Nioh – Recensione

L’abbandono da parte di Tomonobu Itagaki – ora presidente di Valhalla Games – mise definitivamente la parola fine ai giorni gloriosi del ninja digitale Ryu Hayabusa, condannando le sue nuove avventure sotto il nome di Ninja Gaiden a performance misere sia in termini di vendite che in popolarità; l’evoluzione che Team Ninja stava disperatamente cercando dopo anni e anni di successi è finalmente arrivata. William è un guerriero britannico legato misteriosamente al mondo degli spiriti, e all’inizio di un 1600 un po’ romanzato si trova coinvolto in misfatti e intrighi che corrono lungo la rotta delle navi mercantili che trasportano Amrita, un minerale dagli effetti stupefacenti che dona potere a chi lo possiede. Basta la comparsa di un villain dall’aspetto caricaturale e il nome “Oda Nobunaga” per sapere come andranno a finire le cose.

La morte non è la fine

E in fondo finisce qui la pretesa narrativa di Nioh, nuovo e tormentato progetto nato dagli sforzi di Team Ninja e Koei Tecmo; un videogioco tanto atteso dal pubblico da aver convinto Sony Entertainment a gestire da sé la distribuzione di questa esclusiva dal sapore orientaleggiante, probabilmente per non incorrere nella stessa clamorosa gaffe che la vide distribuire Demon’s Souls in Giappone, ma non all’estero. Per poi pentirsene. E in effetti le similitudini con la serie di From Software sono palesi, soprattutto per coloro che parteciparono ai test alpha e beta messi a disposizione gratuitamente su PlayStation 4 lungo i mesi passati. In tal senso, rispetto alla primissima versione, il gioco attualmente acquistabile e riproducibile sull’ammiraglia Sony si dimostra decisamente meglio calibrato e benevolo nei confronti dei giocatori, e benché non risparmi fasi d’azione al cardiopalma e scontri con terribili (e soprattutto coriacei) boss di fine livello, bisogna ammettere che il feedback dei tester è stato fondamentale per plasmare quella che, ad oggi, si può definire come una delle migliori esperienze Action RPG presenti sul mercato. Nioh non inventa un genere, ma mixa elementi sottratti da brand più o meno famosi e li traduce in qualcosa di funzionante, appagante e soprattutto divertente, senza sfociare in ovvie frustrazioni da joypad lanciato contro il muro. Non ha la pretesa di raccontare un universo di zone interconnesse come i titoli Souls, ma si avvale di una struttura a scenari che possono essere visitati più e più volte man mano che vengono sbloccate missioni secondarie di livello di difficoltà sempre più alto. Oppure nei panni di uno spirito “visitatore” che corre in aiuto di altri giocatori connessi alla rete e in cerca di una soluzione per una parte dell’avventura particolarmente difficile. L’esplorazione delle aree infestate da avversari umani e demoniaci si dimostra quindi uno dei punti focali dell’avventura, dove un passo falso o un eccesso di ingenuità significano, spesso, morte certa.

E il tema della morte – e dell’eterno ritorno – è un pretesto per tuffare le mani nell’eredità dei Souls e per integrare nel modello ludico la possibilità di tornare nel punto dove si è fatta la conoscenza della triste mietitrice per recuperare le amrita perse, ovvero la valuta del gioco ottenibile sconfiggendo i nemici e utilizzabile per accrescere le proprie statistiche; in alternativa è possibile vedere materializzarsi attorno a sé delle tombe rosso cremisi corrispondenti al punto in cui altri giocatori in rete sono morti e che, se toccate, permettono di affrontare il loro “fantasma” in cerca di vendetta e magari, sconfiggendolo, accedere a dell’equipaggiamento speciale. La bellezza di Nioh sta anche in questo: a differenza di tanti altri RPG dove l’approccio alla crescita del personaggio è definita dalle classi, Team Ninja ha preferito focalizzarsi su meccaniche che in qualsiasi momento permettono di cambiare arma e investire i propri punti abilità in skill tree nettamente separati sulla carta, ma ibridabili in mano ad un giocatore particolarmente abile col joypad. In un attimo un abile spadaccino potrebbe sfoderare degli shuriken e altri strumenti mortiferi e trasformarsi in un temibile ninja, per poi stupire gli avversari a suon di pergamene magiche da Onmyou e attaccare a distanza o semplicemente affidarsi ad una lancia lunga, per colpi a lungo raggio, magari intrisi di un qualche potenziamento elementale. Quello che ho appena descritto è sì uno scenario possibile, ma bisogna considerare che il sistema di combattimento necessita di ore e ore di gioco per essere metabolizzato a dovere, e all’inizio cambiare routine d’attacco così repentinamente potrebbe dimostrarsi un vero e proprio incubo, specie contro determinati avversari dal pattern d’attacco repentino.

