Mass Effect: Andromeda – Recensione

A distanza di ben cinque anni dal controverso Mass Effect 3, Bioware torna a mettere mano sulla serie che forse più di ogni altra – e senz’altro più dell’altalenante Dragon Age – ha contribuito a consolidare il suo successo nel corso degli ultimi anni. Mass Effect ha infatti rappresentato la saga fantascientifica per eccellenza nel mondo videoludico recente, e si è ritagliata uno spazio molto significativo nel cuore di milioni di appassionati, anche non direttamente interessati al genere RPG. Non era facile, per Bioware, riproporre sul mercato un nuovo titolo della serie senza rischiare di compromettere irreparabilmente la fama della trilogia originale. Non sorprende, pertanto, che nel concepire Mass Effect: Andromeda la software house canadese abbia deciso di recidere il più possibile i ponti con il passato: il nuovo titolo presenta infatti un’architettura ludica rinnovata, e soprattutto racconta una vicenda completamente autonoma rispetto a quella che aveva visto protagonista il comandante Shepard.

Stavolta, infatti, ci spostiamo – come da titolo – nella galassia di Andromeda, destinazione finale di una grandiosa missione finalizzata a scoprire nuovi potenziali mondi colonizzabili per gli abitanti della Via Lattea. La stazione Nexus, con il suo carico di ventimila passeggeri di varie specie ibernati in un sonno criogenico, si inoltra dunque nello spazio siderale, ignara che ad attenderla su Andromeda ci sarà da affrontare una minaccia non prevista. Il giocatore si trova così a rivestire i panni di Ryder, figlio/a del cosiddetto pathfinder della Nexus e destinato a prenderne inaspettatamente le veci nel guidare la spedizione garantendo ad essa i “paradisi” che le erano stati promessi al momento della partenza.

Space opera o Space Teen-drama?

Mass Effect: Andromeda recupera dai suoi predecessori l’alternanza tra fasi prettamente shooter, condotte sulla superficie di pianeti diversi, e fasi gestionali/ruolistiche, da svolgersi invece all’interno della stazione Nexus o dell’astronave personale di Ryder, la Tempest. Tuttavia, è chiaro come dal punto di vista del gameplay Bioware abbia preferito sfruttare l’esperienza – e in moltissimi casi materiali e algoritmi – di Dragon Age: Inquisition, sul cui motore grafico FrostByte è impiantato anche Andromeda. Sicché le mappe sulle quali si ambientano le fasi di combattimento sono impostate in senso prettamente open-world, e le missioni assegnate al giocatore prevedono una componente esplorativa decisamente marcata, oltre a una certa dose di backtracking: oltre a dover sconfiggere la minaccia che compromette la missione della Nexus – e sulla quale non vi anticipiamo nulla – Ryder sarà infatti incaricato di verificare lo stato dei singoli pianeti e di migliorarne di volta in volta le condizioni allo scopo di facilitare l’impianto di avamposti.

Nel seguire questa impostazione aperta, votata alla moltiplicazione degli aspetti “quantitativi” dell’esperienza, Andromeda rischia di cadere nella medesima trappola che aveva lasciato scoperto il fianco di Inquisition. Le quest che Ryder si trova ad affrontare sono infatti il più delle volte ripetitive e schematiche, e prevedono quasi sempre il raggiungimento fisico di luoghi sparsi da un capo all’altro della mappa, con il fine di liberare un’area dai nemici, scansionare macchinari e nuove specie vegetali, piantare antenne radiofoniche o riportare qualcosa a qualcuno. Seppure disegnate con una certa perizia e non povere di scorci suggestivi, le vaste aree esplorabili messe a disposizione da Andromeda si riducono così a superfici prive di caratterizzazione vera e propria, servendo esclusivamente come campi da attraversare per arrivare al prossimo punto sensibile. Non aiuta, in questo, il fatto che non sia stato previsto un ciclo giorno/notte né un vero e proprio ecosistema autonomo, e che dunque ogni ambientazione restituisca l’impressione di essere “congelata”. L’effetto, insomma, è quello di trovarsi di fronte a un MMORPG in single-player, esattamente come accadeva in Inquisition.

