Hotline Miami – Recensione

Videogiochi

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Amarcord ’80

Che ci piaccia o no, l’attuale momento storico è figlio di primo letto degli anni ’80. Che ci piaccia o no un po’ tutti i gadget elettronici che ci portiamo dietro o che ingombrano le stanze di casa nostra sono stati ideati negli anni ’80; e senza dilungarsi ulteriormente sulla questione, vi consiglio di buttare un occhio alla serie di documentari intitolata “Gli Anni ’80” del National Geographic, che si ricorda ancora di produrre roba sensata tra un resoconto di pesca e l’altro.

Che ci piaccia o no, Hotline Miami è il gioco più anni ’80 che ci sia. E per questo non serve che a dircelo sia Matteo Bordone. Sigla!

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=nA2cmBnI84U]

Titolo: Hotline Miami
Sviluppatore: Dennaton Games
Publisher: Devolver Games
Numero di Giocatori: 1
Piattafome: Microsoft Windows, PlayStation Vita, PlayStation 3, OS X, Linux
Localizzazione: Inglese

Cliché Everywhere

Lo stigma che il medium dei videogames si porta dietro sin da sempre è che questi hanno la tendenza a pervertire il cervello degli ignari videogiocatori a colpi di parafilie, invocazioni demoniache, violenza più o meno gratuita, tradimenti e altre depravazioni varie ed eventuali. Inutile dire che, per quanto in buona fede, gli sforzi dei detrattori del medium videoludico (probabilmente i figli dei detrattori dei comics di 40 anni fa), vengono vanificati dal teorema che vuole che: peggio se ne parli al di fuori dell’ambiente, più questo o quell’altro titolo farà gola a chi nell’ambiente ci sguazza. Gamers socialite dell’italica penisola (volevo scriverla in latino, ma socialite e gamers mi hanno dato delle difficoltà), permettetemi di presentarvi Hotline Miami.

Si presenta bene, nevvero?

In primis, scrivo questa mini-recensione con un certo senso di orgoglio perché i cervelli dietro ad Hotline Miami sono di origine europea,  per la precisione svedesi, e questo significa che noi europei sappiamo fare altro oltre che parlare, a casaccio, di spread e prendercela, un po’ meno a casaccio, con la Germania; in aggiunta,  Hotline Miami è un gran gioco col naso ben piantato nei cliché che hanno fatto grande il cinema degli anni ’80, e che negli ultimi anni si è tentato di riprendere con produzioni come Drive di Nicolas Winding Refn (altro capoccione europeo), il cui successo  di critica e di pubblico, significa una sola cosa: questi cliché funzionano e funzionano alla grande. Ergo, e cito un mio grandissimo amico, Hotline Miami è una “ficata spaziale”.

Ma andiamo con ordine.

Ambientato durante un trip lisergico verso la fine degli anni ’80, nel riassunto tutto palme di una Miami che sembra presa di peso dai titoli di testa di un telefilm poliziesco a caso, Hotline Miami ci racconta in modo sconnesso e inattendibile le vicende di un tizio soprannominato Jacket che si guadagna da vivere eseguendo lavoretti di vario genere per una voce al telefono che a quanto pare ha un sacco di commissioni di cui non può occuparsi. La trama del titolo viene presentata seguendo la figura del “Narratore Inattendibile” caratterizzata da una progressione temporale sconnessa, contraddizioni e, nel caso specifico del titolo Dennaton dal ricorrere di due elementi ben precisi. Il primo è rappresentato dalla sequenza, dalle forti tinte oniriche, in cui il nostro protagonista si ritrova a colloquio con tre figuri mascherati che sembrano conoscere dettagli del passato di Jacket ignoti persino a lui, il secondo invece è rappresentato da Beard. Questo figuro in particolare, che nella vita fa il commesso di ogni negozio della città, sembra dapprima il personaggio secondario per antonomasia, mutuato dai vecchi giochi arcade (in cui a parte il protagonista e l’antagonista, tutti gli altri sono il clone dello stesso tizio) il cui unico scopo è quello di offrire oggetti gratis dai negozi in cui lavora, ma con l’avanzare della trama ogni incontro si farà via via sempre più surreale, rivelandosi parte integrante del setting della vicenda.

Il setting di Hotline Miami, infatti, sembra più un’astrazione di Miami che una rappresentazione della città stessa. Il gioco non si da nemmeno la pena di identificare le aree della città in nessuna maniera, e se proprio vogliamo, l’unico scorcio di Miami che ci viene offerto si riassume nel ripetersi della lunga successione di palme sullo sfondo di una sorta di tramonto. Per il resto, al di fuori delle mura degli edifici in cui si concentra l’azione, la rappresentazione dello spazio è affidata alla rotazione di colori che di fatto aumentano la sensazione di straniamento che pervade tutto il titolo.

