capolavoro, in primis i limiti di un gameplay che non si dimostra in grado di supportare adeguatamente lo stile di gioco stealth e non letale incoraggiato (o quasi forzato) dal titolo. L’IA non eccezionale dei nemici, un sistema di controllo non sempre abbastanza reattivo e la penuria di opzioni non letali, forzano il giocatore ad autolimitarsi impoverendo così l’esperienza di gioco. Un level design che alterna sezioni magistrali ad altre più banali e derivative per poi tornare verso la struttura dei precedenti capitoli, fa quasi pensare che il team di sviluppo abbia optato per un cambio di rotta nelle fasi finali della creazione del titolo, dedicando meno tempo alla pianificazione delle zone centrali del gioco. Nonostante tutto, Metro Exodus resta una produzione di altissimo livello, che riesce a rinnovare (non senza qualche incertezza) la formula vincente dei precedenti capitoli senza però snaturarla. Un’evoluzione ragguardevole, che consiglio caldamente a tutti coloro che hanno amato i primi capitoli della saga e che cercano uno sparatutto con una trama profonda ed un’ambientazione affascinante.

 


8
voto

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