Recensione – Shin Megami Tensei: Persona 4

 

Shin Megami Tensei

Parlando di giochi di ruolo su console si finisce quasi sempre per parlare di quel genere, un po’ snobbato e un po’ acclamato, che ricade sotto l’acronimo di JRPG (Japanese Role Playing Game).

Gli stilemi di ogni titolo JRPG prevedono un party, composto da un variopinto gruppo di ragazzetti, costretti per questo o quell’altro motivo ad imbarcarsi in un’avventura epica che li vedrà contrapposti ad un gruppo di altrettanto colorati avversari, ed il cui risultato deciderà delle sorti del mondo, o perché no, dell’universo in cui quella particolare storia è ambientata.

Moltissimi, leggendo la sigla JRPG, avranno pensato subito ad un titolo: Final Fantasy. Ecco: Final Fantasy, di per sé, è il perfetto esempio del JRPG e forse è il titolo che meglio riassume le caratteristiche del genere.

Dal lontano 1987, anno di pubblicazione del primo capitolo della saga ad opera dell’allora Squaresoft (che per la cronaca era a un passo dalla bancarotta a seguito di un pessimo gioco di corse automobilistiche) i giocatori di tutto il mondo hanno avuto modo di conoscere ed apprezzare il modo giapponese di intendere il gioco di ruolo.

Benché di gran lunga più celebre (in Italia), la saga di Final Fantasy non è stata la prima. Il successo del titolo, infatti è dovuto in gran parte al concept alla base di esso, mutuato da un altro titolo pubblicato nel 1986: Dragon Quest della Enix. Inutile dire che Dragon Quest della Enix e Final Fantasy della Squaresoft, sono considerati dai giocatori occidentali come i due capisaldi del genere JRPG; se vogliamo, due poli contrapposti che fino alla nascita dell’attuale Square-Enix, hanno dettato gli standard dei giochi di ruolo fantasy all’orientale contendendosi il titolo di best JRPG ever.

Proprio nel 1987, però, muoveva i suoi primi passi un’altra saga che col passare del tempo si sarebbe fatta portavoce di un modo ben diverso di guardare al genere. Un modo, senza dubbio, più maturo e se vogliamo più innovativo che avrebbe sacrificato molto dell’apparenza in favore di un contenuto più adulto (in tutte le accezioni del termine) e di un sistema di gioco estremamente più aggressivo nei confronti dei giocatori. Nel 1987, infatti, l’allora Namcot (l’attuale Namco-Bandai) pubblicava per il Nintendo Family Computer System il primo esponente JRPG di casa Atlus; Digital Devil Story: Megami Tensei.

Questo primo titolo, tratto per altro da una trilogia di romanzi di Nishitani Aya e intitolata Digital Devil Monogatari, avrebbe dato vita ad uno dei franchise più prolifici della storia dei videogiochi; un francise che nel corso del tempo ha saputo guadagnarsi una fanbase fedele e solida come il granito, tutto grazie ai temi trattati nelle storie, a personaggi che definire memorabili è poco e ad un sistema di combattimento spietato al punto che le sezioni di esplorazione tendono più al genere del survival horror che al gioco di ruolo. Gli sviluppatori di casa Atlus, inoltre, hanno sono riusciti a far evolvere la serie arrivando a produrre titoli contaminati da altri generi; dall’action con la serie Shin Megami Tensei: Devil Summoner Raidou Kuzunoa the XIV (ps2), al mmorpg con Shin Megami Tensei: Imagine (pc), passando per lo strategico a turni con Shin Megami Tensei: Devil Survivor (ds) per poi tornare alle radici da dungeon crawler del franchise con Shin Megami Tensei: Strange Journey (ds).

In attesa dei prossimi titoli in uscita: il picchiaduro a incontri Persona 4 Arena per Ps3 e Xbox360, l’ultimo capitolo della serie originale Shin Megami Tensei IV per 3ds ed il nuovo capitolo della serie spin-off Shin Megami Tensei Persona 5, vi invito a percorrere un viaggio a ritroso nel tempo attraverso i capitoli di uno dei franchise più singolari, maturi ed interessanti (e per noi italiani anche uno dei più oscuri e sconosciuti) dell’intero panorama videoludico.

