[In Retro We Trust] – Burnout – La Serie

Videogiochi

Molti di voi saranno stati piacevolmente colpiti dalla notizia che il 16 marzo prossimo Burnout Paradise avrà la sua remastered per PS4 e Xbox One. Ok, direte voi, un altro rifacimento di un titolo di dieci anni fa che denota ancora una volta la mancanza di idee originali da parte delle major dei settore, ma per gli amanti della serie Burnout la riedizione di questo episodio era attesa da tempo, e quale migliore occasione per fare un ex cursus su tutta la serie per questa rubrica?

Il primo Burnout esce nel 2001 solo per console, ovvero PS2, XBOX e Gamecube, con una struttura di gioco molto semplice.

Il Campionato prevedeva una serie di gare da affrontare contro tre avversari per piazzarci al primo posto, evitando di finire con i veicoli “civili”, tra i quali dovevamo sfrecciare ad alta velocità. Ogni gara diventava mano a mano più difficile, per cui erano necessarie auto più veloci. Sinceramente, per quanto il gioco fosse divertente, non è che ne rimasi molto impressionato ed in effetti ebbe una tiepida accoglienza sia dal pubblico che dalla stampa di settore. La cosa che sicuramente spiccava erano sia la possibilità di vedere i replay degli incidenti da varie angolature e poter accumulare Boost da utilizzare nelle gare, ma alla fine il numero limitato di macchine a disposizione e una difficoltà elevata non lo resero un titolo indimenticabile.

Ma Criterion, che all’epoca pubblicava sotto l’etichetta Acclaim, non si dette per vinta, e nel 2002 pubblicò Burnout 2: Point of Impact che ampliò moltissimo l’esperienza del primo titolo. Rimase sempre la possibilità di fare delle gare sia contro il tempo che contro avversari governati dalla IA, ma anche competere online contro altri avversari in multiplayer. Fu inserita anche la modalità “Crash”, che permetteva di guadagnare punti creando catastrofici incidenti. In questo caso, essendo il traffico sempre disposto nella medesima posizione, si poteva rigiocare più volte lo stesso scenario cercando di migliorare il proprio record personale, scegliendo l’angolo e la velocità migliori per causare il danno maggiore.

Con il fallimento nel 2004 di Acclaim, il franchise fu rilevato da Electonic Arts, e Criterion pubblicò sotto questa etichetta il terzo capitolo della saga, ovvero Burnout 3: Takedown. L’elemento di novità fu rappresentato dai Takedown del titolo, ovvero dalla possibilità di sbattere fuori strada i propri avversari, modalità che permetteva di accumulare più boost per essere più competitivi. Le gare erano frenetiche e piene di sportellate, con incidenti spettacolari, che coinvolgevano il giocatore in un vortice adrenalinico. Il motore grafico era ben strutturato, con il sistema dei danni dei veicoli che rendevano realistica l’esperienza di gioco, sempre considerando i limiti di un gioco di corse arcade.

Non so quante ore ho passato a giocare a questo titolo, cercando di migliorare le mie prestazioni, potenziando i veicoli e sbloccando nuove modalità. Il World Tour, che era la campagna principale del gioco, ci portava ad affrontare una serie di circuiti in Usa, Europa ed Asia. Si potevano affrontare varie tipologie di gare: Road Rage, Single Race e Crash Mode. La Single Race è inutile che la descriva, mentre è bene spiegare le altre due modalità. In Road Rage era necessario fare quanti più takedown nel tempo assegnato oppure prima che il nostro mezzo fosse stato completamente distrutto.

La modalità Crash riprendeva invece quella già inserita all’interno di Burnout 2, ma ampliata con l’Aftertouch, ovvero la possibilità di spostare il veicolo dopo lo scontro, per causare danni maggiori. Un festival di caos, esplosioni, macchine che schizzavano per tutto lo schermo, una vera gioia per gli occhi: questo era il Crashbreaker, che si attivava quando un certo numero di mezzi era coinvolto nel mega scontro.

Sicuramente il capitolo più riuscito della trilogia fino a quel momento pubblicata.

Arrivò poi nel 2005 Burnout Revenge e il gioco, per quanto potesse sembrare un’impresa difficile a chi aveva giocato a Takedown, riuscì ad evolversi ancora ed in maniera positiva. Seguendo quanto già fatto nel terzo capitolo, Criterion, ormai interamente di proprietà della EA, aumentò il livello di cattiveria, pompando anche la componente grafica attraverso il motore grafico RendeWare, in grado di tirare fuori il meglio dai chipset di PS2 e Xbox.

La varietà della proposta ludica vista in Takedown fu aumentata da una serie di eventi, gare, scontri al cardiopalma e ancora la meravigliosa e coinvolgente modalità Crash.

Con l’uscita della Xbox 360 fu fatta una versione apposita per questa console, che ancora conservo gelosamente nella mia collezione, alla quale, oltre la grafica migliorata, furono aggiunti un sacco di contenuti bonus per invogliare coloro che già possedevano il gioco in versione Xbox a ricomprarlo nuovamente. Inoltre la componente online, che già era prevista nelle versioni PS2 e Xbox, fu migliorata per questa versione, aggiungendo un elemento di sfida aggiuntivo, ovvero i Revenge rivals. In pratica si teneva conto dei propri progressi, ma anche di quante volte si era stati distrutti da uno specifico giocatore, di modo da poter scatenare l’irosa vendetta nei suoi confronti.

Se non teniamo conto dei tre spin off della serie, ovvero Burnout Legends (PSP/NDS) Burnout Dominator (PS2/PSP) e Burnout Crash! (PS3/X360), il successivo capitolo sarà Burnout Paradise, del 2008, per PS3 e X360.

Ma preferisco lasciare la disamina di questo gioco alla recensione che troverete a breve sul sito di MyReviews, perché ormai la versione remastered è alle porte.

Quello che posso dire è che dopo 10 anni e dopo averlo continuato a giocare anche grazie alla retrocompatibilità della Xbox One, rimane ancora ad oggi un gioco grandioso e unico su molti fronti. La sua ampiezza, le innumerevoli sfide, i contenuti aggiuntivi, l’hanno reso una pietra miliare di questo tipo di giochi. Molti hanno cercato di copiarlo, ma nessuno è mai riuscito ad eguagliarlo.

Sapere che Criterion ha lavorato assieme a Stellar Entertainment Software per questa versione remastered mi fa ben sperare, ma potrete sapere la nostra opinione solo dopo aver letto la recensione!

Digital dreamer, videogames addicted, wannabe Jedi. An old player that is still capable of wonder.

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