Intervista a Vito Lo Re: “La musica per il cinema? Imprescindibile”

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Il matrimonio tra musica e cinema ha da sempre generato risultati emozionanti ed esaltanti. Basti pensare a quante colonne sonore di pellicole cinematografiche fanno ormai parte del bagaglio culturale mondiale e, con un solo giro di accordi o addirittura con pochissime note, riescono non solo a farsi riconoscere ma anche a riportare la mente alle immagini del film da cui sono tratte. Grandi professionisti hanno da sempre messo le loro doti in campo musicale anche a servizio del grande schermo, facendo sì che tutto ciò fosse possibile e che i risultati fossero grandiosi. Tra i professionisti che in Italia si sono messi in mostra in tal senso c’è anche Vito Lo Re che, di recente, ha visto uscire anche il suo album ’35mm’. Noi di MyReviews abbiamo contattato in esclusiva l’artista che, tra la fresca uscita del disco e i tanti progetti (anche legati al cinema) che lo vedono coinvolto, ci ha parlato un po’ del suo lavoro.

Cinema e Musica finiscono inevitabilmente per mischiarsi e influenzarsi: quanto pensa possa essere importante la componente musicale per la buona riuscita di un film?
Essenziale, direi. Ci sono addirittura casi di colonne sonore che sono diventate più famose del film che “accompagnavano”. La musica emoziona, molto spesso senza che ce ne si accorga la forte emotività di una scena non può prescindere dalla musica che la commenta.

Ci sono colonne sonore di film di successo che ormai fanno parte del bagaglio musicale mondiale. Come deve lavorare un compositore per poter creare dei brani che possano risultare così legati al film?
Senz’altro in stretto rapporto col regista, per fare in modo che le due estetiche (musicale e visiva) coincidano alla perfezione.

Nel frattempo però uscirà il suo album, ’35mm’, che per certi versi è proprio figlio del connubio tra musica e cinema. Come descriverebbe questo lavoro?
In genere quando si scrive musica strumentale per orchestra, il risultato è più che altro un traguardo artistico della propria evoluzione musicale. Io invece non volevo questo: volevo un disco che in realtà fosse autobiografico – non tanto diversamente da quanto farebbe un cantautore – ma che usasse come mezzo di comunicazione l’orchestra e la musica strumentale invece di una band e una voce.
Naturalmente ogni progetto artistico deve avere una linguaggio e quello che ho scelto è quello della musica “soundtrack oriented”, ovvero musica che suonasse come una colonna sonora pur non essendo tratta da alcun film.
Sono quindi 23 brani che esprimono tante diverse sensazioni – la gioia, la paura, l’amore, la speranza, l’avventura – usando però sempre un linguaggio molto melodico e – uso un termine che odio – “orecchiabile”.

Cosa può dirci dei suoi prossimi progetti lavorativi e di ciò che le piacerebbe magari fare in futuro?
Ho sempre lavorato e lavoro tuttora nei campi musicali più disparati: dalla lirica al pop, dai programmi televisivi all’editoria musicale, dalle colonne sonore al rock. Nel mio futuro c’è il dedicarmi di più ai miei progetti solistici.

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