[In Retro We Trust] Shenmue

Quando si parla di “classico” si sente sempre puzza di bruciato, perché soprattutto nel mondo dei videogiochi, è ben difficile definire quanto un gioco può assurgere il suddetto status. Sicuramente l’atemporalità gioca un ruolo importante, in quanto un titolo che in qualsiasi epoca non perde mai la sua intrinseca attrazione a discapito del progresso tecnologico, della grafica, dell’interfaccia o dalle periferiche utilizzate, è sicuramente un fattore da tenere di conto. Ma anche quando un titolo, come Shenmue, con tutti i sui difetti e criticità, traccia con ambizione una strada che sarà poi il paradigma per generazioni, allora può vantare anch’esso lo scettro di “classico”. La ricchezza di elementi, il coinvolgimento, la possibilità di perdersi per delle ore in attività altamente irrilevanti, hanno fatto di Shenmue un titolo che ancor oggi viene ricordato. Certo, non è un prodotto semplice da maneggiare, infatti c’è chi lo ama visceralmente e chi con altrettanta veemenza lo ha odiato e continua tutt’ora a disprezzarlo.

Ricordo ancora l’hype mostruoso che circondò il lancio della mastodontica creatura di Yu Suzuki, che ha pochi anni fa dichiarato che il costo complessivo del gioco e del marketing arrivò a circa 47 milioni di dollari dell’epoca. Perché risultasse un successo commerciale ogni possessore di Dreamcast doveva compare almeno due copie del gioco (personalmente lo feci e conservo ancora gelosamente la versione giapponese e quella europea).

Ma cosa succede se oggi lo riprendiamo in mano nella sua forma originale, ovvero facendolo girare su un Dreamcast connesso ad un moderno televisiore attraverso il connettore VGA?

Se consideriamo che Shenmue risale al 1999, il gioco mantiene ad oggi, a 19 anni di distanza, un gradevole aspetto grafico.

 Certo, i colori sono un po sbiaditi, lo skybox è pesantemente pixelato, ma l’ambientazione del gioco – la pittoresca cittadina di Yokosuka – si anima di vita così come la ricordavo all’epoca.  Precursore della Hong Kong vista in  Sleeping Dogs o della Los Angeles, ehm, Los Santos di GTAV, il paesello creato da Suzuki e il suo team è  un luogo pieno di vita,  con negozi e ristoranti, mercati e sale giochi tutti esplorabili, pieni di piccole prelibatezze sia per Ryo che per noi, mentre girovaghiamo spensierati. Ci sono personaggi da incontrare e segreti da scoprire, ma la struttura ci permette di fare ciò che vogliamo senza limiti, senza timer, senza pensieri.

Il sistema “Magic Weather” del gioco assicura che, con il passare dei giorni, il ciclo inesorabile delle stagioni si rifletta sullo schermo. I cieli si appannano e la pioggia cade. La neve scende e si deposita nel piccolo sobborgo di Sakuragaoka, scricchiolando sotto le suole delle scarpe.però alle 11,30 PM, volenti o nolenti, tutti obbligatoriamente a dormire. Infatti qualsiasi cosa stiamo facendo, verremo trasportati immediatamente a letto, con buona pace del realismo!

Dal 15 dicembre, le decorazioni natalizie vengono allestite, dai negozi giungono le note di Jingle Bells e un Babbo Natale avvinazzato inizia a vagabondare per le strade.

Con l’occhio moderno le immagini rimangono comunque impressionanti, considerando che si tratta di un gioco del 1999. Certo le animazioni facciali appaiono sgraziate, ma comunque realizzate con un buon lavoro di mocap, alcune texture sono incerte, ma la fusione delle varie componenti del gioco lo rendono comunque adeguato al suo tempo e sicuramente sopra gli standard di quanto visto fino a quel momento.

L’atmosfera generale restituisce un senso di credibilità al gioco, con personaggi secondari comunque trattati graficamente come quelli principali, con un senso estico che si riverbera di vicolo in vicolo, ricreando quegli ambienti che se non erano fotorealistici, ci facevano comunque sentire la vita del piccolo borgo.

Peccato che alla stessa stregua non fosse stata curata anche la gestione dei dialoghi, soprattutto nella conversione dal giapponese all’inglese. 

 


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.