Capitolo 1

Shin Megami Tensei Persona 4 the Golden

Filosofia occidentale in salsa Panreligiosa

La premessa è dovuta.

Se c’è una serie di videogiochi che punta a far lavorare lo spazio tra un orecchio e l’altro dei videogiocatori è proprio la serie Shin Megami Tensei. Se Final Fantasy ci ha insegnato che colpire al cuore il giocatore non solo vende, ma permette anche di sviluppare quel sentimento di empatia nei confronti dei personaggi che di fatto è alla base del successo dei giochi di ruolo in generale, Shin Megami Tensei si gioca la carta, più subdola se vogliamo, dell’analisi introspettiva e dell’immedesimazione giocatore-personaggio che è a tutti gli effetti la meccanica di gioco principale.

Ebbene sì, tutti i titoli della serie (e Persona 4 non è esule da tale caratteristica) mettono il giocatore direttamente nei panni del personaggio principale assegnandogli il compito di prendere tutte le decisioni morali e comportamentali che la storia, a vari livelli, ci pone difronte. In Persona 4, il personaggio principale non ha nome (sì lo so che si chiama Yu Narukami nella serie televisiva, ma non potevano di certo chiamarlo Oh oppure Coso) e non apre mai bocca se non attraverso le scelte di dialogo che vengono proposte al giocatore durante l’intero arco della trama. E sebbene ad un primo walkthrough il numero di queste scelte possa risultare ristretto per motivi di gameplay che analizzerò successivamente; durante i walkthrough successivi (necessari), il ventaglio si amplierà ed avrà ripercussioni sulla storia.

Dato un nome al nostro alter ego dai capelli grigi, Persona 4 ci mette al corrente di tutto quello che deve interessarci sulla sua backstory, ovvero che a causa di impegni di lavoro dei genitori, deve trasferirsi dalla grande città, nella piccola cittadina di campagna di Inaba presso la casa dello zio. Questo significa che per il resto dell’anno, il nostro dovrà rifarsi letteralmente una vita: nuova scuola, nuovi amici e nuovi interessi. Sfortunatamente, in corrispondenza del nostro arrivo ad Inaba viene rinvenuto un cadavere appeso ad un palo dell’alta tensione, e la trama andrà ad infittirsi quando ad esser ritrovata appesa a testa in giù ad un palo del telefono sarà una delle prime persone di cui avremo il piacere di fare conoscenza. Tutto questo condito da un ulteriore mistero: secondo una leggenda metropolitana in voga tra gli abitanti di Inaba, guardando lo schermo di un televisore spento nella mezza notte di un giorno di pioggia è possibile vedere l’immagine della propria anima gemella.

Da queste premesse, inizia il gioco vero e proprio che risulta impossibile da circoscrivere nell’ambito del semplice genere dei JRPG. Persona 4 the Golden per PsVita, così come la sua controparte per Ps2 (Persona 4 Vanilla Version o semplicemente Persona 4), va oltre il genere per offrirsi come un titolo dalle molteplici sfaccettature, tutte perfettamente integrate all’interno del gameplay ed indispensabili per l’economia della vicenda narrata.

Mettendoci nei panni del nuovo arrivato ad Inaba, il titolo ci darà l’occasione di sperimentare la sua fase di simulazione sociale, in cui dovremo conoscere persone, farci nuovi amici, seguire le lezioni alla Yasogami High e frequentare i club delle attività extracurriculari. Potremo inoltre aumentare le nostre entrate eseguendo lavori part-time di vario genere. Le meccaniche sociali sono così talmente tanto integrate all’interno del gameplay che sottovalutarne l’importanza si rivela un errore madornale da parte del giocatore, troppo abituato ad esplorare diversi ambienti ed affrontare creature ostili.

Seguire le lezioni, così come studiare a casa, e rispondere correttamente alle domande degli insegnanti, quando non dovremo noi suggerire le giuste risposte ai compagni di classe, ci permetteranno di incrementare alcuni dei nostri attributi sociali che con l’avanzare nel gioco diventeranno sempre più indispensabili. Questi attributi sociali sono “Knowledge”, “Expression”, “Understanding”, “Diligence” e “Courage”. Portarli al livello più alto studiando, frequentando i club extracurriculari, piuttosto che leggendo e così via, ci daranno accesso sia a tutta una serie di nuovi lavori part time, più remunerativi, e ad ulteriori Social Link. Questi ultimi sono la parte fondamentale per l’avanzamento nell’avventura.

