La maternità nella filmografia di Ridley Scott

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È il 1978, quando il regista britannico Ridley Scott (1937 – ) dirige l’horror fantascientifico, Alien (1979). La pellicola è la prima di una quadrilogia a cui fanno seguito Aliens – Scontro finale (James Cameron, 1986), Alien³ (David Fincher, 1992) e Alien – La clonazione (Jean-Pierre Jeunet, 1997). Nel film di Scott un equipaggio di cinque uomini e due donne a bordo della base spaziale “Nostromo” entra in contatto con una razza aliena, che cerca di colonizzarli. L’alieno cresce a bordo e in poco tempo, diventato enorme, uccide uno ad uno tutti i componenti del gruppo, fatta eccezione per il maggiore Ellen Ripley (Sigourney Weaver) e il gatto rosso Jones. Alien dà spunto a innumerevoli analisi sulla filmografia del regista. Nel film Scott propone due espressioni anomale del concetto di maternità. Da un lato c’è Mater, il computer di bordo freddo disposto a sacrificare l’equipaggio pur di riportare sulla terra un esemplare di vita aliena da studiare, come era stata istruita a fare. Dall’altro c’è uno degli astronauti, Kane (John Hurt), che dà alla luce l’essere alieno dopo un “concepimento” terrificante. Muore a seguito del “parto.” Nel film, quindi, la maternità intesa in senso lato non è prerogativa femminile. E non è neppure un inno alla vita, quanto un atto mortale, che segna il destino dell’intera squadra e di Nostromo. Quindi, in Alien, Ridley Scott celebra la morte come prima e ultima espressione di vita.

L’androide/replicante Rachel (Sean Young)

Nel 1982, Blade Runner è la nuova scommessa vinta dal regista. La storia è ambientata nella Los Angeles del 2019 dove si producono cloni umani ma di natura tecnologica. Questi mostri, questi androidi dalla forza fisica e capacità intellettuale sono detti replicanti. L’uomo li crea per sfruttarli come manodopera in colonie extra-terrestri. Tuttavia, un gruppo di sei fugge. Spetta a Rick Deckard (Harrison Ford), ex-agente dell’unità speciale Blade Runner, a scovarli e ad ucciderli uno ad uno, o meglio a “ritirarli.” La figura del genitore, quindi, in questo caso è associato all’alta ingegneria biogenetica. In altri termini, l’identità della Mater di turno è ora sconosciuta, ma la sua natura non è di certo umana. Quindi, Scott affronta il concetto della maternità negandolo e sostituendolo con la riproduzione meccanica in un’era, quella degli anni ’80, in cui si realizza la rivoluzione dello sviluppo delle tecnologie di riproduzione (inseminazione artificiale, madre surrogato, controllo delle nascite…). I replicanti non hanno genitori reali. I genitori sono immagini sbiadite di ricordi mai esistiti. Sono memorie prefabbricate. Ma la tragedia estrema per questa specie è l’impossibilità e incapacità a riprodursi in modo autonomo, “difetto” che li condanna all’autoeliminazione e a morte sicura.

Soldato Jane (Demi Moore) in azione.

Se in Alien, Ripley è l’eroina androgina che non soccombe al nemico, nel 1997 la determinata Jordan O’Neill (Demi Moore) nel drammatico Soldato Jane, non è da meno. Tuttavia a differenza di Ripley, O’Neill è una donna orgogliosa della propria femminilità, delle proprie curve, della propria bellezza, ma accetta la sfida di rinunciarvi momentaneamente per dimostrare quanto una donna come lei possa dimostrare la stessa competenza e resistenza fisica di un uomo in un corpo di Navy Seals in azione. Come Ripley, però, O’Neill deve confrontarsi con un “mostro.” Il “mostro” non è il Comandante in capo John James Urgayle (Viggo Mortensen) che la sfida, la scoraggia e le usa persino violenza per indurla a mollare l’impresa, ma sarà il cinismo della senatrice Lilian DeHaven (Anne Bancroft), di un’altra donna quindi, che l’ha usata nel corso di tutta l’operazione, a condurre O’Neill alla vittoria. Anche in questo caso, però, al personaggio al centro dell’intreccio, non è concesso di diventare madre, perché una tale scelta porterebbe alla fine della sua carriera e alla disattesa sconfitta. Essere madre, quindi, in un altro film di Scott, è prospettiva distruttiva, mortale almeno sul piano professionale.

David 8 (Michael Fassbender) ha in mano il destino dell’umanità.

Dopo una serie di film in cui il concetto di maternità è abbandonato per fare spazio al confronto fisico tra uomini come ne Il Gladiatore (2000) o in Black Hawk Down (2001), nel 2012, Scott torna alle origini con Prometheus e nel 2017 con Alien: Covenant, entrambi prequel della saga aliena. In Prometheus, l’equipaggio a bordo della nave spaziale capitanato da i due archeologi Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) e Charlie Holloway (Logan Marshall-Green), identificano un pianeta grazie ad una mappa stellare rinvenuta in una grotta. Secondo gli studi da loro condotti, questo pianeta ha le carte in regola per definire l’origine della vita sulla Terra, quasi ad individuare la madre o il padre dell’umanità. Tuttavia, non sono loro a condurre i giochi, ma l’androide dall’aspetto umano, David 8, figlio della tecnologia creata dall’uomo, Peter Weyland (Guy Pearce). In altre parole, è nuovamente l’uomo che con la tecnologia crea il seme della propria autodistruzione piuttosto che della propria proliferazione. L’uomo mette a rischio l’umanità, la sua specie. Ancora una volta, quindi, creazione diventa sinonimo di morte.

In Alien: Covenant, David 8 si contrappone a Walter (lo stesso Michael Fassbender), l’androide cooperante. La tecnologia lotta contro se stessa suggerendo che in essa vi è un lato buono e un lato cattivo. La minaccia sta nel suo utilizzo improprio quando si tratta di procreare. Nel film, il lato cattivo prevarica momentaneamente e mostra come la generazione di esseri, per quanto alieni, diventi un processo di frankestainizzazione à la Mary Shelly. È questo un tentativo di deprecare l’inseminazione artificiale e le sue conseguenze dal momento che nuovamente essa ha luogo ai danni dell’uomo e soprattutto perché in modo violento? Difficile a dirsi e rischioso da affermare, ma è evidente che ancora una volta dare vita è atto rischioso per chi genera e per chi deve nascere.

Simonetta Menossi

Studiosa di cinema

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