A peggiorare ulteriormente un gameplay su mappa non brillantissimo interviene per di più il comparto narrativo, che è forse il maggiore punto debole di questo titolo. Gli spunti forniti dal tema della colonizzazione spaziale avrebbero offerto possibilità assai interessanti, ma tali possibilità restano irreparabilmente schiacciate sullo sfondo a causa della volontà di enfatizzare il personaggio di Ryder e il suo inevitabile copione da “prescelto”, in piena tradizione Bioware. Le vicende di una comunità vasta come quella della Nexus restano in secondo piano, e a causa dell’enorme diluizione geografica e temporale delle missioni non si ha mai l’impressione che il protagonista stia seriamente lottando per la sua comunità; né, francamente, si capisce per quale motivo tale comunità debba necessariamente fare affidamento su un solo personaggio per la propria sopravvivenza. Insomma, le dinamiche tra individualismo e collettività risultano assai forzate, e talora non bastano né gli infodump dei dialoghi né le informazioni enciclopediche raccolte nel menu per evitare di infrangere la sospensione dell’incredulità. Non aiuta, del resto, un livello medio di scrittura decisamente poco solido: le conversazioni sono infarcite di espressioni idiomatiche giovanilistiche che cozzano con la cornice epica della trama, e le continue battute ammiccanti dei compagni di viaggio (ce ne sono sei a disposizione) conferiscono all’atmosfera generale un sapore raffazzonato, da commediola leggera.

Rosso giallo più, rosa nero e blu, i colori Power Rangers

A salvare Mass Effect: Andromeda dalla mediocrità interviene il sistema di combattimento, divertente quanto basta e piuttosto semplice da padroneggiare. Rispetto alle meccaniche un po’ rigide da sparatutto tradizionale dei titoli precedenti, in questo caso si è scelto di privilegiare il senso dinamico degli scontri, sfruttando anche la verticalità degli ambienti grazie allo zainetto propulsore in dotazione di Ryder e dei suoi alleati. I personaggi possono dunque sfrecciare lateralmente e verso l’alto, affrontando i nemici con un approccio corpo a corpo (soprattutto per mezzo dei poteri biotici) oppure “freddandoli” da lontano con l’aiuto di fucili a lunga gittata e mirini da cecchino. L’intelligenza artificiale degli avversari non è brillantissima, ma ai livelli di difficoltà più elevata il gioco offre comunque un certo grado di sfida.

Non abbiamo volutamente discusso qui delle ormai celeberrime animazioni facciali e dei numerosissimi bug che costellavano Andromeda al momento dell’uscita, perché Bioware ha da pochi giorni pubblicato la patch 1.05 che contribuisce a migliorare notevolmente i problemi principali. Peccato comunque constatare come una software house tanto blasonata abbia potuto rilasciare un prodotto tanto fallato. E in generale, a prescindere dai problemi tecnici, Andromeda si rivela come un’occasione mancata: e, forse, non quello che la serie di Mass Effect avrebbe meritato.

Mass Effect: Andromeda poteva osare, prendendo ciò che di buono ci ha offerto il mercato degli RPG ad alto budget e cercando di cancellare tutti i problemi sollevati dal deludente Dragon Age: Inquisition, invece l’operetta proposta da Bioware non riesce a discostarsi, ancora una volta, da una formula produttiva seriale che poco impara dal passato in virtù di una coesione stilistica e ludica che si poteva decisamente evitare. E i pochi rimandi alla trilogia originale vi faranno rimpiangere quello Shepard “marine spaziale” stereotipato al quale ci eravamo ormai affezionati.
6
voto

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