Dannato vivere – Negrita

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I Negrita, dopo il clamoroso successo di “Helldorado”, tornano sulle scene – a distanza di due anni  – con un album ricco di sorprese. “Dannato vivere” è forse meno diretto del precedente che puntava molto sulla critica alle contraddizioni materiali del nostro tempo: la politica corrotta, l’Italia in rovina, la cultura disprezzata, la mancanza di solidarietà, l’inferno dorato dove tutto luccica e ci porta lontano dalla felicità; dal punto di vista del sound, trasmetteva un’atmosfera latina, reggae, ska e punkrock, continuando quella sperimentazione nata da “L’uomo sogna di volare”. I Negrita hanno sempre rifiutato le etichette di genere, e in questo album si sono impegnati a strutturare le nuove strade e a ripercorrere quanto fatto nel passato.Non passa mai inosservato questo rock, l’elemento latino non è soppresso del tutto, benché sia pure ridimensionato e ci sia spazio anche per l’elettronica e il funk, tuttavia le chitarre mantengono un marcato suono reggae. I testi si concentrano più sull’individuo contemporaneo preso dalle ansie metropolitane, dalla crisi globale.
Si comincia dalla ritmica “Junkie Beat” che apre uno sguardo sulle città morte e deserte, per passare ai due singoli: “Fuori controllo”, pezzo rockettaro e di grande carica tra speranza, sogni e futuri negati; “Brucerò per te” che ha tutta l’aria di candidarsi come una delle migliori tracce mai scritte dalla band. La canzone ha un retroscena malinconico, scritta per la moglie di Pau, trasmette la vibrante fragilità della vita e il sacrificio di un amore che lotta contro la malattia. Grande spazio per la chitarra lancinante di Drigo, sulle note degli archi che per tutta la durata mi hanno fatto venire in mente un grande classico del passato: “All my love” dei Led Zeppelin, forse un tributo amaro.
“Immobili”, “Per le vie del borgo”, “Il giorno delle verità”, sono un trio in cui il testo prende il sopravvento. La musica si mantiene ancorata ad un reggae-rock di helldoradiana memoria che non può dimenticare i lontani Clash di “Sandinista”. I brani raccontano principalmente la perdita d’identità tra gli uomini, con continui riferimenti alla rabbia giovanile, all’immobilismo culturale, alla staticità della politica; l’ultima delle tre, vede il ritorno di Drigo alla voce, dopo che ci aveva lasciato nell’acustica “Tutto bene” dell’annata 2005.
L’andamento rock inizia a rallentare con “Dannato Vivere” che dà il titolo all’album, e inizia la parte più divertente e più classic. Anche se “Un giorno di ordinaria magia” riporta tutti sull’attenti, con rimandi vocali a “Che rumore fa la felicità” (2009).
Sono però gli ultimi pezzi, anche a detta degli stessi Negrita, la parte migliore. Si susseguono: “La musica leggera é potentissima”, “Panico”, “Splendido”.
La prima é un chiaro inno all’identità sempre varia della band, e un chiaro campanello d’allarme per quanto riguardo il mercato internazionale della musica; la seconda che si fionda su un funky tutto da ballare, con sonorità quasi da RHCP; la terza dove é ancora la voce di Drigo a ripresentarsi. Grandissimo testo sull’arrivo dell’amore che piomba a salvarci la vita, con una musica che inizia lenta per trasformarsi in un punk e trascinare con sé tutto l’impeto e la forza dei sentimenti. Questa è in definitiva la grande varietà di genere che i Negrita nel tempo hanno accolto e sedimentato nei loro lavori, concedendo anche all’elettronica (si veda l’ingresso nel team del DJ John Type) di fondersi nel sound: un rock italiano che parla dei nostri tempi, facendo emozionare.

2 Commenti

  1. Scritta bene.

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    • Si un ottima recensione! Se pensate vi possa piacere cliccate sul più affianco al cuoricino per dare la vostra preferenza.

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