La meccanica dei Social Link è un elemento che alza Persona 4 ad un livello superiore rispetto agli altri JRPG più classici. Interagendo con i personaggi non giocanti che popolano Inaba, non ci ritroveremo a leggere le solite tre o quattro righe di testo che potrebbero aiutarci a proseguire nella storia, verremo bensì catapultati nelle loro vicende personali e ci ritroveremo ad aiutarli a risolvere i propri conflitti interiori, stringendo amicizie via via sempre più profonde, fino a formare quel legame d’amicizia indissolubile tanto caro alla cultura nipponica. (Sì è possibile anche dare appuntamenti e frequentare praticamente qualsiasi personaggio di sesso femminile del gioco, età permettendo). Se all’apparenza questa meccanica può risultare sì innovativa, ma fine a se stessa, si rivela di vitale importanza per le fasi di dungeon crawling e di combattimento del gioco.

A questo punto credo che sia il caso di spendere un paio di parole sulle Persona. Il loro nome viene dalla parola latina “persona – personam” che significa maschera e che fa da termine di origine della parola italiana personalità, e sono rappresentate (in questo titolo particolare sono circa 216) dai personaggi mitologici e religiosi di tutto il mondo. In Persona 4, così come nei precedenti titoli della serie, queste creature rappresentano il concetto filosofico di “maschera sociale”, ovvero quella o quelle maschere che ciascuno di noi indossa a seconda della situazione.

Ai fini del gameplay al di fuori dei dungeon, avere a disposizione l’una o l’altra Persona vorrà dire favorire la crescita di un particolare social link, a seconda dell’arcano di appartenenza. La loro importanza però, diventa fondamentale ogni volta che si deciderà di affrontare il mondo al di là dello schermo del televisore.

Ciascun Social Link, infatti, è contraddistinto da uno degli arcani maggiori dei tarocchi e rappresenta una “famiglia” di Persona equipaggiabili ed utilizzabili dal protagonista in battaglia. L’appartenenza all’una o all’altra carta, dunque, ci darà un’idea generale delle peculiarità del tipo di creatura. Una Persona appartenente all’arcano maggiore della forza, per esempio, avrà nel suo arsenale di abilità per lo più attacchi fisici molto potenti, così come avrà una resistenza maggiore agli attacchi fisici avversari, mentre una Persona dell’arcano degli amanti o della papessa, avranno abilità di potenziamento o di cura e così via.

Frequentando, inoltre, i membri del nostro party accrescendone il livello di amicizia, questi agiranno in maniera più efficace nel corso delle battaglie, offrendo assistenza in caso di bisogno oppure eseguendo un follow up attack, fino anche a far evolvere la loro Persona, in una versione decisamente più potente.

Il tempo investito durante le fasi di simulazione sociale ricompenserà il giocatore più delle battaglie stesse: le Persona già in nostro possesso riceveranno alla fine di ogni scontro punti esperienza in base al rank del rispettivo Social Link, mentre le Persona che creeremo tramite il sistema di fusione riceveranno un sostanzioso bonus, nell’ordine di livelli di esperienza addizionali, tanto più il nostro rank in quel determinato social link sarà alto.

Lo scenario di Persona 4, però, si sviluppa su due mondi paralleli: da una parte abbiamo il mondo reale, con la cittadina di Inaba ed i suoi abitanti, che racchiude la parte social del gioco; e dall’altra abbiamo il mondo del Midnight Channel popolato da creature grottesche chiamate Shadows (che starebbero a rappresentare la parte più istintiva e aggressiva, e più libera se vogliamo, delle persone del mondo reale). Per procedere nelle indagini e risolvere i misteri dietro ai rapimenti e gli omicidi di Inaba, sarà necessario esplorare questo nebbioso mondo attraverso una serie di dungeon (che in tutta sincerità non sono molti, ma ciascuno è abbastanza impegnativo da richiedere più di una visita) all’interno dei quali affronteremo gruppi di nemici via via sempre più potenti.

