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Detention – Recensione

La storia del gioco è raccontata tramite vari documenti trovati per la scuola e dei flashback della ragazza. Red Candle Games utilizza la storia personale di Fang di disagio famigliare e sociale per raccontare quella del contesto in cui vive: un’epoca di censura ideologica, dissidenti politici segreti, oppressione estrema e crisi esistenziale indotta dalla mancanza di libertà. Un intreccio che non scade mai nel didascalico, ma che mostra come il dramma delle vicende umane dei protagonisti venga ingigantito ed esasperato dall’atroce contesto in cui si trovano.
Una lezione di umanità e di storia di cui spiace solo non poter usufruire in lingua italiana. Per la versione PC era stata fatta una traduzione amatoriale, mentre per Switch dovremo accontentarci dell’inglese.

Detention può essere definito come un’avventura grafica vecchio stampo con alcuni elementi di survival horror. Gran parte della componente ludica consiste nel risolvere enigmi “simbolici” nella spaventosa scuola, trovando oggetti da utilizzare o posizionare in determinati punti, ottenendo chiavi per proseguire sul nostro cammino. Difficilmente gli enigmi risultano davvero difficili, ma impegneranno egregiamente il vostro acume e capacità di osservazione.
Ogni tanto per i corridoi dell’edificio ci si imbatte in alcuni spettri, che potremo evitare semplicemente trattenendo il respiro. Ovviamente c’è un limite alla nostra resistenza polmonare, quindi per riuscire a superare indenni questi incontri dovremo coordinare con una certa precisione i nostri movimenti con quelli dei fantasmi. Anche per questi sporadici incontri il gioco non pone grande difficoltà.

Il gameplay insomma si attesta su livelli abbastanza semplici. Gli enigmi mostrano una buona vena creativa ma non vi impegneranno più di tanto, e se da una parte questo eviterà di farvi girovagare senza meta nel tentativo di capire cosa fare, dall’altra potrebbe non soddisfare i giocatori più interessati a una sfida più tangibile. L’avventura può essere terminata in circa 3 ore, che nonostante siano obiettivamente poche vengono dilatate dal senso di tensione che permea tra le oscure pareti dell’edificio; c’è inoltre da considerare che si tratta di un titolo che meriterebbe almeno due run per essere apprezzato al meglio.

La conversione da PC a Switch non dimostra particolari difetti, dati i semplici comandi dedicati. Ovviamente il controllo del puntatore affidato allo stick analogico ha una sensibilità diversa dal mouse, ma non trattandosi di un gioco che necessita di grande tempismo di comandi la differenza non infastidisce più di tanto.

Nonostante nella componente gameplay non faccia gridare al miracolo, Detention brilla (si fa per dire, dati i toni tetri) di uno stile visivo davvero efficace. L’aspetto grafico lugubre dell’ambientazione è rappresentato con una grafica bidimensionale disegnata a mano e animazioni minimali che gli danno un effetto stop motion che contribuisce all’atmosfera paurosamente onirica. Le stanze della scuola sono costellate di simbolismi che variano dai motivi classici per il genere horror-schizofrenico a elementi più originali, soprattutto quelli ispirati alla mitologia e folclore dell’Asia dell’est. Il gioco poi “fluttua” visivamente in risposta ad alcune azioni e indizi narrativi, assieme a precisi effetti sonori.

Il comparto sonoro è un’altro aspetto ottimamente riuscito, con una colonna sonora ambient accompagnata da un sound design che vi terrà sul ciglio della sedia con scricchiolii, graffi, echi di urla e versi vari. Se volete un’esperienza completa vi consigliamo di giocare con cuffie alle orecchie e le luci spente.

 

La versione PlayStation 4…
di Mr. Pink

Ho provato Detention su PlayStation 4 e non ho notato grosse differenze rispetto alla versione Switch testata da Marco. Quello che c’è da sottolineare, piuttosto, è che il gioco su PlayStation 4 presenta alcuni rallentamenti nel passaggio da uno scenario all’altro e questo può dare maggiore lentezza a una esperienza di gioco che, purtroppo, di per sé lo è a priori. Detention è comunque un buon titolo horror fuori dal coro, una novità che farà sicuramente piacere agli amanti del cinema d’orrore orientale.

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Marco Patrizi

Classe 1983, inizia a videogiocare con Commodore 64, NES e i coin-op nelle sale giochi (di cui sente la mancanza). Da allora non ha mai smesso di menar di pollici sul joypad, seguendo per oltre 20 anni con passione l'industria dei videogame, per poi finire a scriverne su diverse realtà online. Mastica un po' ogni genere, ma predilige RPG, action, adventure, picchiaduro e platform. Amante delle arti marziali, nemico degli estremismi, il suo stato intellettuale ideale prevede riflessioni antropologiche e rutto libero.
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