Blue Reflection – Recensione

Blue Reflection in poche parole? Un JRPG a tema “maghette” con sistema di combattimento a turni e un’attenzione quasi maniacale per l’atmosfera “girly” tipica dell’immaginario shojo, ovvero i fumetti giapponesi destinati ad un pubblico di ragazze adolescenti: se non da Gust e Koei Tecmo, da chi ce lo saremmo dovuti aspettare?

Non per nulla il portfolio di titoli di questo sviluppatore si sta espandendo sotto l’unico filo conduttore che ne palesa immediatamente l’affiliazione all’etichetta della casa di Dead or Alive: prodotti con belle e giovani ragazze. Ed è così che si presenta, tutto sommato, questo JRPG chiaramente ispirato ad un immaginario reso eterno da produzioni come Sailor Moon, Rayearth (Una porta socchiusa ai confini del sole) o Puella Magi Madoka Magica, serie animate che hanno saputo spopolare tanto in patria quanto all’estero. D’altronde stiamo parlando della stessa compagnia che per anni, a partire dall’era PlayStation, ha sempre destinato al proprio pubblico produzioni con protagonista giovani alchimiste alle prese con la magia: da sedicenti piccole chimiche alle prese con intrugli a maghette ballerine il passo è stato davvero brevissimo.

Un riflesso blu

La storia si apre con Hinako, una giovane promessa della danza classica il cui sogno di diventare professionista viene funestato da un improvviso incidente; dopo un periodo di completo isolamento e disconnessione sociale, la giovane eroina si ritrova a dover riprendere il contatto con la vita quotidiana e scolastica di un’adolescente ormai spogliata della voglia di sognare e, soprattutto, priva della benché minima specialità. Non potendo più ballare Hinako si sente inadatta ad affrontare la vita e le piccole difficoltà che la costellano, ma proprio grazie all’aiuto di Lime e Yuzu, due misteriose gemelle sue coetanee e compagne di classe, riscoprirà la bellezza nascosta dietro un’esistenza e un’umanità spesso contraddittorie e quindi difficili da accettare.

Tante belle parole e un progetto che, almeno sulla carta, potrebbe in qualche modo portare una ventata di aria fresca al panorama JRPG composto da rarissime eccezioni al tropo del guerriero indomito impegnato nella salvezza del mondo (e della principessa in pericolo, ovviamente), ma Blue Reflection promette benissimo per poi incespicare in una serie di problematiche piuttosto comuni ai titoli Gust. Prima fra tutti – ed è un peccato farlo notare, vista la centralità di alcune tematiche piuttosto serie – è la superficialità con cui i problemi delle protagoniste vengono affrontati, imbastendo una struttura a capitoli (dodici in totale, come una vera e propria serie tv contemporanea) che divide la storia in archi narrativi che non hanno abbastanza tempo per essere sviscerati a dovere. Proprio scimmiottando il tipico cliché del genere d’appartenenza, dove ad ogni episodio corrisponde la risoluzione di un problema e l’acquisizione di nuovi poteri, Blue Reflection finisce per riproporre le medesime situazioni con risultati prevedibili e privi di mordente, quasi a voler rassicurare il giocatore con una sequela di circostanze viste e riviste nel genere “mahou shojo”. Qua e là si scorgono momenti più ispirati di altri, con dialoghi che contribuiscono alla sensazione di intravedere un percorso di maturazione da parte della protagonista – l’unico personaggio di cui conosciamo i pensieri – , ma purtroppo la mediocrità insita sia nei dialoghi che nei messaggi su cellulare che si scambia il trio finisce per appiattirne la psicologia e renderle poco più di ragazzine stereotipate ed eroine positive fortemente idealizzate.

Lo stesso discorso può essere applicato alle altre figure femminili attorno alle quali ruota gran parte del sistema di crescita del party (nel gioco non si guadagna esperienza combattendo, ma parlando – e facendo crescere l’affinità – con alcune compagne di scuola chiave), il che è paradossale visto che a parte i dialoghi tutto l’impianto ludico su cui si basa l’intera esperienza è solamente abbozzato: ambienti esplorabili ridotti all’osso, interazione praticamente nulla, nessun limite di tempo per le relazioni (che, quindi, possono essere approfondite senza alcune difficoltà, dialogo dopo dialogo) ed una facilità dei combattimenti talmente disarmante da permette di ignorare bellamente tutto il sistema di potenziamento dei “frammenti” che le comprimarie regalano alla protagonista dopo ogni interazione rilevante nelle quali, fra l’altro, l’apporto del giocatore è pressoché nullo.

Se la qualità della scrittura riserva pochissime sorprese, il “collante” dell’esperienza è praticamente “la tipica produzione Gust” dove una solida direzione artistica – in questo caso curata dalle illustrazioni e dal character design di Mel Kishida e dalla colonna sonora del talentuoso Hayato Asano – incontra un comparto tridimensionale capace di risultare credibile guardando ai modelli poligonali delle protagoniste, ma non se si considera la generale piattezza che caratterizza le ambientazioni e le animazioni che danno vita alle gesta delle maghette. Da notare, inoltre, come il titolo incontri una certa schizofrenia tematica quando alterna, senza una vera e propria soluzione di continuità, l’estrema gravitas di alcune scene drammatiche (o volutamente enfatizzate, al limite del psicodramma adolescenziale) con contenuti dichiaratamente fan service: fra inquadrature che non sfigurerebbero in un film per adulti soft-core di studentesse adolescenti in biancheria intima negli spogliatoi, impegnate a lavarsi sotto la doccia, dalle sailor fuku (le diviste giapponesi) rese trasparenti dalla pioggia battente e in atteggiamenti al limite del saffico, ce n’è davvero per tutti i gusti. Ma non pensiate di poter sbirciare sotto la gonna delle protagoniste nel camerino: la versione occidentale è censurata! Probabilmente questo bagaglio di contenuti extra – che rimane in forte contrasto con l’atmosfera rarefatta ed estremamente rilassata che si respira anche grazie alla colonna sonora appena pronunciata – è stato voluto per compiacere il VERO pubblico di questo tipo di produzioni (chi pensa che i mahou shojo parlino esclusivamente ad un pubblico preadolescenziale femminile semplicemente si sbaglia), ma avremmo preferito che il tempo riposto nell’ideazione di questi siparietti fosse impegnato nell’ottimizzazione di un sistema di gioco anche solo funzionale, considerata la bontà del sistema di combattimento, oppure nella scrittura di una sceneggiatura che potesse riservare qualche sorpresa. E invece… pilota automatico fino ai titoli di coda.

 

Avremmo tanto voluto premiare il coraggio di Gust e Koei Tecmo, ma è giusto guardare in faccia la realtà: Blue Reflection è un JRPG ridotto ai minimi termini e se anche fosse nato come serie animata, vantando la medesima sceneggiatura, sarebbe risultato dimenticabile, senza particolari meriti. Speriamo che gli autori possano fare di meglio in un ipotetico sequel.
5.5
voto

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