In questa fase del gioco, le Persona a nostra disposizione saranno il nostro arsenale. Se è vero che gli altri membri del nostro party avranno a disposizione una sola Persona ciascuno, è anche vero che il personaggio principale potrà scegliere di equipaggiare fino a 12 creature contemporaneamente ed immagazzinare le altre all’interno del Demonic Compendium, dove potrà aggiornare le caratteristiche di ognuna di esse. Cambiare Persona anche durante lo stesso combattimento, ai fini della vittoria, è indispensabile: ognuna di esse, infatti dispone di caratteristiche, punti deboli e resistenze differenti e saper sfruttarle sfruttare al massimo della loro efficacia si rivelerà necessario anche durante i semplici incontri casuali.

Il sistema di combattimento di Persona 4, benché meno brutale dei suoi predecessori, gira intorno alla meccanica “One More” mutuata dal “Press Turn System” della serie regolare di Shin Megami Tensei. E sebbene quest’ultimo fosse letteralmente spietato nei confronti del giocatore inesperto, il sistema “One More” non lascia molto spazio agli errori, ed un party impreparato rischia comunque di essere spazzato via facilmente dagli avversari.

Il sistema “One More” si basa tutto sulla capacità di sfruttare le resistenze elementali o fisiche del party e le debolezze dei nemici. Colpire, ad esempio, con una magia di elemento tuono un avversario debole all’elettricità, non solo significherà arrecare un danno maggiore, ma una volta colpito l’avversario cadrà a terra, finendo fuori combattimento. Il personaggio che ha eseguito l’attacco riceverà subito un turno supplementare per eseguire un’altra azione. Riuscendo a sbattere a terra tutti gli avversari, ci verrà data l’opportunità di eseguire un “All Out Attack” di potenza devastante.

“All Out Attack” apparte, lo stesso discorso è valido contro di noi: se l’avversario riesce a sfruttare le debolezze elementali dell’uno o dell’altro personaggio del nostro party, questo verrà sbattuto a terra e diventerà vulnerabile ad attacchi successivi.

Una menzione particolare va fatta per le alterazioni di status, queste non avranno solo l’effetto standard come in tutti gli altri giochi di ruolo, ma abbasseranno drasticamente le statistiche di base del personaggio colpito, rendendo di vitale importanza l’apprendimento della gestione dei tempi di cura e di difesa.

Altro aspetto fondamentale delle meccaniche di battaglia sono i Buff ed i Debuff, imparare a riconoscerli ed usarli durante le battaglie farà la differenza tra una vittoria sofferta ed una sonora sconfitta.

Per ultimo, ma non per importanza, il comando di analisi che evolverà in efficacia man mano che si procederà nella storia. Se è vero che nelle prime fasi di gioco analizzare gli avversari ci darà solamente i valori in termini di HP e SP (questi sono i punti magia) e trovare punti deboli e resistenze spetterà a noi, è vero altresì che successivamente ad ogni analisi riceveremo informazioni via via più dettagliate fino ad arrivare a conoscere anche le abilità a disposizione del nostro avversario. Analizzare ogni singolo nuovo avversario che ci si porrà davanti, inoltre, diventerà di vitale importanza se decideremo di lasciare il controllo del resto del party all’IA del gioco (cosa che personalmente sconsiglio perché se lasciati alla propria iniziativa i nostri alleati non faranno che consumare SP). Le battaglie con i boss di fine dungeon ed i boss opzionali (che non sono pochi) alzeranno ulteriormente il livello di sfida, fino ad arrivare ad i boss finali che costringeranno il giocatore a veri e propri cambi drastici di strategia durante la battaglia.

 

In conclusione; Persona 4, porta a casa il risultato.

Il comparto grafico del titolo presenta una resa delle ambientazioni più pulita e dettagliata rispetto alla versione Playstation2, i personaggi sono ben realizzati e mantengono l’aspetto da anime promesso dall’introduzione coloratissima ed incredibilmente stilosa. La cura maniacale per l’aspetto visivo di Persona 4 si riflette anche nelle hub che ci accompagneranno durante le fasi di simulazione sociale e di combattimento. Se nella prima, avremo indicazioni sul tempo meteorologico e l’area cittadina in cui ci troviamo, nella seconda, e soprattutto durante le battaglie, l’interfaccia sarà rappresentata come lo schermo di un vecchio televisore anni ‘60 con tanto di rotella per cambiare canale. Inaba da l’impressione di essere un luogo vivo, la cui popolazione reagisce ai cambiamenti metereologici (Spoiler: importanti per il gioco e ancora di più per la trama), rafforzando ulteriormente questa sensazione di vitalità, mentre se vogliamo i dungeon soffrono di una certa ripetitività, dovuta al fatto che quasi tutti i livelli vengono prodotti casualmente ad ogni visita.