Un samurai dai capelli dorati

Ad aggiungere valore a questo stratificarsi di meccaniche tecniche – e soprattutto capaci di gratificare il giocatore più abile – vi è poi un numero praticamente infinito di armi, armature e accessori, personalizzabili nelle qualità presso il fabbro o investibili per la collezione di ulteriori amrita, il recupero di classici soldi o addirittura ridotte ai minimi termini per recuperarne i materiali d’origine. E nonostante vi abbia nominato diverse meccaniche di gioco, tutte notevolmente sfaccettate, devo ammettere di avere scalfito solamente la superficie di un impalcatura ludica che si dimostra profonda e avvincente, ma proiettata soprattutto in funzione del vero protagonista: il sistema di combattimento. Mai mi sarei sognato di tessere le lodi di quello che viene considerato (ingiustamente) un Souls clone, eppure Nioh mi ha fatto ricredere. Si respirano la filosofia dei movimenti fulminei alla base di Ninja Gaiden, l’importanza data alla barra della stamina di Dark Souls, il mischiarsi di esplorazione e utilizzo di strumenti di Tenchu (casualmente altra IP passata tra le mani di From Software)… e non è comunque finita, perché a questo stratificarsi di logiche sono aggiunte meccaniche del tutto nuove, come le tre impugnature – di fatto tre stili di combattimenti differenti per tipologia d’arma -, la possibilità di modificare le combo con mosse differenti, abilità passive e tanto altro ancora.

Nioh è un operazione a cuore aperto che fonde la sapienza degli action passati e li perfeziona, e in quest’ottica gli si possono perdonare anche qualche svista tecnica – come sporadiche collisioni calcolate male – o uno o due livelli meno ispirati d’altri. A compensare c’è lo scenario con la casa ninja, con le sue trappole e i passaggi segreti, che riporta il tutto a livelli qualitativi di level design decisamente più ispirati. Infine un commento al comparto tecnico, che pur non flettendo i muscoli di una direzione artistica vincente quanto quella vista in titoli recenti come Bloodborne riesce comunque a riservare alcuni scorci evocativi; è possibile scegliere se approcciare il gioco con una modalità video cinematica – dove il dettaglio grafico e la risoluzione sono ottimizzate al costo di un fps counter bloccato a 30 – e una dedicata all’azione, dove la fluidità rimane ancorata a 60fps ma la risoluzione e il dettaglio grafico vengono leggermente levigati. Su PlayStation 4 Pro i benefici della modalità cinematica sono ancora più evidenti, ma chi scrive non può che consigliarvi di favorire la fluidità dell’azione sempre e comunque in videogioco di questa tipologia.

Nioh è una sorpresa continua, in cui folklore giapponese e un gameplay raffinato rappresentano le due caratteristiche fondamentali. Non avrà il trasporto narrativo e tematico degli ormai classici From Software, ma l’impalcatura ludica di cui si fregia è sicuramente fra le più sofisticate e apprezzabili che mi sia ritrovato a godere negli ultimi dieci anni. E sì, ora posso dirlo: Team Ninja ha ritrovato lo smalto di un tempo. Ciao Itagaki e grazie per il pesce.
9
voto
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