The Legend of Zelda: Breath of the Wild – Recensione

Parlare di un capitolo della serie The Legend of Zelda in modo obiettivo, asciutto e senza prodigarsi in un inutile spreco di elogi sembra essere sempre più difficile, specie in un’era in cui la stampa specializzata è accusata di essere alla mercé dei grandi nomi dell’industria e di chi, per loro, ne cura la comunicazione; fortunatamente non è il caso del nostro portale, che si è sempre contraddistinto per una certa schiettezza nell’illustrare cosa andava, ma soprattutto cosa non funzionava in alcune delle più blasonate operazioni commerciali degli ultimi tempi e in special modo di molti videogiochi provenienti dal Sol Levante, opere spesso fraintese dal pubblico medio occidentale, vuoi per una cultura profondamente differente o per una semplice questione di codici visivi “lost in translation”.

Una leggenda che si ripete

The Legend of Zelda: Breath of the Wild si discosta da gran parte del panorama produttivo nipponico e moderno, pur indugiando nell’ossessione tutta contemporanea del mondo “seamless”, quello senza attese di sorta, proponendosi come la prima grande produzione Open World made in Nintendo. E, incredibilmente, pur essendo il primo grande tentativo della casa di Kyoto, lo fa con cognizione di causa e senza risultare derivativo. L’avventura inizia col risveglio di Link, un guerriero afflitto da amnesia che si ritrova in una misteriosa grotta. Da lì a poco una misteriosa voce femminile lo guiderà fino ad introdurlo ad un mondo completamente esplorabile di dimensioni semplicemente impensabili guardando al passato della serie, supplicandolo in un secondo tempo di salvare il regno di Hyrule (o “Irule”, come viene pronunciato dai doppiatori italiani); comincia così un viaggio dai toni epici che potrà essere portato a termine contando sulle sole proprie forze oppure sull’aiuto di quattro grandi colossi bio-meccanici da raggiungere ed esorcizzare ai lati del regno, facendo così la conoscenza delle peripezie di alcuni dei guerrieri caduti in battaglia diverso tempo prima, scoprendo al contempo il misterioso passato dell’ennesima incarnazione dell’eroe Nintendo e approfondendo il rapporto che lo lega alla tragica eroina Zelda. Una linea narrativa che prende vita in poche – ed opzionali – scene animate, ma che nella sua semplicità riesce a tratteggiare un’inedita principessa Zelda dalla natura spiccatamente umana, quasi contrapposta alla sua rappresentazione iconica nella storia della serie.

Tornando alla premessa narrativa, è chiaro che ad una rapida occhiata la formula sembrerebbe la più classica di sempre, anche considerando l’incidenza di un mondo vasto e fitto di cose da fare e di segreti da scoprire, ma Nintendo stupisce ancora una volta gli appassionati e i neofiti proponendo una struttura ludica che, di fatto, lascia totale libertà ai giocatori, sradicando completamente la matrice lineare delle ultime iterazioni della serie a favore di uno sviluppo libero, plasmabile attorno alle scelte (tacite) del giocatore e al suo stile di gioco. A questo punto è chiaro che agli occhi di Nintendo modelli ludici come quelli di Twlight Princess e Skyward Sword – fortemente legati alla tradizione del franchise e ai pilastri del gameplay di Ocarina of Time – siano del tutto antiquati, e non stupisce sapere che nei prossimi anni la serie di Zelda continuerà ad evolversi seguendo il percorso tracciato da questo Breath of the Wild. Il motivo è semplice ed uno solo, e sarebbe ipocrita girarci troppo attorno: il gioco funziona, diverte, e riesce a coinvolgere e calare nel suo spiccato “sense of wonder” anche un giocatore navigato come il sottoscritto, facendomi ipotizzare cosa si potrebbe nascondere dentro una caverna inesplorata anche a distanza di diverse decine di ore dall’inizio del gioco. In un’era in cui le produzioni AAA scelgono strutture similari, omologandosi per risultare il più familiari possibili agli occhi del grande pubblico, la scommessa di Nintendo è stata proprio quella di sovvertire le logiche alla base della serie, pur riproponendo elementi che, da soli, la rappresentano fin dai suoi albori su Nintendo Entertainment System. Un connubio di nuovo e vecchio che, se preso in esame alla lontana, ci dimostra come questo Breath of the Wild, in fondo, non sia altro che una traduzione “2017” del primo, classico, capitolo: quel The Legend of Zelda che si apriva con un saggio e il suo incoraggiamento a prendere con sé una spada per difendersi dai nemici che abitavano quel mondo ostile ed enorme, esplorabile in lungo e in largo proprio per riuscire a procurarsi gli strumenti necessari a sconfiggere la minaccia del grottesco Ganon.