Le cut scene in game sono sia in grafica di gioco che in animazione, e qui i ragazzi dello Studio 4°C, dimostrano di conoscere il mestiere.

Una menzione particolare va fatta per il lavoro di illustrazione di Kazuma Kaneko (art director della serie) che cura l’aspetto delle creature mitologiche delle Persona a disposizione del giocatore che rimarranno scolpite nella mente del giocatore.

Il comparto sonoro, ad opera di Shoji Meguro, commenta senza una sbavatura ogni fase del gioco. Si va da pezzi distensivi che ci accompagnano nell’esplorazione della cittadina di Inaba, al commento musicale dei dungeon sempre in accordo con l’ambiente; come il motivo tendente all’house music all’interno del dungeon costruito nel teatro di lap dance oppure, la musica chip tunes dell’area che riprende la grafica di un gioco di ruolo a 8 bit.

Le musiche delle battaglie, diverse a seconda dell’occasione, donano ulteriore  tocco di classe ed il doppiaggio dei personaggi, completamente rinnovato rispetto alla versione Vanilla per Ps2, infine contribuisce alla resa di un prodotto quasi perfetto.

A livello di giocabilità, Persona 4 si presenta come un titolo svagato e scanzonato, che nasconde un’anima aggressiva ed impegnativa.

Se è vero che i dungeon non sono moltissimi, le cose da fare fuori e dentro Inaba sono comunque innumerevoli: si va dalle normalissime fetch quest ed i boss opzionali, che ci porteranno a riesplorare i dungeon già visitati, a sessioni di pesca notturna sia di fiume che di mare, per arrivare infine al giardinaggio sotto casa. Aggiungete a tutto questo, eventi scolastici, gite fuori porta e così via. Il tutto, mai incollato sul gioco per diluirne la longevità, ma perfettamente integrato nello spirito della vicenda ed estremamente efficace in termini di immedesimazione. Quest’ultima va ben oltre il semplice atto di dare un nome al nostro personaggio principale, ma si fa via via sempre più profonda nella fase di simulazione sociale fino a rivelare la sua importanza durante le scelte chiave nel corso della trama. Operando alcune scelte in momenti precisi del gioco, infatti, non solo si aprirà la strada a finali differenti, ben quattro in totale, ma sarà possibile accedere ad un dungeon interamente nuovo ed esclusivo per la versione Psvita, che aggiungerà spessore alla trama ed un ulteriore livello di sfida.

Il mio consiglio, se posso permettermi, è di giocare il primo walkthrough senza ricorrere a nessuna guida e vedere fin dove ci porta il cuore, per poi affrontare il gioco con lo spirito del completista nei walkthrough successivi e cercare di arrivare,così, al True Ending del gioco. Io personalmente ho sforato le 160 ore di gioco, al mio secondo walkthrough e non sono riuscito a completare tutte le voci del compendio delle Persona.

In conclusione, dover affrontare un minimo di ripetitività dei dungeon, sembra il minimo prezzo da pagare per godere a pieno di un prodotto imperdibile sotto tutti i punti di vista. Personaggi memorabili, storia accattivante, alto livello di immedesimazione, un fattore di rigiocabilità elevato ed una spiccata tendenza al comical relief (provate ad affrontare il gioco “in drag” o con i costumi dei Power Ranger) riescono a rendere Persona 4 the Golden un Must Have per tutti i possessori di Psvita.

A tutto questo, aggiungete una serie di extra e featurette, degni delle grandi produzioni cinematografiche, che espandono ulteriormente il mondo di Persona 4 risultando interessanti sia per i fan vecchi che per i neofiti del franchise.

Se siete tra i fan di  Shin Megami Tensei in generale e dello spin off Persona in particolare il voto non può che essere un sonoro 10.

