Manifest Destiny – Vol. 2 e Vol. 3 – Recensione

Orgoglio della cultura americana, la spedizione di Meriwether Lewis e William Clark, voluta dal Presidente Jefferson, permise l’esplorazione di territori fra l’Atlantico e il Pacifico poco conosciuti, velati d’ignoto e mistero, soprattutto permise allo spirito di avventura e incoscienza di identificarsi con questi nuovi eroi.

Tuttavia, l’idea dell’autore di Manifest Destiny, Chris Dingess non è la cronaca di quella spedizione, ma l’esaltazione dell’audacia e della temerarietà, con i protagonisti alle prese con le problematiche del viaggio, con una compagnia alquanto bizzarra e, inaspettatamente, con una serie di creature ed esseri inconcepibili per la mente umana. Questa intuizione permette a Dingess completa libertà in creatività e fantasia, mantenendo salde le briglie delle dinamiche di un gruppo eterogeneo, composto da un manipolo di soldati senza più alcun senso per il dovere, ex galeotti, ragazzini coraggiosi, vigliacchi, donne orgogliose. Così il racconto toglie il respiro al lettore fra lo scontro col mostro di turno o la resa dei conti fra caratteri, inclinazioni e speranze contrapposte. Cardine dell’intera narrazione è l’ironia sfrontata: nonostante gli assalti dei mostri c’è ben poca voglia di spaventare o terrorizzare perché il fine ultimo è dissacrare e creature come la “ranidea” o i “fezron” sono più creature da irridere che da evitare. Col “vameter” invece si precipita nello splatter e nello stupore, sondando in questo modo, altri territori narrativi.

Ricchissimo è anche il disegno, sempre molto carico e dettagliato, in leggera difficoltà nella rappresentazione delle creature fantastiche: perfetto il vameter , meno convincenti la ranidea e i fezron, comunque la parte più debole dell’intero racconto.


7
voto

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