Dragon Quest XI – Echi di un’era perduta – Recensione

Questa generazione ha conosciuto un vero e proprio ritorno del genere Jrpg, che tra remastered e nuove uscite si sta lentamente riprendendo dopo la profonda crisi che ha colpito questo segmento del gaming. Nonostante la crisi però, alcune saghe sono rimaste in buone salute e tra queste spicca senza dubbio Dragon Quest, una della serie di jrpg più famosa ed arrivata ormai all’undicesimo capitolo. L’aspettativa per questo nuovo capitolo, che segna l’arrivo della saga sulla current gen, era ovviamente e giustamente altissima e dopo una lunga prova siamo finalmente pronti a dire la nostra a riguardo. 

La trama di Dragon Quest XI non è certamente tra le più originali. Dopo una breve introduzione (che svolge la funzione di tutorial di base) ci troveremo a vestire i mitologici panni del Lucente, una figura leggendaria destinata ad opporsi all’avvento dell’Oscuro e salvare così il mondo. Dovremo quindi imbarcarci in un viaggio verso Yggdrasil, un gigantesco albero fluttuante, nel tentativo di scoprire come portare a compimento la nostra missione. Ovviamente non saremo soli in quest’impresa, avendo a nostra disposizione un cast di compagni che seppure ben delineati finiscono per rappresentare tutti i tipici stereotipi che caratterizzano questo genere. È proprio la ferrea adesione alla tradizione che rappresenta a parer mio il principale difetto della storia. La trama, anche se ben raccontata, non si distacca minimamente dalla solita trama che abbiamo visto così tante volte in altrettanti titoli e lede la qualità della narrazione. Per quanto sia una critica fortemente legata al mio gusto personale, ho trovato quantomeno discutibile questa adesione così netta a formule passate. Se da un lato capisco la volontà di preservare l’identità della saga, dall’altro ritengo che sia compito dei grandi team cercare di innovare (sempre nel rispetto della natura del titolo) e rendere attuale un genere che ha sofferto a lungo di una certa stagnazione. Al netto di questa critica però, il titolo rimane in grado di catturare il giocatore per le molte ore necessarie a portare a termine il gioco grazie alla considerevole mole di contenuti di indubbia qualità. Il mondo di gioco è vasto e ricco di luoghi d’interesse e zone extra da scoprire per i giocatori più smaliziati, come da manuale.

A questa esperienza prettamente classica, si abbina un combat system che prende a piene mani dalla tradizione del jrpg a turni per dare struttura alle numerose battaglie che popolano il gioco. Dopo aver colpito il nemico sulla mappa di gioco (abbandonando quindi i fastidiosi incontri casuali), saremo trasportati in una zona limitata della mappa per combattere con i nostri nemici secondo le solite regole dei combattimenti a turni. Un’interessante aggiunta è però la possibilità di selezionare un pattern d’azione per tutti i vari personaggi, andando ad automatizzare i combattimenti e velocizzando in questo modo le tempistiche contro i nemici minori. Ovviamente questo sistema si rivela poco efficace contro i boss del gioco, che fanno registrare un gradito aumento della difficoltà rispetto alla media del titolo. Lo sviluppo dei personaggi avverrà principalmente attraverso due sistemi: in primis potremo spendere punti per sbloccare le varie abilità dei nostri personaggi, divise in rami ed organizzate in una sorta di griglia che andrà lentamente ad espandersi col tempo  e che ci darà modo di personalizzare considerevolmente i nostri eroi; in secondo luogo avremo a disposizione il sistema di creazione dell’equipaggiamento, che attraverso l’uso di una vera e propria forgia portatile ci permetterà di creare una mole enorme di oggetti e di potenziare quelli già in nostro possesso con vero e proprio minigioco (con tanto di abilità dedicate). Questa amalgama di meccaniche riesce a creare un’esperienza di gameplay completa e soddisfacente, che riesce ad offrire qualcosa ad ogni appassionato del genere. Come per la trama, anche il gameplay soddisfa senza innovare o tentare niente di particolarmente audace, ma contando sul peso dell’esperienza per soddisfare i giocatori.

Il lato tecnico del titolo è indubbiamente dominato dal suo stile visivo e dal character design, che come sempre fa sfoggio del tratto inconfondibile del maestro Toriyama. Lo stile del maestro è palese in ogni personaggio ed in ogni mostro, dando vita a modelli convincenti e ricchi di personalità. Chiaramente questo può rappresentare un potenziale difetto per coloro che non apprezzano il tratto di Toriyama, che potrebbero finire col rivedere i tratti chiave dei suoi personaggi più iconici nei protagonisti del gioco. L’ampio mondo di gioco è ben realizzato, puntellato di città ed accampamenti ben caratterizzati e con una buona quantità di particolarità e quest secondarie. Il ciclo notte e giorno anima ulteriormente il mondo di gioco, cambiando anche la fauna delle varie zone di conseguenza.  Il lato audio offre una buona colonna sonora, che sottolinea degnamente le varie fasi della storia senza però brillare particolarmente. Una nota particolare invece è rappresentata dalla scelta di utilizzare effetti audio decisamente retrò per i vari menù e per alcune interazioni, creando un mix interessante che ben si presta alla natura squisitamente classica del titolo. 

La mia esperienza con Dragon Quest XI è stata segnata da una profonda dicotomia: da un lato un jrpg assolutamente valido, forte dell’esperienza e che fa affidamento su formule ben collaudate; dall’altro non ho potuto ignorare la mancanza di qualunque vero e concreto tentativo di innovare un genere che rischia sempre la stagnazione e che storicamente si è sempre rinchiuso da solo in una nicchia quasi autoreferenziale. Non sarebbe giusto però far pagare a Dragon Quest XI le colpe di un genere, quindi il mio giudizio non può che essere assolutamente positivo e lo consiglio caldamente a qualunque appassionato di jrpg classici.
8.8
voto

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