Se invece, Persona 4 the Golden è il vostro primo contatto con il mondo dei giochi di ruolo della Atlus, non lasciatevi scoraggiare dalla difficoltà iniziale del sistema di battaglia (non avete visto nulla) e dalla terminologia delle abilità (fatta tutta di suffissi e prefissi), vi entreranno nel sangue e ne vorrete di più.

 

Dietro la Maschera

Sezione ad altissimo contenuto di Spoiler per capire con cosa abbiamo giocato 

Nello scrivere una recensione, degna d’esser chiamata tale, di un gioco che appartiene alla serie Shin Megami Tensei, è un’impresa titanica. Non perché io personalmente ne sia un fan (sì ok anche per questo) ma perché mettere nero su bianco e valutare le meccaniche di un gioco simile, senza spoilerare pesantemente la trama non è affatto facile.

Nel caso particolare di Shin Mgeami Tensei Persona 4 i ragazzi della Atlus si sono ispirati pesantemente alle vicende narrate nel Kojiki, dove si raccontano le storie di Izanagi ed Izanami, divinità della tradizione Shinto.

Nel Kojiki si racconta di come queste due divinità, fratello e sorella, e anche compagni, abbiano dato vita alla terra di Yamato (l’attuale Giappone) ed a tutte le divinità maggiori del pantheon shintoista. L’ultimo a nascere è stato Kagustuchi (tenete a mente questo nome), il dio del sole. Morta durante il parto, Izanami è finita nello Yomi stu kuni (il corrispetivo shintoista dell’Ade), e nonostante il tentativo di soccorso di Izanagi, la sorella e compagna è rimasta lì.

Nel dettaglio, il titolo prende ispirazione dalla vicenda finale del rapporto tra Izanagi ed Izanami, non a caso la Persona principale del protagonista è Izanagi stesso, mentre le Persona a disposizione degli altri membri del party provengono da altri racconti della mitologia shintoista. Ma tutti nell’economia della trama del gioco hanno un significato ben preciso (che va ben al di là dell’andiamo a recuperare Izanami nel mondo dei morti). Ogni altro membro del party, infatti, riuscirà ad avere accesso ai poteri della propria Persona, solo dopo aver affrontato la verità su sé stesso.

Nel Kojiki, la vicenda termina, infatti, con Izanami che prega il compagno di non illuminare la caverna in cui è rinchiusa, ma di trascinarla fuori al buio. Nella sua ricerca della verità, un’ossessione se vogliamo, Izanagi illumina la caverna e quello che gli si presenta davanti agli occhi lo disgusta al punto da costringerlo a fuggire. Nel tempo trascorso nello Yomi stu kuni, infatti, Izanami si è cibata del cibo dei morti ed il suo corpo ne è uscito profondamente cambiato. Adirata per la reazione di Izanami, Izanagi si autoprocalama regina dello Yomi stu kuni e lancia su Izanagi la “Maledizione dei 10.000” dicendo che per vendetta, avrebbe ucciso diecimila figli di Izanagi al giorno. Questi replicò dicendo che avrebbe generato diecimila e cinquecento figli al giorno.

 

Il vero elemento di rottura tra Izanagi ed Izanami è stato proprio l’ossessione per la ricerca della verità del primo, ed è proprio il concetto di ricerca della verità che mette in moto tutto il mondo di Persona 4.

Tutto in Persona 4, infatti gira intorno al dualismo verità-apparenza. Si parte da un elemento come la nebbia che periodicamente invade Inaba, metafora della coltre di apparenze con cui le persone si nascondo agli occhi degli altri, a tutti i percorsi di auto-scoperta ed auto-risoluzione dei social link all’interno del gioco. Esplorando a fondo ogni singolo social link, infatti il giocatore si ritrova ad essere testimone sia della vicenda personale dei personaggi secondari, sia della loro crescita interiore che li porterà immancabilmente a scendere a patti con il loro vero “io” e, di conseguenza, evolvere come esseri umani pronti ad affrontare il resto del mondo.

