Recensione: Cogan – killing them softly

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PRESENTAZIONE

Andrew Dominik, pluripremiato regista australiano di “Chopper” (2000) e “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford” (2007), presenta il suo terzo film in dodici anni, adattamento di un romanzo del 1974 di George V. Higgins (ristampato per l’occasione da Einaudi). Il film ha il volto di Brad Pitt, che ne è anche produttore.

Dominik si è costruito una fama di regista che non accetta compromessi e questa opera non fa che confermarlo.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=BJKVB5ASAGc]

 

LA STORIA

Anonima periferia di New Orleans, durante le elezioni presidenziali del 2008 che incoroneranno il sogno americano di Barack Obama. L’idea è semplice: rapinare una delle bische di Markie Trattmann (Ray Liotta) e far ricadere la colpa su di lui. Facile, perchè lui ha fatto lo stesso anni fa, tutti lo sanno e aspettano solo un suo passo falso per fargliela pagare. Facile, ma se per compare hai scelto un chiacchierone eroinomane, se sei del posto e se la mafia si serve di Jackie Cogan (Brad Pitt) per il lavoro sporco, salvare la pelle diventerà un’impresa disperata.

 

PANE AL PANE

La propaganda ci ha presentato “Cogan – killing them softly” come un noir d’autore impreziosito da una grande prova di Brad Pitt. Il film è invece terribilmente più complesso di così. Al regista Andrew Dominik non interessano infatti i classici meccanismi del thriller, del giallo o del noir e segue una strada originale e rischiosa: prima di tutto dal punto di vista visivo.

Il film è infatti incentrato in modo maniacale sui personaggi e il fondale su cui si muovono è spesso letteralmente fuori fuoco. Il contesto è delineato dall’ossessivo passare in sottofondo (in tv, alla radio, o fuori campo) dei discorsi elettorali delle elezioni presidenziali, che con la loro retorica fanno apparire la realtà della periferia americana surreale ed alienante, con le sue fabbriche dismesse, le squallide stazioni ferroviarie, i motel di terzo livello ed i killer in crisi coniugale con la trasferta pagata.

Il film scorre tra momenti crudi (il pestaggio di Trattmann, l’iniezione di eroina) che sono girati in modo quasi sperimentale da Dominik, e momenti di stallo in cui non succede niente perchè nemmeno il consiglio della mafia locale riesce a prendere una decisione.

Il finale è dirompente e giustifica anche le lentezze e le incertezze del film. Mentre viene annunciata la vittoria di Obama, Jackie Cogan/Brad Pitt ci mette con le spalle al muro e ci sputa in faccia la realtà: in quella periferia dell’impero, la disillusione ha sparato in testa alla speranza molto tempo fa e non sarà certo un nuovo presidente a farla risuscitare.

 

POST SCRIPTUM

Brad Pitt è l’immagine del film, ma entra in scena alla mezzora, quando ormai stai pensando che la sua presenza è solo una trovata pubblicitaria.

 

Regia e sceneggiatura: Andrew Dominik

Fotografia: Greig Fraser

Durata: 100′

 

narrating, creating and reflecting a mesmerized world.

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