Everything – Recensione

“Il solo modo di trarre un senso dal cambiamento è tuffarvici, muoversi con esso e divertirsi nella danza”

Questa frase, citata dal filosofo inglese Alan Watts, esperto di filosofia orientale, è la massima rappresentazione di Everything. Le sue frasi sono anche inserite nel gioco (se così lo possiamo chiamare) come clip audio estrapolate dall’estenuante tour di conferenze che il filosofo tenne prima di morire.

Dietro a questo bizzarro “simulatore del tutto” c’è David Oreilly, l’eclettico artista che aveva già proposto al pubblico il suo “simulatore di montagna, ovvero Mountain, nel 2013. Ma la sua opera la possiamo trovare anche all’interno del film Her, nelle sezioni olografiche e per i più nerd posso citare la sua regia di un episodio di Adventure in Time.

Nonostante sia avvezzo a giocare giochi “borderline”, vi confesso che per me è stato molto difficile definre cosa sia Everything, ma ci ho voluto provare lo stesso

 

La vita è un gioco, la cui prima regola è far finta che non lo sia

In Everything possiamo essere letteralmente il tutto. Non so nemmeno se classificare questo gioco come una simulazione, come un’esperienza o come un’opera d’arte digitale in continua evoluzione. Mi sono trovato catapultato nel corpo di un orso, che si muove a scatti come un oggetto, senza nessuna animazione, ma solo poche istruzioni che mi hanno fatto capire quali fossero i comandi per poter passare da una forma di vita, ad un sasso, ad una galassia. Posso diventare foglia, pietra, albero e pianeta. Posso cercare i miei simili e cantare assieme a loro, danzare con loro, unirmi alla vita e partecipare ad essa. Oppure posso lasciare che la simulazione o quello che è, vada avanti da sola, limitandomi ad osservare e a godere di questo gioco completamente fuori da ogni classificazione. In Everything non ci sono regole, non ci sono punteggi, ma solo la continua esplorazione che ci fa passare dall’immensamente piccolo al paradossalmente grande. Mi sono incarnato in un filo d’erba e per passaggi successivi sono arrivato ad essere galassia, raccogliendo frasi di Watts e dialoghi surreali di coccinelle e rane. Ho visto espandere la mia essenza verso l’infinito e l’ho sentita contrarsi nel guscio di una ghianda.

Non riesco a definire cosa sia Everything, ma posso definire le sensazioni che mi trasmette. Immersi nel tutto si ha la capacità di apprezzare ogni singolo elemento della nostra esistenza, capire, in parte, cosa sia il buddhismo, cosa voglia dire dare valore ad ogni singola espressione del creato. Se fossi religioso potrei dire di sentirmi un dio, ma come disse sempre Watts: “Se un giorno qualcuno si svegliasse e dicesse di essere Dio, cosa farebbero gli altri? Si metteranno a ridere e direbbero: finalmente te ne sei accorto!”. Everything non è certo un trattato teologico o un metodo di meditazione zen, ma fa capire quanto tutto sia interconnesso, quanto tutto viva e pulsi a discapito della nostra presunzione umana di avere il completo controllo sul mondo.

Tu sei un’apertura attraverso la quale l’universo guarda ed esplora se stesso

Nonostante la semplicità della grafica e la rozzezza voluta delle animazioni, Everything è affascinante, quasi ipnotico. Ho passato ore a spostarmi da una dimensione all’altra, osservando la poetica danza che produce nuova vita, ascoltando la coinvolgente colonna sonora e i dialoghi di Watts. Ogni nuova partita è come cadere in una piccola trance dove il mondo reale che mi circonda viene inglobato in quello digitale sullo schermo, catturando la mia attenzione su ogni particolare, vivendo l’esplorazione come un simbolico progredire in ogni direzione che voglio, senza limiti, totalmente libero di esplorare oppure lasciando che sia il gioco stesso a farlo per me.

In Everything si può ridere, commuoversi, perdersi, ritrovarsi, cadere, volare, strisciare, pulsare. In Everything si può fare tutto quello che si vuole, quando si vuole, senza un’idea precisa per cui si compie una determinata azione. Eveything è l’elevazione alla masisma potenza del concetto di free-roaming, è la congiunzione tra attore e spettatore, la simbiosi tra libertà ed interattività.

PS: i titoli di ogni paragrafo sono frasi di Alan Watts

 

Everything non è un gioco che si può raccontare a parole, e non è neppure un gioco. Lo considero come un esperimento artistico interattivo, che coinvolge lo spettatore, facendolo diventare attore della più grande storia mai raccontata: la Vita. Non ci sono limiti, non ci sono obiettivi, missioni, uccisioni, respawn, casse di munizioni, ma solo la libera esplorazione che diventa immediatamente un flusso di coscienza (tanto per citare un altro illustre irlandese) che cattura il giocatore in una serie di transizioni tra le dimensioni fisiche e quelle temporali, facendolo espandere a contrarre al ritmo di una colonna sonora superba. Everything non è un gioco per tutti, ma tutti devono giocare ad Everything, anche solo una volta, per lasciarsi trasportare dalla sua onda emotiva.
9
voto

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