Straniamento a GoGo

Tecnicamente parlando, Hotline Miami gioca sull’appeal da game arcade presentando un comparto grafico volutamente retrò, tradito solamente dalla massiccia presenza di dettagli che non solo caratterizzano ed adornano l’ambiente di gioco, ma si rivelano ad un occhio più attento come parte integrante e fondamentale del gameplay; un esempio su tutti, se riuscite a riconoscere le padelle sui fornelli, sappiate che possono essere utilizzate come armi.  Se il comparto grafico è caratterizzato da un gusto squisitamente 80’s, fatto di colori fluò e luci al neon, il comparto audio del titolo presenta effetti sonori  strabilianti ed una colonna sonora capace di fare impallidire non solo gli altri titoli digital delivery, ma anche buona parte dei titoli retail oggi in circolazione. Parliamo di pezzi di musicisti come M.O.O.N., Sun Araw, Jasper Byrne e altri che, se da un lato riescono a caratterizzare egregiamente la vicenda inscrivendola  nel 1989 (anno in cui Hotline Miami è ufficialmente ambientato) dall’altro rafforzano la surreale sensazione di straniamento che pervade tutto il titolo. Non meno importante, l’intera colonna sonora di Hotline Miami, può (ed a mio avviso va) ascoltata anche per conto suo.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=uNPtxtiNMu8]

Il gameplay di Hotline Miami offre una sorta di connubio tra puzzle game ed action in terza persona, con visuale a volo d’uccello, il tutto condito in salsa arcade. La componente puzzle, si riflette prevalentemente nell’approccio alle varie missioni, che richiedono una buona dose di strategia per riuscire a concatenare in modo efficace ogni massacro e ripulire l’intero piano per passare al successivo. A tal proposito, riconoscere i dettagli dell’ambiente e saperli sfruttare, così come imparare ad utilizzare le porte per stordire i nemici (e poi finirli), così come tenere a mente le ronde delle guardie (tutti cloni di Don Johnson) e, soprattutto, tenersi alla larga dalle pareti in vetromattone (perché di solito dall’altra parte c’è un Don Johnson armato di fucile a pompa), sarà di fondamentale importanza per terminare ciascun livello, e non dover ricominciare tutto da capo. Ebbene sì, in Hotline Miami, si muore al primo colpo ed ogni volta si deve ricominciare il livello (ovvero il piano dell’edificio in cui ci troviamo) da capo.  Forse, proprio in ambito di gameplay, il titolo soffre dei suoi difetti più vistosi; primo fra tutti una componente trial & error a tratti snervante, dovuta soprattutto alla facilità con cui i cloni di Don Jonhson riescono a mandarci al tappeto in un tripudio di materia cerebrale, seguito a ruota dalla quantità di bug, in agguato quasi ovunque, probabilmente causata da una certa fretta di fare uscire il gioco.

In conclusione, il titolo Dennaton è un must have, magari non un capolavoro, ma rientra comunque in quella categoria di titoli che vanno assolutamente giocati. Che sia per il gusto smaccatamente retrò, o per il suo preponderante mood anni ’80 piuttosto che per la colonna sonora da urlo (la prima cosa che il gioco stesso vi dice è di utilizzare un paio di cuffie) oppure per l’incredibile carica di violenza che permea il titolo, Hotline Miami non può mancare nella vostra libreria di videogames.

Non proprio un lavoretto pulito

Un’ultima considerazione

Preparando e scrivendo la recensione di cui sopra, ho volutamente tralasciato l’aspetto violento di Hotline Miami in favore di un’analisi, spero, più tecnica del titolo per il semplice motivo che, il sottoscritto Nicola Sirci di Assisi blablabla non ha punto voglia di imbarcarsi nel dibattito sulla violenza dei videogames. Sì, Hotline Miami è un gioco estremamente violento e sì, in Hotline Miami la violenza proposta funziona, e funziona alla grande.  Capisco benissimo che in superficie possa sembrare una violenza senseless ed estremamente gratuita; ma no, non lo è affatto. Ogni testa sbattuta sul pavimento ed ogni goccia di sangue versata all’interno del gioco, riescono a contribuire all’economia del titolo al punto da integrarsi ed armonizzarsi perfettamente con ogni altro aspetto del titolo stesso, offrendo al giocatore un’esperienza completa. Per quanto la si possa stigmatizzare, la violenza in Hotline Miami è parte integrante di Hotline Miami, che riesce,quindi, a funzionare come gioco proprio grazie all’armonia della totalità dei suoi elementi. Stranamente, provando ad eliminare uno qualsiasi di questi elementi dall’equazione, il gioco smette di essere divertente e quindi di funzionare.

Lungi da me il difendere la violenza gratuita, in ogni sua forma ed in ogni mezzo ( il torture porn m’ha stufato appena dopo i titoli di coda del primo Hostel IMHO), ma diciamocelo, se un bel gioco risulta violento; noi giocatori per primi mettiamo la componente cruenta al secondo posto, dopo la considerazione (secondo me molto più importante) se il gioco sia divertente o meno, se al contrario, un brutto gioco punta tutto sulla violenza, siamo i primi ad accorgercene e lo lasciamo sullo scaffale a perder sangue da solo, come i bravi bimbi emo.

La parola al nostro inviato dalla terra del buon senso…

Nicola
Nato quando ancora andavano di moda i pantaloni a zampa di elefante, venne introdotto, a soli cinque anni, al mondo dei videogiochi dal padre, fiero possessore in un Mattel Intellivision (esatto la console con le scocche di legno). Tornato dal suo esilio temporaneo in Canada, continua a litigare con i commessi dei negozi di elettronica a causa della sua spasmodica ricerca del gioco di nicchia definitivo: quello che conoscerà ed apprezzerà solamente lui.

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