La scelta degli sviluppatori, di mettere in mano al giocatore un protagonista di cui non abbiamo bisogno di sapere nulla, si rivela una mossa astuta. Al giocatore non interessa indagare sul passato del protagonista, per contro gli viene offerta la possibilità di approfondire le diverse personalità che lo circondano, rivelando un sorprendente ventaglio di vite comuni, in cui identificarsi per riflesso. Benché inseriti all’interno della cultura giapponese, i personaggi secondari di Persona 4 permettono anche al giocatore occidentale di identificarsi ed empatizzare con almeno uno di loro, che sia la bambina di otto anni lasciata costantemente sola dal padre per motivi di lavoro, piuttosto che l’ottantenne che vede morire ad uno ad uno le persone più care, oppure il ragazzo che ha atteggiamenti da bulletto di quartiere, ma che in cuor suo nasconde un animo tanto gentile da risultare socialmente imbarazzante, per finire con forse il personaggio che è il prodotto per eccellenza dell’era moderna: pieno di sé al punto da incolpare dei propri fallimenti il resto del mondo.

Se il percorso di evoluzione personale, inteso come ricerca della verità su sé stessi, si svolge in maniera quasi maieutica nelle fasi di gioco ambientate nella cittadina di Inaba, quando si accede al mondo del Midnight Channel non solo il gioco stesso diventa più aggressivo nei confronti del giocatore, ma lo porta ad affrontare (letteralmente) la parte più intima di sé stesso.

Tutto nel “Midnight Channel” si esprime per allegoria; a partire dal canale stesso, inteso come recipiente in cui le persone riversano le proprie illusioni e le proprie speranze a buon mercato. Non si può pretendere di conoscere la propria anima gemella osservando uno schermo di televisore, per altro spento. Come non tutto quello che ci viene propinato dallo schermo del televisore accesso equivale a verità.

L’indagine che i nostri investigatori svolgono volta per volta sul misterioso mondo al di là della televisione, li porterà a credere inizialmente che il grottesco ambiente sia un costrutto della mente delle persone intrappolate al loro interno, quando poi scopriranno (e indizio dopo indizio può anche arrivarci il giocatore prima di loro) che il “Midnight Channel” è l’equivalente fisico del pettegolezzo inteso come “equivoco” o “giudizio erroneo”.

Non stupisce quindi nessuna delle forme che i dungeon assumono all’interno del Midnight Channel, così come non stupiscono i comportamenti delle Shadow che incontreremo alla fine di ognuno di esso. Se è vero, come ho affermato precedentemente, che ogni dungeon è frutto dell’equivoco; è altrettanto vero che la Shadow rintanata nelle sue profondità è l’aspetto più nudo della persona rapita, che essendo privato di qualsivoglia protezione, esaspera il proprio comportamento all’eccesso, diventando quasi maniacale.

Sì va dal castello fiabesco della principessa-sgualdrina, di Yukiko Amagi che si ritrova combattuta per decidere se dover ereditare l’attività di famiglia o meno, e suo malgrado chiacchierata dal resto della cittadina come ragazza prigioniera del proprio cognome; al bagno turco per soli uomini, in cui Kanji Tatsumi è costretto a scendere a patti con la sua presunta omosessualità, guarda caso decisa dagli abitanti di Inaba a causa della sua passione e delle sue eccellenti capacità nel cucito. Di riflesso le rispettive Shadow dei due personaggi di cui sopra, saranno un feroce quanto lussurioso uccello in gabbia ed una summa grottesca del pensiero comune sugli omosessuali.

 

È proprio accentuandone l’aspetto grottesco e l’atteggiamento esasperato, derivato dal concetto stesso di “giudizio erroneo” delle Shadows che i ragazzi di casa Atlus trattano argomenti che sono il fondamento delle loro produzioni. Mascherandole, abbellendole se vogliamo, con elementi di mistero, mitologia ed esoterismo, Shin Megami Tensei affronta tutte quelle sfaccettature della vera avventura che è la vita di tutti i giorni.

Al di là del concetto asciutto del buon gioco o meno, Shin Megami Tensei Persona 4, che è un ottimo gioco, si permette di suggerire senza presunzione un messaggio a tutti i giocatori; senza farcelo notare, Persona 4 ci offre una lezione e ci consiglia di filtrare gli eventi che ci vengono raccontati sempre con uno spirito critico ed indagatore, perché magari l’impressione che ci si è fatti su un determinato argomento, è solo questo: un’impressione. Quando terrete in mano la vostra Psvita pronti per affrontare il gioco ricordatevi di farvi questa domanda: “E se davvero non fosse così?”


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