White Day: A Labyrinth Named School – Recensione

Non di solo Giappone vive il genere dei survival horror orientali. Il titolo preso in esame oggi, infatti, non è una qualsiasi produzione nata su cellulare e trasposta, in un secondo momento per console e PC, ma un remake di un IP molto cara al pubblico coreano. White Day nasce infatti come survival horror in prima persona per PC nel 2001, riuscendo a ritagliare attorno a sé una notevole fama. Vuoi per la sua palese ispirazione al filone orrorifico del cinema orientale, vuoi per un’inedita ambientazione scolastica coreana (anche se, a dire il vero, potrebbe essere benissimo essere scambiata per una scuola giapponese), White Day riuscì non solo a diventare un vero e proprio best seller in patria, ma anche un videogioco di culto per il sempre più affamato pubblico occidentale di survival horror, da anni vessato dalla scomparsa di IP storiche a causa di una deriva del genere sempre più improntata verso l’azione incessante.

White Day: A Labyrinth Named School è il terzo remake del gioco in questione, ma è il primo a giungere ufficialmente in Occidente grazie all’interesse dell’etichetta britannica Pqube. Forte di una traduzione in tutte le lingue europee (italiano compreso) e di una doppia traccia audio che contempla sia inglese che il coreano, il classico horror in prima persona arriva quindi su PlayStation 4, dopo aver danzato sugli store digitali di Android e iOS nei mesi precedenti: sarà andato tutto bene?

Capelli lunghi e pelle violacea

Il videogioco Sonnori giunge in Europa in una veste non particolarmente brillante, ma forte di un’estetica che, nella sua semplicità, riesce in ogni caso a calare il giocatore nelle sue atmosfere orrorifiche e…adolescenziali!

Ambientato un giorno prima del White Day, ovvero la data in cui per tradizione i ragazzi regalano dolcetti alle ragazze di cui sono infatuati, la storia ci mette nei panni di un muto eroe maschile alle prese con un terzetto di protagoniste femminili e, neanche a dirlo, le interazioni verbali con esse finiranno inevitabilmente per portare a uno dei tanti finali disponibili. A dire il vero il remake in questione presenta una quarta eroina, così come qualche novità ludica (per lo più semplificazioni), ma grossomodo il succo della faccenda è rimasto lo stesso; intrappolati tra le mura di una scuola infestata da spiriti e fantasmi in cerca di pace, paradossalmente il nemico più grande del giocatore si rivelerà presto essere il sistema di gioco stesso, fortemente limitato da una struttura esplorativa ormai desueta e da una IA dei nemici – che obbligano ad indugiare in innumerevoli fasi stealth – che lascia poco spazio alla sperimentazione.

White Day, insomma, offre sì un’atmosfera tutto sommato ben ricreata, sebbene il tutto sia portato in vita da una regia a dir poco semplicistica e una ricerca della messinscena ai limiti del credibile, ma le continue apparizioni di nemici umani pronti a fare la pelle al protagonista, inseguendolo incessantemente e senza che questi possa effettivamente sfuggire nel più dei casi, porta inevitabilmente a chiedersi se valga davvero la pena arrancare in schermate di game over fino ai titoli di coda. Il che è un peccato, se si considera che, al di là dell’evidente feeling “old school” dovuto alle sue origini quasi ventennali, il titolo Sonnori presenta un buon numero di apparizioni demoniache artisticamente intriganti, un’ambientazione continuamente sospesa in bilico tra l’assurdo e il B movie e tutti quegli elementi che farebbero grufolare di piacere quei giocatori orfani di titoli come Resident Evil e Silent Hill vecchia scuola: numero di salvataggi limitati compresi. C’è un po’ di Clock Tower e un po’ di Amnesia in White Day, ma da nessuno dei due esempi citati sono riportate le caratteristiche più interessanti.

E così, fra le decine e decine di aule scolastiche tutte uguali, la raccolta di documenti testuali dal contenuto inquietante e qualche sporadica apparizione di elementi sovrannaturali (ma, credetemi, quando appaiono lo fanno senza disturbarsi di risultare in alcun modo credibili) si continua sulla strada di una struttura che si ripete fino alla fine, dove ogni “arco narrativo” completato si chiude con un enigma a tempo da risolvere (fortunatamente in queste fasi è possibile correre senza temere l’apparizione di nemici) e qualche quick time event mutuato direttamente dall’edizione mobile. Fortunatamente sia gli enigmi che si parano di fronte all’incedere del giocatore che la grande quantità di suoni ambientali campionati dal sound designer riescono in qualche modo a tenere in piedi l’intera baracca anche quando il peggio si palesa sullo schermo, ma quel che dispiace di più di White Day è vedere come un videogioco di culto, al quale si sono ispirati molte delle blasonatissime produzioni in prima persona che oggigiorno rompono qualsiasi record di vendita, sia finito per essere vittima di se stesso e di una struttura di gioco che, a parte qualche leggera modifica per snellire le parti più macchinose, rimane ancorata alle convenzioni ludiche di inizio anni ‘2000. Il che, per un certo tipo di pubblico, potrebbe anche rappresentare una delle sue caratteristiche più interessanti, ma la mancanza di una linea narrativa forte, capace di assicurare un minimo di trasporto emotivo, e l’assenza di una direzione artistica capace di limare le parti più grezze dell’estetica scelta per portare in vita il tutto, finiscono per sminuire tutti quei contenuti che potrebbero, in altre circostanze, brillare di luce propria.

Probabilmente Pqube sperava che distribuendo White Day: A Labyrinth Named School avrebbe richiamato tutti quei giocatori orfani di serie come Siren, Project Zero o di tutti quei survival horror di fine anni ’90 e inizio anni ’00, e in effetti il gioco Sonnori è proprio questo: un survival horror vecchia scuola pubblicato fuori tempo massimo. Dedicato ad un pubblico di soli appassionati.
5.5
voto

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