Cieli in cui planare

Dimenticatevi l’Hyrule spoglia e vuota di Twilight Princess o i corridoi lunghi e obbligati di Skyward Sword: Breath of the Wild è, come dice il titolo stesso, una boccata d’aria fresca e selvaggia che sconvolge il giocatore con un livello di difficoltà incredibilmente alto per il nome che porta, ma che riflette semplicemente i pericoli di un mondo che, fortunatamente, non puoi mai essere preso sotto gamba. Nintendo ha creato un universo dominato da specifiche regole e da un modello fisico su cui basa gran parte dell’offerta ludica e sta solamente al giocatore trovare l’equilibrio che meglio si confà al suo stile di gioco. Sfruttare l’ambiente per oltrepassare un gruppo di nemici – quasi sempre temibili – o eliminarli, temere l’arrivo di una tempesta di fulmini per ritrovarsi obbligati a non poter utilizzare equipaggiamento di metallo (pena la folgorazione!), raccogliere ingredienti per cucinare un manicaretto e godere di determinati bonus statistici sono solo alcune delle situazioni che ci si trova a vivere, in una vera e propria sfilata di varianti che donano una sana dose di imprevedibilità al modello esplorativo; si potrebbe quasi dire che il vero protagonista di The Legend of Zelda Breath of the Wild non siano né il giocatore, né il gruppetto di comprimari che bene o male appariranno dinnanzi al muto – ma espressivo – Link nel suo eterno peregrinare, bensì il mondo e la sua ricchezza di contenuti, attività opzionali e ambienti da esplorare: basti pensare che puntando a completare la sola missione principale – dalla quale ci si può comunque discostare in qualsiasi momento – non si saggerà nemmeno la metà delle attività disseminate nelle regioni dominate dalle alte torri scalabili che, se attivate, permetteranno di “mappare” superficialmente la zona (e che gli appassionati hanno già paragonato a quelle dei titoli open world made in Ubisoft); tanta roba da fare in un mondo vivo, mosso da avventurieri che si muovono per le strada e che chiedono aiuto se attaccati dai nemici, dalla fauna che vive e bruca nelle vastissime praterie percorribili a piedi o montando a cavallo di bestie assortite, e che sembra riservare sorprese dietro ogni angolo, anche quando normalmente si darebbe per scontato aver visto tutto quello che quel mondo possa offrire. Quel che è certo è che chi dovesse lamentare la mancanza dei “grandi” dungeon tematici visti nel passato della serie (in Breath of the Wild se ne contano solamente 4 principali e centinaia di minori, tutti accomunati da dimensioni contenute) forse dovrebbe mettersi un paio di occhiali e considerare come l’intera Hyrule sia da considerarsi come un immenso dungeon irto di pericoli e situazioni da affrontare con abilità, joycon alla mano, e astuzia, tuffando le mani nella conoscenza di un mondo che si lascia scoprire senza risultare ridondante o didascalico e senza che scritte o tutorial smorzino il ritmo ludico, spiegando per filo e per segno come affrontare ogni singola difficoltà. E già questo, per i tempi in cui viviamo, è una grande prova di fiducia nell’intelligenza di chi, il videogioco, lo compra. Brava Nintendo!

Le ombre di una florida Hyrule

Non mancano in ogni caso alcuni problemi, per lo più di natura tecnica, che in qualche modo potrebbero sporcare la fama di quella che, a tutti gli effetti, si è dimostrata essere una delle più grandi e solide produzioni AAA degli ultimi anni. Parliamo soprattutto dei già segnalati cali di fluidità dell’azione in concomitanza dell’esplorazione di determinate ambientazioni, ma anche di un profilo tecnico tutto sommato sorretto in gran parte dall’eccellente lavoro di character design e dalla direzione artistica, ancora una volta mossa in direzione di uno stile cartoon a metà fra la sintesi geometrica del cel shading di Wind Waker e i cromatismi pastello di Skyward Sword. Non si può certamente dire che il The Legend of Zelda Breath of the Wild sfiguri in modalità docked, ovvero quando è proiettato su un televisore, magari anche dal polliciaggio generoso, ma senz’ombra di dubbio il meglio di sé lo dà in modalità portatile, dove i già citati cali di frame rate sono praticamente azzerati (soprattutto dopo la recente patch correttiva) e la risoluzione interna del titolo (720p) corrisponde esattamente a quella dello schermo di Nintendo Switch. Personalmente ho trovato qualche difficoltà ad apprezzare l’avventura accompagnato dai Joycon in dotazione con la console al lancio, mentre passando al più ergonomico – ma costosissimo – joypad pro la situazione è migliorata vertiginosamente, pur considerando il complesso numero di input mappati sui tasti. Ottima anche la colonna sonora per una volta non trainata interamente dal talento di Koji Kondo, compositore storico del franchise. Il commento musicale risulta dinamico, capace di sottolineare la situazione e variare la propria intensità a seconda di come il giocatore si sta comportando, con risultati sorprendentemente epici in concomitanza dello scontro con i nemici più ostici, mentre l’adattamento vocalico italiano (per qualche assurdo motivo non è possibile giocare con voce e testi in lingue differenti), fortunatamente limitato a sporadiche scene cinematiche, non stupisce per qualità o interpretazione, ma fa il suo sporco lavoro senza toccare risultare mai sgradevole. Peccato che “Hyrule” non si pronunci in quel modo, caro direttore del doppiaggio (e soprattutto CARA NINTENDO ITALIA!!).

Nintendo sovverte le regole e crea una nuova base su cui, scommettiamo, si baseranno i prossimi episodi della serie Zelda. Non ci sono paragoni col passato e tornare indietro sarà difficilissimo, semplicemente perché The Legend of Zelda: Breath of the Wild è tutto quello che potevamo aspettarci da uno dei capitoli più riusciti del franchise, nonché una delle produzioni videoludiche più meritevoli in circolazione.
9.4
voto

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